Sulla stampa in proprio di euro Berlusconi ha ragione, anzi di più: ciascuno dovrebbe avere una zecca personale

Ha creato un gran clamore, nei giorni scorsi, l’immagine di DeShawn Stevenson, dei Brooklyn Nets, postata su Instagram, in cui si vede il giocatore di football nella propria cucina dove è installato un bancomat. Non sappiamo se DeShawn Stevenson lo usi come erogatore di contanti, di argent de poche per pagare il giardiniere o la donna delle pulizie, oppure come servizio ai suoi amici che vanno a trovarlo, oppure ancora che stia solo lì a far bella mostra di sé. Di certo, DeShawn Stevenson, come ognuno, è padrone di fare quel che vuole coi propri soldi – alcuni ricconi, pare, ci facciano degli aeroplanini e li lancino dai grattacieli, come è cambiato il mondo, signora mia, una volta i ricchi veri si distinguevano proprio per girare senza soldi –, ma un bancomat fra le pentole è davvero un oggetto singolare. Per una qualche strana associazione che non è del tutto chiara neppure a me, ho subito pensato al nostro Silvio Berlusconi e alla sua proposta – poi ritirata, «era solo una battuta» ha detto – di consentire alla nostra Zecca di stampare euro in proprio senza l’assenso della Banca europea. Sarebbe stato un modo, aveva spiegato prima di rimangiarsela, di ovviare alla mancanza di liquidità e alla strozzatura del credito. Per cinque buoni motivi io sono d’accordo con la proposta di Berlusconi, ma qui ne dirò solo due: il primo, il fatto che abbia subito suscitato l’indignazione di Scalfari e della «Repubblica». Da qualche tempo, io vado leggendo «la Repubblica» non per trovarvi una qualche ispirazione, delle argomentazioni che mi illuminino e mi convincano di questo o di quello, ma proprio il contrario, per capire ciò che è buono a partire dal fatto che Scalfari e «la Repubblica» lo considerino un guaio terribile. Posso farvi un elenco completo di “mali nazionali” che «la Repubblica» addita e che si sono dimostrati alla prova dei fatti, invece, delle buone occasioni sprecate per il paese; e, viceversa, posso fare un altrettanto lungo elenco di “virtù nazionali” che «la Repubblica» promuove che possono tranquillamente definirsi delle autentiche boiate. Insomma, è il rovesciamento della famosa frase di Wilson, manager della General Motors, quando nominato segretario alla Difesa da Eisenhower, in audizione disse che non poteva esserci conflitto, perché «what is good for Gm, is good for Usa», ciò che è buono per la Gm è buono per gli Stati uniti: ecco, ciò che è buono per «la Repubblica» è un guaio per l’Italia e viceversa. Per istinto, quindi, leggendo le bordate di «Repubblica» contro la stampa a iosa di euro italiani e berlusconiani, mi sono detto che qualcosa di buono dev’esserci. Il secondo motivo è molto personale, ma non per questo meno valido. Anni fa, il settimanale «Carta» chiese ai suoi lettori di indicare tre proposte importanti per un programma di riforme. Dissi anch’io la mia. Ora, non ricordo le altre due, ma una sì: proponevo di consegnare gratuitamente a ogni italiano una tessera bancomat a credito illimitato. Insomma, con una fava prendevo due piccioni – il bancomat domestico di DeShawn Stevenson e la zecca a tinchitè di Berlusconi. Però, a pensarci bene, e che sarebbe già il terzo motivo, gli Stati uniti cosa fanno, se non stampare dollari a iosa – cos’altro sono i quantitative easing di Bernanke? – e costringerci tutti a sostenerli? E di fronte all’evidenza, quarto motivo, che tutta la liquidità immessa da Draghi non è altro che una partita di giro perché le banche comprino titoli di Stato, cioè il debito pubblico, dato che non può comprarli direttamente, ma a valle arrivano solo spiccioli o poco più? Se avessimo non solo una Zecca sganciata dalle regole di Bruxelles e Berlino, ma proprio l’opportunità di installarci ciascuno nella propria casa – che so, a Ponticelli o a Lucera, a Macomer o a Finale Emilia [non sarebbe un buon modo per ricostruire, dopo il terremoto?] tra il tinello e il salotto, o nell’ingresso, accanto agli ombrelli – un bel bancomat, non si rilancerebbero i consumi?

