Lasciate che i detenuti vengano a me

CRONACHE
Arrestati due agenti del carcere di Modica. “Abusavano di giovani detenuti”.

modica_carcere_arrestati_agentiPrima di raccontarvi quello che è successo nel carcere di Modica, Ragusa, vorrei dirvi quello che è successo nel carcere di San Vittore, Milano.
Il 20 novembre 2012, viene arrestato don Barin, il cappellano di San Vittore. Secondo l’accusa, avrebbe fatto leva sullo stato di bisogno dei detenuti facendo avere loro sigarette, saponette, spazzolini e altri piccoli beni per sopravvivere un po’ meglio in carcere, in cambio di favori sessuali. I casi di abuso “certificati” – quelli, insomma, dei quali si era raccolta una sufficiente quantità di prove che potesse reggere al confronto in aula giudiziaria – erano dodici. Tutti uomini di origine nordafricana, di età compresa tra i 23 e i 43 anni, per episodi avvenuti fra il 2008 e il 2012. Per don Barin, dopo alcuni mesi, vennero disposti gli arresti domiciliari e il religioso era passato dal carcere in un convento.
A fine marzo di quest’anno, processo e sentenza. I pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a 14 anni e 8 mesi per violenza sessuale aggravata, ma il giudice di Milano si è fermato a 4 anni di reclusione. Diciamo subito che a noi l’entità della condanna importa poco; quello che sorprende invece è la motivazione della sentenza, pubblicata poi a maggio. Per quattro casi, il giudice ha considerato i fatti di «lieve entità» (molestie o toccamenti commessi «in modo repentino»), e per altri quattro ha riqualificato il reato di violenza sessuale nella formula del consenso indotto, ossia il religioso avrebbe «indotto» i detenuti ad avere rapporti sessuali con lui. Per il giudice, alcuni detenuti «platealmente provocavano l’imputato al fine di suscitare in lui insani impulsi sessuali per ottenere dallo stesso piccoli vantaggi». Insomma, non ci sarebbe stato da parte di don Barin alcun «abuso di autorità» dato che il ruolo di cappellano non è una «posizione autoritativa». E poi in fondo non faceva che fornire consigli per migliorare la vita carceraria oppure «uno shampoo o un bagno schiuma». Esclusa quindi l’aggravante dei motivi abietti e futili, viene cancellato anche il reato di atti osceni in luogo pubblico.

