La scomparsa di Caffè e la comparsa di Draghi.

Lo cercarono per mari e per monti. E non è un modo di dire. «La palazzina da dove si era allontanato il professore si trovava al confine della riserva di Monte Mario e all’epoca c’erano meno edifici di oggi e la zona era ancora più impervia. Ci siamo messi alla sua ricerca nel parco con l’aiuto dei cani e anche di elicotteri dall’alto – raccontava qualche giorno fa all’Agi Antonio Del Greco che allora dirigeva, da funzionario di polizia, la settima sezione della squadra mobile della Questura di Roma. Ricordo che ci alternammo con le altre sezioni della Mobile a turni di sette ore per rintracciarlo». Le ricerche si estesero anche al fiume Tevere con le imbarcazioni della polizia di Stato che seguirono il corso delle acque fino alla secca di via Marconi e poi giù fino a Fiumicino, al mare. Per mare e per monti. «Le ricerche andarono avanti per giorni ma senza esito – racconta ancora Del Greco – nessun indizio. Del resto, non emersero elementi per pensare che ci si trovasse davanti a un omicidio e anche sull’ipotesi del suicidio rimasero perplessità visto che non si è mai ritrovato il corpo».
Già, il corpo. Un corpo minuto – poco più di un passero – quello del professore Federico Caffè, scomparso tra l’una e le cinque del mattino del 15 aprile 1987: un metro e cinquanta. Ancora più rattrappito e rinsecchito dopo che aveva abbandonato l’insegnamento universitario e una depressione infida e violenta l’aveva colpito – mangiava quasi nulla, un bicchiere di latte e un boccone di pane, raccontarono poi i suoi allievi che continuavano a andare a trovarlo, per affetto, per stima, e che furono i primi a organizzarsi in squadre di ricerca setacciando palmo a palmo Roma e i luoghi che il professore era solito frequentare per trovarlo. Il corpo di Federico Caffè non si è mai più ritrovato – volatilizzato. Asceso in cielo – verrebbe da dire, perché tra le ipotesi che si affacciarono nel tempo ci fu anche questa: che la sua fosse una fuga programmata fin nell’ultimo dettaglio e si fosse rifugiato in un convento. «La Chiesa è disponibile a offrire protezioni di questo genere, purché ricorrano determinate condizioni». Rispose così il sottosegretario padre Jesus Torres, autorevole rappresentante della “Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”, incalzato da Ermanno Rea che 30 anni fa cercò di risolvere il mistero della scomparsa di Caffè e scrisse il libro L’ultima lezione. I preti – non ti dicono mai le cose chiare, sembra sempre che alimentino il dubbio di proposito. D’altronde Caffè lasciò sul comodino occhiali, orologio, chiavi di casa, il portafoglio con dentro il libretto degli assegni – tutte cose da cui non si separava mai. Un addio al mondo, certo – ma anche un addio alla mondanità, direbbe problematicamente padre Torres.
Qualcuno lo aiutò a scomparire? Federico Caffè in realtà era scomparso già prima di scomparire. Quello che era scomparso prima era stato il suo pensiero – poi era andato via il suo corpo. Una volta aveva detto di sé: «Io non sono un uomo, sono una testa». Quello scricciolo d’uomo era un uomo autorevole perché aveva un pensiero autorevole. Era un uomo ascoltato e amato, e non solo da generazioni di studenti o da altrettanti autorevoli docenti e economisti di tutto il mondo. Era ascoltato dalla politica, quando la politica prestava ascolto ai pensieri autorevoli per programmare il suo agire. Federico Caffè era un keynesiano – forse la voce più autorevole dei keynesiani del tempo. Per essere sintetici (e qui copio D’Avanzo): «1) Caffè riteneva che il lavoro fosse non solo uno degli aspetti essenziali della emancipazione umana ma anche la più solida garanzia di tenuta sociale di un Paese; 2) Caffè sosteneva accanitamente la protezione sociale, anche in un periodo come gli anni Ottanta in cui il debito pubblico italiano stava esplodendo; 3) per Caffè la politica economica poteva e doveva avere un ruolo chiave per la coesione sociale».
Ma il keynesismo ormai stava diventando un reperto archeologico – il mondo abbracciava entusiasta l’avvento del liberismo di cui Reagan e Thatcher erano gli angeli e i demoni. «Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente riflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore» – questo era il suo autorevole pensiero, ma chi gli dava ascolto ormai?
Ben prima dell’Alzheimer che gli avrebbe “arrugginito la testa”, impedendogli non solo l’insegnamento ma anche lo studio, la scrittura – dato che collaborava a diversi giornali e riviste – a fare scomparire il suo pensiero ci aveva pensato l’avvento del liberismo, «il recente riflusso neoliberista». Non sappiamo se c’è un mistero intorno la sua scomparsa, ma di sicuro c’è un colpevole.
Aveva 73 anni, quando scomparve, il professor Caffè. E ha 73 anni il nuovo presidente del Consiglio, che fu uno dei suoi allievi più diligenti. È una singolare coincidenza, per chi crede in queste cose. Tanto più che il presidente Draghi – lo ricordava un anno fa Piero Sansonetti, descrivendo un loro incontro, l’uno stava a Bankitalia l’altro al quotidiano comunista «Liberazione» – ci tiene molto a ricordare quanto del pensiero di Caffè sia rimasto in lui. Eppure, gli hanno rinfacciato di averlo tradito, di essere diventato uno schumpeteriano – quello che Caffè definiva «darwinismo» – per una sua propensione alla «distruzione creatrice». Anche qui, una curiosità. Draghi tenne due speech nel 2014, in veste di presidente della BCE: l’uno, a Vienna, proprio alla consegna dello Schumpeter Award alla Banca nazionale austriaca, in marzo; e l’altro, a Roma, in occasione del centenario della nascita di Federico Caffè, alla Lecture room of the School of Economics and Business Studies “Federico Caffè” in novembre. Il titolo di questa lettura fu: The economic policy of Federico Caffè in our times. Parlò dell’insegnamento di Caffè come di qualcosa di unforgettable, indimenticabile.
Forse abbiamo un altro mistero – Draghi è a marzo schumpeteriano e a novembre keynesiano? O magari le cose sono un po’ più complesse – direbbe padre Jesus Torres.

