La Grecia è fallita. Ora a chi tocca?

Nonostante lo strombazzamento dei media sul salvataggio della Grecia e sul sospiro di sollievo dell’Europa che si complimenta per il successo, la realtà è che la Grecia è “tecnicamente” fallita. La decisione dell’Isda, International swaps and derivatives association, l’organismo di riferimento per i credit default swaps, ovvero dei prodotti finanziari di assicurazione contro il fallimento, di classificare l’intesa raggiunta a Atene come un “credit event”, e quindi di rimborsare i detentori di cds, significa esattamente questo. Non fosse così, non fosse cioè un fallimento, non li rimborserebbero. Non bastasse, l’agenzia di rating Fitch ha subito declassato, ancora, la Grecia a una C, che significa “insolvenza parziale”. Chiamala parziale!
Il «New York Times» ha definito il “salvataggio greco” «il più grande abbattimento contabile di un debito nella storia» – e non è proprio una medaglia da appuntarsi. Il concambio forzato che abbatte il valore nominale dei bond greci anche oltre il 75 percento è una condizione peggiore di quella decisa dall’Argentina sui propri bond – e che alcuni dei nostri risparmiatori ben conoscono, essendosi trascinate per anni le cause relative.
Soprattutto, la decisione – voluta a oltranza dalla Merkel, per far digerire ai propri cittadini il salvataggio greco a che non sembrasse ricadere tutto sulle loro spalle – di coinvolgere i privati nell’haircut del valore dei bond, significa sostanzialmente che nessuno da questo momento investirà un euro sulla Grecia, dato che significherebbe domani ritrovarselo al valore di un centesimo.
La Grecia, perciò, sopravvivrà grazie alla liquidità “inventata” dalla Bce. Tutti noi europei, chi più chi meno, senza saperlo e senza essere chiamati a pronunciarci, “pagheremo” il debito greco, in una maniera che non garantisce assolutamente nulla, dal punto di vista della sostenibilità economica e della progettualità politica. Da oggi, esiste una nazione europea praticamente a “Pil garantito”, dato che è inimmaginabile che l’economia greca – intanto ha perso ancora il 7,5 percento di produttività e la disoccupazione giovanile è arrivata al 51 percento – possa non dico risollevarsi ma neppure camminare. Le clausole-capestro per il salvataggio implicano che da oggi ogni euro greco debba servire prima a pagare i creditori e poi si vede se avanza qualcosa per i greci. È una partita di giro: la Bce presta i soldi alle banche perché comprino i titoli di Stato, la nazione incassa i soldi delle aste e restituisce i soldi alla Bce. Facile, no? Già, ma i greci?
Intanto, la signora Lagarde, a capo del Fondo monetario internazionale, assicura che invierà 28 miliardi supplementari di euro alla Grecia – non bastano già più i 130 stabiliti dalla Ue. Dice anche, la signora Lagarde, che «non scommetterebbe contro l’Italia». Nessuno gliel’ha chiesto. Perché dice questo? Anche se in questo momento, anzi, fino a questo momento, i mercati non si sono accaniti a puntare al ribasso e a scommettere sul fallimento, basta solo che disinvestano – e è proprio quello che sta continuando a accadere, con le vendite dei titoli che continuano a crescere, forse con l’idea di recuperare qualcosa di più di quella perdita nominale tipo greco – e restiamo in mutande. Basterà il gioco finanziario della Bce a salvarci?
L’economia europea, l’Europa politica resta fragilissima. E il pastrocchio fatto sulla Grecia è un’operazione contabile “creativa” ma assolutamente disastrosa.
Altro che complimentarsi. Siamo nei guai fino al collo. Noi europei. I tecnocrati di Bruxelles – dislocati anche a Atene e Roma – si danno intanto il cinque uno con l’altro.

Nicotera, 10 marzo 2012

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Poliziotti della Val di Susa, scioperate

Nei giorni in cui ad Atene scoppiava la rivolta e piazza Syntagma era cinta d’assedio mentre Papademos e il parlamento greco accettavano gli obblighi della Unione europea, uno dei principali sindacati della polizia ellenica [copre i due terzi dell’intero corpo], la Poasy, con una lettera resa di pubblico dominio chiese alle autorità competenti di emettere ordini di arresto a carico dei rappresentanti in Grecia della cosiddetta ‘troika’, che accusavano apertamente di voler strangolare il Paese attraverso le misure draconiane imposte al governo di Atene per evitare il default. «Siate avvertiti», vi si legge, «del fatto che, in quanto legittimi delegati della polizia greca, esigiamo siano emessi nei vostri confronti ordini di arresto per una vasta gamma di reati previsti dalle leggi vigenti, in armonia con il nostro Codice Penale». I tre emissari sono accusati tra l’altro di «estorsione, istigazione occulta all’eliminazione o alla riduzione delle politiche democratiche e della sovranità nazionali, interferenza indebita in procedure legali fondamentali». Nel testo si precisa che la richiesta è stata decisa nell’ambito di un consiglio generale allargato del sindacato, e che essa riflette lo stato d’animo delle forze dell’ordine rispetto alle pressioni internazionali sul loro Paese. Si ammonisce poi che in nessun caso gli iscritti, cioè agenti e ufficiali, si lasceranno manipolare contro il proprio stesso popolo: « … inoltre, a partire da oggi, sarà consolidato l’assoluto rifiuto nonché la pratica rinuncia a ritrovarsi davanti a genitori, fratelli, figli e ad ogni cittadino di questo paese, manifestante, che pretenderà il cambiamento di rotta da parte dei loro politici … è nostra volontà esporre categoricamente che non accetteremo più di scannarci a vicenda, con i nostri fratelli compatrioti».
E questo nel fuoco di una battaglia che non ha risparmiato colpi.
Ora, noi non sappiamo quanto prende il comandante delle forze di polizia greca, l’equivalente, insomma, del dottor Manganelli, che si porta a casa proprio un bello stipendio. Certo, ci sembra che la forbice tra i poliziotti che fronteggiano i manifestanti e le gerarchie che stanno al calduccio – come d’altronde per tutti i salari – si va sempre più ampliando.
Per quanti straordinari facciano e per quanti emolumenti da situazioni a rischio possano prendere non si riesce a capire tanto accanimento se non nel «comando» che dall’alto viene verso il basso con allusive promozioni, passaggi di carriera, favori negli spostamenti. E che esige piena corrispondenza, proprio quell’accanimento.
In prima linea, però, ci stanno quelli che prendono 1300 euro al mese.
Non vi siete stancati?
Che aspettate a scioperare? Non vedete come giocano con le vostre vite? Non vedete come vi trattano da automi per il macello sociale?
Siete uomini o no? È nella trincea dello scontro che si capiscono le cose.
Io non credo – per quanto possa prevalere lo spirito di corpo, la caserma, quel battere i manganelli sugli scudi – che possiate essere contenti di voi stessi.
Il vostro coraggio non si misura contro i manifestanti, ma nell’esprimere la vostra coscienza.
Siete giovani, siete informati delle cose, non spegnete le vostre idee.
Fermatevi, posate i manganelli e gli scudi, toglietevi le maschere, tirate in aria i vostri candelotti.
Rifiutatevi di massacrare gente che si batte per la propria terra.
È anche la vostra terra, è anche la vostra democrazia.

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