E qui, finalmente, dopo aver voluto strozzare con le tue proprie mani l’estensore di queste motivazioni – per la leggerezza con cui parla di queste cose, di questo inferno, come se proprio avere «uno shampoo o un bagno schiuma» non costituisse in condizioni disperate, quali quelle di questi detenuti, senza parenti, senza amici, senza incontri, senza avvocati, proprio un “limite della propria dignità” e fossero disposti a piegarsi a tutto; per l’orrore che suscita il modo in cui dipinge una dimensione di complicità, di accondiscendenza tra detenuto e cappellano, quasi accogliendo per intero la tesi della difesa del cappellano per cui si era trattato di atti sessuali “tra persone maggiorenni e consenzienti”, consenzienti, consenzienti, lo ripeto, consenzienti –, qui finalmente non puoi che dargli ragione.
Il carcere di questo paese non è un luogo pubblico, è un luogo privatissimo, sottratto a ogni sguardo e a ogni diritto e a ogni regola, a ogni dimensione sociale e umana. Esistono le leggi non scritte dei detenuti – i loro codici, le loro regole, le loro norme, le loro guerre, le loro paci – e esistono le leggi non scritte del personale carcerario – i loro codici, le loro regole, le loro norme, le loro guerre, le loro paci. Tutto quello che invece c’è scritto sul carcere, il diritto, non conta un cazzo.
E adesso vi racconto quello che è successo a Modica.
Due agenti di polizia penitenziaria, in servizio al carcere di Modica, sono stati arrestati per violenza sessuale nei confronti di alcuni detenuti e spaccio di stupefacenti. Stando alle accuse, i due agenti di custodia introducevano all’interno dell’istituto di pena dosi di hashish che venivano regalate ai detenuti che si sottomettevano alle loro richieste. Pare che i due agenti si “spartissero” letteralmente i detenuti scegliendoli preferibilmente tra quelli di nazionalità straniera. Le ordinanze sono state eseguite dopo una lunga attività investigativa, tra maggio 2012 e marzo 2014, scaturita da alcune dichiarazioni rese da un detenuto al personale in servizio presso la Casa circondariale di Ragusa. Le dosi di hashish venivano regalate ai detenuti che si sottomettevano alle loro richieste insieme con altri beni che non avrebbero altrimenti potuto ottenere facilmente (cibo, scorte di sigarette, tabacco, ecc.). Altre volte i due agenti si servivano dell’hashish come “pressione” nei confronti di quei detenuti che si rifiutavano, minacciando di nascondere la droga tra i loro effetti personali e di farla poi ritrovare dai loro superiori con gravi sanzioni.
Questi i fatti di Modica. Non sappiamo se la linea difensiva dei due agenti di custodia arrestati sarà uguale a quella del cappellano di San Vittore, cioè che c’era condiscendenza dei detenuti, che i rapporti erano tra maggiorenni consenzienti, che non c’è stato abuso ma solo induzione, che i detenuti provocavano gli agenti inducendo in loro insane voglie. Non sappiamo se anche loro dal carcere passeranno al convento.
Quello che sappiamo è che uguali sono i detenuti coinvolti in queste storie, a San Vittore e a Modica. Sono soggetti “fragili”, perché non hanno alcuna organizzazione ancorché criminale, non hanno banda, non hanno “fratellanze” che li proteggano.
Dovrebbero essere custoditi con la massima cura, da parte nostra.

Nicotera, 18 giugno 2014

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L’orrore della provincia italiana

CRONACHE
Motta Visconti, Canicattini Bagni, Pietra Ligure, una scia di sangue, frustrazione, dolore.

