Londra e il “caso Shamima”, la sposa bambina andata con l’Isis.

Aveva quindici anni, Shamima Begum, quando insieme a altre due ragazze coetanee, Amira Abase e Kadiza Sultana, la mattina del 17 febbraio 2015 con un volo della Turkish Airlines lasciò il Regno unito per raggiungere lo Stato islamico, il Daesh, per unirsi ai miliziani del Califfato in Siria. Non dovrebbe stupire più di tanto: si calcola (fonti di intelligence) che siano stati centomila i giovani occidentali, per lo più dall’Europa, che abbiano deciso di abbandonare il nostro stile vita “immorale” per abbracciare il fondamentalismo islamico. Come abbiano fatto Shamima e Amira e Kadiza a trovare i soldi per il viaggio – non so se qualcuno ci abbia mai pensato, abbia indagato e abbia delle risposte. E come siano riuscite dalla Turchia a passare in Siria, anche qui – senza appoggi e una rete di connivenze e complicità sembra impossibile. Eppure, ce la fanno, le tre ragazze londinesi. Shamima Begum viene data in sposa a un miliziano, del doppio dei suoi anni – e si presume che lo stesso sia accaduto alle altre due ragazze. Un premio, un anticipo del paradiso per i martiri. Di lei si perdono le tracce – per la disperazione dei familiari. Viene ritrovata nel febbraio 2019 – ha avuto intanto tre figli, tutti morti di malattie e stenti e della guerra. Anche il suo sposo è morto, il Daesh è allo sbando, il Califfato va franando e sbriciolandosi. Shamima viene portata nel campo di al-Hawl, gestito dalle forze democratiche siriane (SDF) in gran parte curde, che hanno contribuito a distruggere lo Stato islamico. Ci sono circa sessanta adulti e bambini britannici in detenzione in Siria. Delle sue due amiche, Kadiza è morta e di Amira non si sa più nulla.
A febbraio 2019 Shamima chiede di rientrare nel Regno unito, la sua patria. Nel frattempo rilascia un’intervista al «Times» in cui dice di non avere “rimpianti” per la sua decisione di andare in Siria, e si è descritta come “impassibile” alla vista di una testa mozzata. Le sue parole destano orrore – Londra peraltro ha vissuto l’attacco terrorista, e piange ancora i suoi morti. L’allora ministro degli Interni, Sajid Javid, le toglie la cittadinanza britannica per ragioni di sicurezza. La giovane agli occhi della legge è considerata come terrorista internazionale, e nel Regno Unito è possibile al ministro degli Interni chiedere la revoca della cittadinanza di qualcuno: 1) per “interesse pubblico” se questo non rende la persona apolide; 2) se la persona ha ottenuto la cittadinanza per frode; 3) se le azioni di questa persona possono danneggiare gli interessi del Regno Unito e costui o costei può rivendicare la cittadinanza altrove. La Begum è stata privata della cittadinanza sulla base dell’interesse pubblico e nel febbraio 2020 un tribunale stabilisce che la rimozione della cittadinanza della ragazza è legale perché “cittadina del Bangladesh per discendenza” (quindi non apolide), dato che i suoi genitori sono bengalesi. Il Bangladesh, però, non ha alcuna intenzione di permettere a Shamima di entrare da loro. Shamima presenta ricorso.
A luglio 2020 la Corte di Appello stabilisce che Shamima ha diritto a entrare nel Regno unito per difendersi. Sembra tutto finito. Pochi giorni fa però, in appello, la Corte Suprema annulla la sentenza: la ragazza non può tornare a casa, per “significativi rischi per la sicurezza nazionale”. La motivazione ha molti aspetti tecnici – soprattutto legati al fatto che il potere ultimo di decisione è stato delegato dal parlamento al Segretario di Stato – ma viene anche sancito che il diritto di un individuo a avere un giusto processo non può prevalere sulla sicurezza nazionale, anche se lascia aperto uno spiraglio perché in futuro Shamima possa avere un “equo processo”. In sostanza, viene data ragione al primo provvedimento del ministro Javid. La sentenza ha innescato una serie di riflessioni e di prese di posizione pubbliche.
La prima, e la più evidente, è che Shamima si trova adesso in un “non luogo” giuridico – perché un campo profughi è un luogo senza cittadinanza, e perché le forze curde che la “accudiscono” sono un non-Stato, non fanno parte di uno Stato che esiste o è riconosciuto come tale, il Kurdistan, e di certo non si può pensare che l’interlocutore per l’evolversi della sua condizione sia la Siria. Quindi, ci troviamo in una situazione “informale” – in cui si ricorre alla tecnicità delle disposizioni di legge.
La seconda riguarda la cittadinanza – come è stato detto in un editoriale del «Guardian»: «Il dibattito su Shamima Begum non riguarda semplicemente la stessa Begum. Riguarda la natura della cittadinanza e il significato della responsabilità morale. Per quanto mostruose possano essere state le sue azioni, Begum rimane una persona verso la quale la Gran Bretagna ha obblighi legali e morali».
Grottesco è intanto che in Italia per fatti opposti a quelli di Shamima, ovvero per essersi unita alle forze dell’YPJ, unità curde femminili di combattimento, e aver partecipato all’operazione di difesa di Afrin dall’assedio di forze islamiste, nel 2018, Maria Edgarda Marcucci, nota come Eddi, attivista romana, sia stata condannata a due anni di sorveglianza speciale, fino al marzo 2022, dal Tribunale di Torino. In pratica, come spiega lei stessa: «Non posso partecipare a pubbliche riunioni, non posso entrare in locali pubblici dopo le 18. Dalle 21 devo essere in casa e ogni mio spostamento deve essere validato dalla Polizia e annotato sul libretto rosso che devo portare con me. Nella pratica, può capitare che la polizia citofoni alle 3 di notte per verificare se sono a casa. Inoltre, mi hanno ritirato la patente, ritirato il passaporto e la carta di identità non è valida per l’espatrio». Quando rientrò in Italia, Eddi cominciò a girare «per l’Italia e per l’Europa per fare un lavoro di divulgazione e informazione, ovunque qualcuno volesse sapere di come stessero andando le cose, per raccontare non tanto di me, quanto dell’Ypj». Pochi mesi dopo il rientro, lei e altre quattro persone vengono proposti per la misura di sorveglianza speciale dalla procura di Torino, in quanto individui socialmente pericolosi perché introdotti all’uso delle armi. Una sorta di equivalenza nella “pericolosità sociale” tra l’essere andata a abbracciare l’Isis (Shamima) e essere andata (Eddi) a combattere il terrorismo islamico. Dopo quattordici mesi, dei cinque iniziali, è rimasta solo lei, perché ha partecipato nel novembre 2019 a una contestazione alla Camera di commercio di Torino che era sponsor di una mostra mercato di apparecchi aereo-spaziali, con al suo interno un panel per lo scambio di tecnologie militari tra Italia e Turchia. La Turchia solo un mese prima, nell’ottobre del 2019, aveva invaso i territori dell’Amministrazione Autonoma della Siria del NordEst.
C’è della schizofrenia, in queste disposizioni.

