La destra è morta, la sinistra non si sente tanto bene, è il big bang della politica

big-bangChe il berlusconismo — come gnommero di sentimenti sanguigni e livorosi di anticomunismo e di ricerca del moderatismo innovatore [che in Italia è come quella del santo graal] — sia finito, lo andiamo ripetendo da un pezzo. È stata l’evidenza della crisi economica, e non certo la bavosità sporcacciona del Priapo di Arcore e del suo caravanserraglio di procacciatori di donnine a prezziario fisso, a spazzare via quella prestidigitazione che teneva insieme volgarità esibite e idee di liberalismo, imprenditori del nord e notabilato del sud, spesa pubblica e meno tasse per tutti, risentimenti contro il teatrino della politica e saccheggio a piene mani, servi in carriera e carriere al capolinea, eia eia alalà e convegni su Popper.
Rimane Berlusconi, circondato da amazzoni e fantini, ancora abili a contraffare qualsiasi corsa elettorale, ma ormai personaggi di un underground clandestino e colorato, fatto di allibratori, cavalli dopati, scommettitori creduloni, vecchi col riporto e il bocchino ingiallito, giovanotti di mano, ragazze del boss, intrallazzoni. Una carovana, un circo, con i domatori ciccioni, le tigri sdentate, e il giro della morte con la moto truccata di un pilota che fu un campione in un’altra vita. Un mondo cioè che non scompare mai e sopravvive di se stesso, come una P5, o una P6 chi tiene più il conto?, alla luce del sole.
La scomparsa della destra di tradizione missina, affondata nell’abbuffata del bengodi nello sdoganamento al potere dopo la lunga fame della marginalità e dell’acquolina da cameriere che serve le portate, abbandonata a se stessa dal suo generale a riposo anticipato, conscio della pochezza spirituale dei suoi colonnelli, vergognoso di busti del duce in gesso o bronzo e gite fuori porta a Predappio che pure erano il suo elettorato fedele, tradito e beffato però dentro le mura domestiche, è anch’essa una non–notizia. La “cosa nera” di cui si parla sarà una notizia? Lanceranno il portafoglio oltre l’ostacolo?
Semmai, è lo sbriciolamento della Lega, pur partito da lontano, passata da un’aleatorietà nazionale tra il 5 e il 10 per cento, con estremi territoriali tra il trenta e il sessanta, che lascia basiti. Per la sua improvvisa vaporosità, dopo le innumerevoli analisi sulla consistenza dura del “sindacato di territorio”, del “partito vecchio stampo con le sezioni”, ma soprattutto per quella combinazione attorno il lavoro e la produzione che metteva assieme odiosi razzismi — l’immigrazione spacciata come causa dei lavori che si perdevano — con rivendicazioni padane e antiromane, progetto di una detassazione felice come rilancio di una produzione estenuata.
Non è che la sinistra sia messa meglio, dilaniata tra rancori di caudillos in esilio e frustate in faccia ai canapi a smentire gli accordi della sera prima, diciamo che Sparta gode dei dolori d’Atene: sul territorio funziona meglio perché il Pd, dopo Tangentopoli, ha costruito — e in alcuni casi, come nell’area tosco–emiliana, potenziato — una rete di relazioni dalla valenza economica, ha “capitalizzato” la presenza nelle istituzioni, non credo dipenda solo dalle facce più credibili — questa è l’analisi di chi continua a dare dell’«impresentabile» ai candidati PdL.
Del “centro” — dopo la pessima gestione di sé di Monti, che funziona da “nominato”, è il suo mestiere d’altronde, ma non ha alcun talento da leader — che te lo dico a fare?
Il Movimento 5 Stelle ha tesaurizzato questa crisi, e non è detto che non continuerà a farlo, ma non è un movimento territoriale [come la Lega] e non è un movimento ideologico [come lo erano la destra missina e la sinistra comunista], quindi non ha radici. È un movimento “nazionale”, con le stesse battaglie dal Friuli alla Sicilia: contro la casta, trasparenza, un certo saint–justismo fra gli adepti. I suoi programmi “nazionali” sono cose orecchiate a destra e sinistra, sta a Messina e è contro il Ponte sullo Stretto, sta in Piemonte e è contro la Tav, sta a Parma e è [almeno era] contro l’inceneritore, sono tutte cose che già si trova confezionate e che avevano bisogno di un’onda d’urto. È ora difficile dire cosa ne accadrà del M5Stelle, per ora vive ancora di abbrivio e di un “ceto parlamentare” miracolato, intanto il suo “lavoro” l’ha fatto — che era inteso come mettere un po’ di paura a quegli orchi dei partiti — per cui molti se ne sono disaffezionati.
Insomma, siamo davvero al big bang. E è il big bang che rafforza il governo attuale, l’unica cosa che può dare una idea di solidità — un nucleo concreto da una massa gassosa — e necessità. Solo che nel frattempo uno su due ha deciso di non votare più.
Non mi strapperei i capelli, anzi.