motta-visconti_omicidioChissà come si rivolterà nella tomba l’anarchico Sante Caserio, nato a Motta Visconti, provincia di Milano, dove l’altro giorno Carlo Lissi ha massacrato con un lungo coltello di cucina la moglie e i due figli, prima di andare a gridare alèohhohh ai gol dell’Italia in Brasile. Perché Caserio, un coltello medesimo, solo pitturato di rosso e nero, i colori dell’anarchia, lo aveva piantato, a neppure vent’anni, nel fegato del presidente francese Carnot, colpevole ai suoi occhi di aver mandato a morte un anarchico innocente e di avere assolto i responsabili della strage alle saline di Aigues Mortes, in cui tanti operai italiani erano stati linciati dai francesi perché accusati di rubare il lavoro. Quando gli proposero di dichiararsi pazzo e salvarsi la vita, purché avesse fatto i nomi dei compagni, Caserio rispose: «Caserio fa il fornaio, non la spia». Altri usi, certo. Altri tempi, certo.
Guardi le foto della casa – “la villetta”, scrivono i giornali – di Lissi, quella dove aveva inscenato una rapina, e ti viene un groppo alla gola. Un comò di bambù, una cucina da Mercatone unico, quell’armadio da camera da letto a parete che incombe sui tuoi sonni e lo puoi comprare a rate da 29 euro al mese, due cestini di rattan porta tutto che sembrano di Ikea o giù di lì. Una casa da dove sembra risucchiata via ogni cura, tutto l’opposto di quelle foto da album di matrimonio così precisine e sprizzanti sorrisi e quasi unte di gel e lacca – ormai ti fanno il pacchetto intero, album e video, e ti portano al mare, al fiume, al lago oppure dove ci stanno tre alberi e un po’ di prato, tutto per duemila euro, pagabili anche a rate, s’intende, «Guardatevi negli occhi, sorridete», clic.
Una giornata infernale: il massacro di Motta Visconti, in provincia di Milano; la donna rumena di trentasei anni uccisa dopo una lite con il marito a Canicattini Bagni, in provincia di Ragusa; un’altra donna, di cinquantanove anni, uccisa a calci e pugni dal convivente, a Pietra Ligure, in provincia di Savona, sempre per una lite, e tenuta lì come un cane per ventiquattr’ore. Non c’è paesaccio italiano che ci risparmi un orrore.
Una giornata infernale, le budella ti si attorcigliano, ti senti sgomento di fronte all’improvvisa eruzione di tanta rabbia, crudeltà, efferatezza, vorresti capire, te lo chiedi: ma che sta succedendo? Come se potessi trovare un qualche filo che si snoda da Motta Visconti a Canicattini Bagni a Pietra Ligure.
E arrivi fino a Mapello, dove si presume siano riusciti a individuare l’assassino di Yara – e ne saremmo sollevati, certo, un vero miracolo in un paese dove la “forensic” non ha mai cavato un ragno dal buco –, dopo quattro anni di figuracce a cominciare dal ritrovamento per caso del corpo dopo avere impegnato migliaia di persone inutilmente (qualcuno chiederà scusa a Mohamed Fikri, il marocchino arrestato mentre stava per tornare al suo paese e indagato per l’intercettazione di una telefonata alla fidanzata, scagionato dopo sedici – sedici – perizie di traduzione in cui la frase «Mio Dio, aiutami nella partenza» era diventata «Che Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io»? E quei cartelli a Brembate, il paese di Yara, «Marocchini tornatevene a casa»? Mmmhh, d’altronde non chiesero scusa neppure a Azouz Marzouk, l’ambiguo e fuori di testa marocchino “prime suspect”, a cui Olindo e Rosa massacrarono a colpi di spranga la donna, il figlio, la nonna e una vicina di casa. Nella villetta di Erba, provincia di Como)
Eccola, forse, la “villetta” dell’assassino-muratore, ecco le foto di lui, vengono dal suo profilo facebook. E chi non ha un profilo facebook a Mapello, a Canicattini Bagni, a Motta Visconti, a Pietra Ligure, a Erba?
Si parla sempre, con certo orgoglio, di questa “provincia italiana” profonda, quella dove si lavora sodo e si produce bene e non si hanno mica tanti grilli per la testa, quella che è ancora capace di esportare e tiene il passo con la globalizzazione e le tecnologie moderne, e poi la vedi, è tutta qui, fatta di “villette” e centri commerciali. Le indagini su Yara si sono snodate tra una specie di discoteca – un capannone, ecco – addossata al pratone in cui fu ritrovato il corpo, e dove prelevarono il dna di tutti quelli che la frequentavano, e il cantiere dove arrivarono d’istinto all’inizio i cani, e che ora è un centro commerciale. Come il centro commerciale “Continente Mapello”, dove ci sono i reparti Kasanova, «Idee sfiziose e a prezzi accessibili per rinnovare e organizzare la tua casa e per creare liste nozze semplici, con prodotti di alta qualità per tutte le famiglie del futuro», e quello Satur Pasisone Casa «per portare in tutte le abitazioni l’amore e la passione per quanto di più bello, di pratico, di funzionale e raffinato esista sul mercato, così da poter offrire sempre le soluzioni perfette per ogni ambiente di casa».
Di sicuro, Lissi avrà comprato in un posto così, i suoi mobili.
La provincia italiana – l’Italia tutta è provincia – è fatta di bravi ragazzi e ottimi vicini di casa, educate persone che salutano sempre al mattino quando escono. Non è che si parli tanto, però, ecco, ci si saluta da lontano, tra le stradine e i giardini delle “villette”.
Fino a che.

Nicotera, 17 giugno 2014

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