Nicotera, 2 marzo 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 4 marzo 2021.

Pubblicato in società | Lascia un commento

Accordo economico tra governo australiano e facebook.

Forse, abbiamo un accordo, tra facebook e il governo australiano. «Dopo ulteriori discussioni con il governo australiano, siamo giunti a un accordo che ci consentirà di sostenere gli editori che scegliamo, inclusi piccoli editori locali», ha detto Campbell Brown, il boss delle global news partnership di facebook. «Il governo ha chiarito che manterremo la capacità di decidere se le notizie appaiono su facebook in modo da non essere automaticamente soggetti a una negoziazione forzata». Cos’era successo?
Qualche giorno fa gli utenti australiani di facebook – 17 milioni al mese – hanno trovato “chiuse” tutte le pagine dei siti di informazione: non si poteva più accedere alle news, non si poteva più condividere alcuna notizia. Anche per chi era fuori dall’Australia non c’era alcuna possibilità di leggere o accedere a alcuna pubblicazione australiana di notizie sulla piattaforma. E l’emittente nazionale, la ABC, e giornali come «The Sydney Morning Herald» e «The Australian» hanno milioni di follower. Il fatto è che non si poteva nemmeno accedere alle informazioni dell’Ufficio metereologico governativo, alle pagine di Fire and Rescue New South Wales, e di altre agenzie governative fondamentali, tra cui polizia e servizi di emergenza, e dei dipartimenti sanitari.
Era la risposta di facebook all’iniziativa di legge governativa che dovrebbe costringerla a pagare milioni di sterline agli editori di notizie per la visualizzazione dei loro contenuti. Dopo diciotto mesi di indagine l’Australian Competition and Consumer Commission ha rilevato uno squilibrio di potere tra le piattaforme e le società di media che minaccia la redditività delle attività di informazione. I colossi digitali fanno la parte del leone sulle entrate pubblicitarie rispetto i media tradizionali: per ogni 100 dollari australiani (67 euro) di spesa pubblicitaria online, 53 vanno a Google, 28 a facebook e 19 a tutti gli altri. Le società di media sostengono che i colossi digitali guadagnano dalle notizie fornite da loro e gli utenti troverebbero i siti molto meno utili se non apparissero notizie nei loro feed o nei risultati di ricerca. Era necessaria una regolamentazione. Per l’ACCC, sia Google che facebook sarebbero tenuti a negoziare con gli editori di media e a compensarli per il contenuto che appare sui loro siti.
In Gran Bretagna, a dicembre è stato raggiunto un accordo: facebook pagherà milioni di sterline all’anno alle principali testate britanniche per concedere in licenza i loro articoli. La maggior parte dei gruppi di giornali britannici – il «Guardian», il «Daily Mirror», l’«Independent», tutti i principali editori di notizie regionali del Regno Unito e riviste come l’«Economist» – ha aderito al programma, in base al quale i loro articoli appariranno in una sezione del sito dedicata alle notizie. Attualmente, un utente di facebook accede alla maggior parte delle notizie tramite collegamenti condivisi sul feed delle testate, mentre la sezione Notizie di Facebook conterrà un mix di storie principali scelte dai curatori del servizio di aggregazione di notizie Upday, insieme ad altre storie scelte algoritmicamente per riflettere gli interessi di un utente. Nessuno sa esattamente i contenuti dell’accordo e quindi la quantità di denaro che facebook “girerà” all’industria dell’informazione, né si ha idea di quanto costerà a facebook questo nuovo servizio. «È un investimento estremamente significativo e lo abbiamo programmato in più anni», ha affermato Sarah Brown, responsabile delle partnership di notizie di facebook nel nord Europa.