Nicotera, 6 giugno 2012

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Dalli ai greci: i giornali italiani scoprono il nemico, i greci che votano e Syriza

È colpa della Grecia se il nostro spread vola a 440 e se piazza Affari chiude a -2,47. È colpa della Grecia se la Germania ha imposto il rigore e il fiscal compact a tutta l’Europa. È colpa della Grecia se non si possono tenere le elezioni, vedete che hanno combinato, lo stallo, il caos. Non del nostro governo tecnico che è stato messo lì apposta per salvarci dal baratro e invece continua solo a rovistare nelle nostre case per vedere cosa può prendere o pignorare, un pugno di ministri come dilettanti allo sbaraglio in cui spicca il signor Passera, che sembra il Catalano della trasmissione di Renzo Arbore: “Meglio la crescita della non-crescita, meglio le infrastrutture delle sovrastrutture”. Non delle nostre banche che hanno profittato e continuano a profittare. Non di una fragilità politica dell’Europa che non riesce ancora a vedersi come soggetto di trasformazioni sociali continentali, rovesciando il liberismo di questi ultimi vent’anni. No, d’improvviso i giornali italiani hanno trovato il colpevole, il nemico, il capro espiatorio. La coalizione di sinistra Syriza e il suo giovane leader Tsipras vengono stigmatizzati come irresponsabili per non aver accettato di fare parte di un governo di unità nazionale, sposando in pieno la dichiarazione di Venizelos, leader del Pasok socialista. Oh, quelli hanno votato, mica hanno dato fuoco al parlamento. Titoli del Corriere della sera: «Vincono gli egoismi; Incubo Grecia; La dracma e la guerra civile». Una escalation di scenari terribili. Luigi Offeddu parla di «caos del Partenone», wow, forse è il debito alla cultura ellenista. La Stampa è addirittura insultante. Scrive tale Tonia Mastrobuoni: «Dopo le elezioni, se si riproporrà dunque, peggiorato, il caos di negoziati cui l’Europa ha assistito sbigottita negli ultimi dieci giorni, il default sarà quasi inevitabile. A meno che i greci, nel frattempo, non si ravvedano e non votino con la testa, finalmente». Che si ravvedano e votino con la testa, finalmente. Ma vaffanculo, va. A quando un «Spezzeremo le reni alla Grecia»?
Nei giorni scorsi sul New York Times è uscito uno splendido articolo di Arianna Huffington sulla situazione greca. Tra ricordi della propria famiglia – la Huffington è nata a Atene – e della propria difficile giovinezza e lo sguardo ancorato al presente e a quello che potrebbe accadere, scrive: «Il patto di austerità, con la prevedibile contrazione economica che ne è seguita e che porterà a una stagnazione nel 2013, non può continuare. E come mostrano le elezioni della settimana scorsa, il popolo greco non permetterà che continui; chiedono invece che le cose cambino o attraverso il voto o la violenza nelle strade – o una qualche combinazione delle due cose».
Non è l’analisi di un Nobel dell’economia, come Krugman che dalle stesse pagine da un anno va dicendo le stesse cose sugli effetti dell’austerità in Grecia; e non è neppure l’auspicio di una militante di Occupy Wall Street. Certo, voi direte questa è Arianna Huffington, e quell’altra è Tonia Mastrobuoni. Però, non è solo questo.
È proprio un coro, un coro di pecore del montismo – che è bene dirlo, non è un’invenzione di Monti, ma dei partiti che l’hanno voluto, della politica italiana che l’ha incoronato – che belano contro il capro maledetto. Un coro pronto a indicare persino l’esercizio del voto – certo, il più contraddittorio, ambiguo, complesso dei modi in cui può esercitarsi la partecipazione e la dichiarazione dei cittadini – come un “pericolo” da esorcizzare e congelare.
Il veleno del montismo, cioè del dispotismo delle istituzioni svuotate dalla partecipazione e dal conflitto, in nome dell’emergenza – una sorta di protezione civile della democrazia alla Bertolaso e cricca –, dell’extraparlamentarismo diventato governo, è questo: se i greci votano e rivotano e votano di nuovo, noi invece, che siamo ravveduti e abbiamo la testa sulle spalle, no, noi ce ne restiamo a casuccia nostra, ordinati e disciplinati. Impecoriti.

[foto di myrtopapadopoulos]
Nicotera, 16 maggio 2012

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