Nicotera, 16 febbraio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 febbraio 2021.

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L’Italia cinica che maltratta i suoi morti.

Si lavora tanto nei cimiteri – non si ha idea di quanto febbrile possa essere il lavoro – per i nuovi morti, per sistemare quella cappella che filtra acqua, e a cui l’umidità sta scrostando tutto l’intonaco, per fare spazio: dopo trent’anni, le tombe si possono riaprire, i morti raccogliere in un ossario più piccolo, e mettere assieme mogli e mariti, o padri e figli o parenti; c’è bisogno di loculi per i nuovi arrivati, e lo spazio vitale, se così si può dire, va ridotto al minimo. Non si smette mai di morire. Una volta, al Cimitero monumentale di Messina vidi un cartello dell’Amministrazione comunale affisso a una cappella che doveva essere stata bella nei suoi tratti liberty ma che ora veniva giù a pezzi, letteralmente, perché priva di qualunque manutenzione chissà da quanto tempo: si avvisavano i familiari – laddove ce ne fossero ancora vivi o qualcuno fosse in grado di contattarli – che si sarebbe intervenuto di ufficio per rimuovere i sepolcri e spostarli in altro luogo, e per affidare quello spazio a un bando pubblico. Non era tanto il pericolo di un crollo quanto l’avidità di uno spazio: se quei morti non interessano più a nessuno, o se non c’è più nessuno in grado di badare a quei morti – che senso ha lasciare ai morti, e a morti dimenticati da tutti, quello spazio?
Chi frequenta i cimiteri queste cose le sa – il silenzio è interrotto dalla betoniera che impasta il cemento, o dai manovali che sistemano un’impalcatura di tubi innocenti o trapanano qualcosa. Non è l’irruzione della vita nella morte, ma della morte nella morte, della nuova morte nella morte di prima.
La cronaca di questi giorni racconta di tre addetti al cimitero di Tropea che sono stati arrestati dopo un’indagine della Guardia di Finanza e accusati di violazione di sepolcro, distruzione di cadavere, illecito smaltimento di rifiuti speciali cimiteriali e peculato, in sostanza di avere svuotato in maniera illecita vari loculi per fare posto ad altri defunti. «I tre, senza alcuna autorizzazione e in totale spregio di qualsiasi disposizione contenuta nel regolamento di polizia mortuaria comunale, hanno eseguito numerose estumulazioni illegali, al fine di conseguire, con ogni probabilità, illeciti profitti, assicurando ai congiunti di persone defunte l’utilizzo di loculi per la sepoltura, resi improvvisamente disponibili, eliminando, senza averne titolo, i poveri resti mortali rimasti di altre persone già sepolte da anni, approfittando della situazione di grave carenza di posti liberi che da molto tempo esiste presso il cimitero di Tropea. I tre soggetti, in un’area interna e riparata del cimitero, senza il minimo scrupolo, hanno proceduto, in molte occasioni, a estrarre i cadaveri di persone decedute da molti anni, a volte non ancora decomposti, distruggendoli e smaltendo illecitamente i resti mediante incenerimento sul posto o gettandoli nei contenitori riservati alla raccolta dei rifiuti urbani (da: «la Stampa»)».
È una cronaca raccapricciante, ovviamente da verificare in sede giudiziaria. Ma è una crudele rappresentazione di un principio semplice: il cimitero è uno spazio edificabile. Il cimitero è un business. I morti sono un business.