In Australia, invece, c’è stato un patatrac. La cosa che ha creato più indignazione è stata quella di oscurare le pagine di informazioni utili nella pandemia. facebook si è scusata, ha spiegato che c’è stato un errore e avrebbe presto ripristinato la possibilità di accedere ai siti governativi di informazione utili. Nello stesso tempo però, ha insistito sulla sua posizione: per facebook le notizie non sono così centrali, è una rete di utenti che si riuniscono per condividere foto, opinioni politiche, meme Internet, video e, a volte, articoli di notizie. William Easton, amministratore delegato di facebook Australia e Nuova Zelanda, ha detto che: «La proposta di legge fondamentalmente fraintende la relazione tra la nostra piattaforma e gli editori che la utilizzano per condividere contenuti di notizie. D’altra parte, gli editori scelgono volentieri di pubblicare notizie su facebook, in quanto consente loro di vendere più abbonamenti, aumentare il loro pubblico e aumentare le entrate pubblicitarie. Lo scambio di valore tra facebook e gli editori corre a favore degli editori. L’anno scorso facebook ha generato circa 5,1 miliardi di referral gratuiti a editori australiani per un valore stimato di 407 milioni di dollari australiani (250 milioni di euro). Per facebook, il guadagno di affari dalle notizie è minimo. Le notizie costituiscono meno del 4% dei contenuti che le persone vedono nel loro feed di notizie. Purtroppo questa legislazione cerca di penalizzare facebook per i contenuti che non ha preso o richiesto. La legge ci ha messo di fronte a una scelta netta: tentare di rispettare una legge che ignora la realtà di questo rapporto, o smettere di consentire contenuti di notizie sui nostri servizi in Australia».
L’iniziativa di facebook arrivava poche ore dopo che Google aveva invece accettato di pagare la News Corp di Rupert Murdoch per i contenuti dei siti di notizie in tutto il suo impero mediatico. In realtà, anche Google aveva minacciato di rendere indisponibile il suo motore di ricerca agli australiani se la legislazione fosse andata avanti. Poi ha cambiato strada: nelle ultime settimane, ha concluso accordi con società di media come Reuters e The Financial Times. L’anno scorso, Google ha dichiarato che si sarebbe impegnata a pagare un miliardo di dollari in canoni di licenza in tre anni agli editori di notizie per i contenuti che vengono visualizzati nella pagina di Google News, così come Discover, il feed di notizie che appare nell’app di ricerca mobile di Google. L’accordo di Google con News Corp di Murdoch è particolarmente degno di nota, perché è una “guerra” che va avanti da anni, fin dai primi giorni del motore di ricerca. In base all’accordo tra le due società, Google ha accettato di pagare News Corp per l’utilizzo dei suoi contenuti di notizie senza rivelare mercati specifici o importi in dollari.
Paul Fletcher, ministro delle comunicazioni australiano, ha detto che il governo andrà avanti con la legislazione anche se le conversazioni con facebook continuano. Nelle interviste, ha elogiato Google per il coinvolgimento nel processo e ha lasciato intendere che facebook sarebbe stato attentamente esaminato per aver deciso di «rimuovere tutte le fonti di notizie autorevoli e credibili dalla piattaforma». In un’intervista con la radio 2GB, il signor Fletcher ha aggiunto che la decisione «solleva certamente problemi sulla credibilità delle informazioni sulla piattaforma».
Quello che sta succedendo in Australia, tra le big tech e l’informazione, non è poi così far away.

Nicotera, 23 febbraio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 27 febbraio 2021.

Pubblicato in società | Lascia un commento