Nicotera, 12 giugno 2013

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Domenica e lunedì, si vota e si rivota: ma la democrazia è ormai senza cuorum

elezioni_comunaliDomenica e lunedì si vota in 142 comuni in Sicilia e si va al ballottaggio in 67 comuni, città importanti come Brescia e Siena, prima fra tutte Roma. L’attenzione a Roma è sembrata soprattutto concentrarsi su dove finiranno i voti di “Arfio” Marchini e di De Vito [del 5 stelle], e se Marino riuscirà a mantenere il suo distacco da Alemanno; per la Sicilia — si vota a Messina, Catania, insomma, non proprio paesini —, tutti i commentatori lo prendono come un test sulla tenuta del Movimento 5 stelle e sul trend vincente del Pd. Tutto qui.
Il fatto che nella tornata precedente — e già alle elezioni regionali in Sicilia e in Friuli — l’astensionismo abbia raggiungo il cinquanta per cento, cioè che ormai uno su due degli aventi diritto al voto abbia deciso, almeno sinora, di non partecipare alle elezioni è passato in secondo piano, come fosse un dato antropologico [tipo: “al sud storicamente si vota poco”, il che peraltro, numeri alla mano, non è vero, sin dal referendum sulla repubblica] o sociologico [tipo: “la distanza tra cittadini e politica”].
È difficile non mettere in relazione il rinnovato dibattito sul presidenzialismo [o semi, come il semifreddo] con una corsa ai ripari della politica. Preso atto che questo “blocco astensionista” — che non è un blocco ideologico, e si mostra molto fluido, in entrata e uscita — sembra un dato politico assestato, un political divide, tanto da mettere in crisi ogni possibilità di governo solido, tanto vale governare in totale delega verticista. È questo, dell’astensionismo, il “motivo” che impedisce la proclamazione di un vincente, non la legge elettorale o il bicameralismo perfetto, perché le percentuali di astensionismo modificano, rendono “relativo” ogni volta il quadro delle percentuali dei voti raccolti.
Solo che questa forza politica astensionista mette in crisi qualcosa di più della rappresentanza politica e dei suoi meccanismi. Mette in crisi la legittimità politica stessa del mandato elettorale. Cosa e chi rappresenta un qualunque sindaco eletto con una percentuale di voti, rispetto il totale dell’elettorato, che si aggira intorno al venti per cento? Quale mai può essere la sua legittimità politica? E quale quella di un governo, sempre di “minoranza”?
Bisognerebbe introdurre — è un modesto suggerimento al gran consesso dei saggi — una semplice regola: se non si raggiunge la metà più uno degli aventi diritto al voto, ogni elezione è da considerarsi nulla. Dovrebbe essere una banalità fisiologica, questa: tanto quanto il principio che chi prende più voti ha diritto di governare.
Non siamo gli Stati uniti, il più potente impero mai regnante nella storia dell’uomo, retto da un signore che prende circa il venti per cento dei voti: diversi i meccanismi di regolazione e di controllo, di mobilità sociale, di partecipazione, di “peso” di tutto ciò che non è politica ma influenza direttamente la vita dei cittadini. Nella nostra storia, europea, il senso vitale della politica e dei partiti è invece ineludibile.
In questo senso, il Porcellum è doppiamente odioso, sicuro, rispetto il carattere decostituente dell’astensionismo. Ma se non si prende atto che l’astensionismo è una forza costituente, una richiesta potente di un nuovo quadro costituzionale, di un rinnovamento della politica [che non è la rottamazione dei partiti o dei suoi leader], qualsiasi progetto — hai voglia a infilare saggi nel team scritturale — di modifica della costituzione avrà solo un segno di esautoramento ulteriore della democrazia.
Una democrazia senza quorum è anche una democrazia senza cuore.

Nicotera, 7 giugno 2013

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