Non è una storia di adesso. I medici avevano bisogno di cadaveri per i loro studi, per capire sempre meglio l’anatomia del nostro corpo e il funzionamento degli organi – erano i becchini a procuraglieli, tanto sarebbero finiti in fosse comuni. Il dottor Frankenstein di Mary Shelley, per “creare” il suo mostro mette assieme vari pezzi di vari cadaveri. Nella sua Prefazione del 1831, Mary Shelley menzionò l’influenza del “galvanismo” sulla sua storia. Erano stati condotti tentativi di rianimazione di criminali impiccati, facendo uso del Murder Act del 1752 che aggiungeva la pena della dissezione all’impiccagione. Tutte le facoltà di Medicina e Chirurgia del mondo “addestrano” i giovani studenti universitari su pezzi di cadaveri. C’è sempre stato scempio dei morti, accanto al culto dei morti. Le cronache di sempre hanno raccontato di sepolture violate alla ricerca di oggetti di valore rimasti addosso al morto – un anello, una collana, una spilla, un bracciale.
Eppure, le immagini delle bare portate via dai camion militari mentre il contagio infuriava a Bergamo e non c’era più spazio per seppellirli, e si avviavano verso la cremazione, senza che i parenti avessero potuto salutarli, prendere commiato – ci straziarono il cuore. Avemmo paura – il contagio era fuori controllo, la morte faceva la sua messe a piene mani – ma anche tanta pietas, tanta compassione. Poi, i morti del contagio, le immagini dei morti del contagio sono scomparse. I morti sono diventati una cifra, un numero che viene snocciolato quotidianamente, accanto quelli dei contagiati, dei guariti, di quelli in terapia intensiva, e ora dei vaccinati. Un dato, oggi sono un tot più o meno di ieri, come l’indice di trasmissibilità che oggi ha una percentuale un po’ più o un po’ meno di ieri. La morte dei contagiati è diventata una esperienza personale – se hai un parente, un amico, un vicino. O si sa pubblicamente se muore qualcuno noto – uno scrittore, un sindacalista, un politico, un attore. Ma non è più un “fatto collettivo”, un fatto sociale – non c’è più la pietas che ci aveva straziato nelle immagini di Bergamo.
Ce n’è un risvolto in una consapevolezza che si è fatta progressivamente strada da un anno in qua – e che per la verità ci è stata detta fin da subito: muoiono gli anziani, l’età media è sopra gli ottant’anni. Certo, ci sono casi di contagiati più giovani, ma sono rari. Muoiono i vecchi – nelle Rsa e nelle case di riposo è stata un’ecatombe: dai dati Inps risulta che l’istituto ha cancellato nel 2020, per avvenuto decesso, il 16,1% in più di pensioni (+121.697) di quelle cancellate nel 2019.
Ma noi fremiamo: di andare al ristorante, di fare shopping, di viaggiare. I ragazzi, i giovani poi non ne parliamo: ma a vent’anni ti senti immortale.
A me sembra perciò, sia invalsa una sorta di insofferenza alla morte, di indifferenza ai morti. La morte è un fatto squisitamente privato – se nei sei colpito – ma non è più un “sentimento collettivo” di lutto. È paradossale che questo accada al tempo del contagio.

Nicotera, 9 febbraio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 febbraio 2021.

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