Meteo: nessuno sa più dove soffia il vento

You don’t need a weatherman to know which way the wind blows / Non ti serve un meteorologo per sapere dove soffia il vento. Era il 1965 e così cantava Bob Dylan nel suo Subterranean Homesick Blues. Era un inno di rivolta, tanto che la prima mitica organizzazione di sinistra radicale negli Stati uniti si chiamò proprio così, Weather Underground. E loro erano i Weathermen, la cui azione più rocambolesca fu far evadere di prigione il guru dell’Lsd, Timothy Leary. Per festeggiare, forse ingollarono insieme delle pasticche che levati, dopo passarono tutti in clandestinità.
Forse neppure noi abbiamo oggi più bisogno di un “uomo del tempo” per sapere dove gira il vento. E non perché ci sia aria di rivolta. È che ormai non ne azzeccano più una. Dicono che pioverà e splende un sole accecante che asciuga pure l’anima; avvertono che possa esserci qualche abbassamento delle temperature, e tu ti porti un maglione e un impermeabilino leggero, hai visto mai, e viene giù una tormenta; preannunciano l’arrivo dell’anticiclone per il fine settimana e finalmente è iniziata l’estate e l’ombrellone e i racchettoni, e invece arrivano le trombe d’aria che mai se n’erano viste così e sembra l’apocalisse e tu corri per tutta la spiaggia che se li porta via il vento gli ombrelloni e i racchettoni vorresti darli in testa a tutti i colonnelli e alle meteorine delle televisioni.
Quanto più si è intensificata la nostra ossessione per le previsioni del tempo – è diventata una vera mania, ci sono persone che si telefonano per scambiarsi le misurazioni del termostato di casa, lo giuro, io sono una di quelle – e abbiamo riposto nella scienza e nei suoi strumenti di accuratezza tutta la nostra fiducia, tanto più il “tempo” ci sfugge, diventa bizzarro, imprevedibile, come a rivendicare la sua impenetrabilità, hai voglia a mandare satelliti per il cielo.
Certo, il clima non è più solo l’argomento principale delle conversazioni anglosassoni, secondo il loro stesso sense of humour. È un fattore economico e commerciale. E non ne dipendono solo le campagne e gli agricoltori. Ho un amico che ha un’enoteca a Roma con dei tavolini fuori e mi dice di sentirsi un coltivatore diretto: il lavoro gli va bene o male a seconda del tempo, perché il guadambio, se arriva, sono quei tre tavolini che tiene fuori, ma se piove e tira vento, i tavolini non producono clienti, e allora lui si alza tutte le mattine a scrutare il cielo e compulsare su internet i siti meteo. È l’economia dei servizi, fratello, gli dico io. È sto cazzo di postfordismo, dice lui.
D’altronde solo la fabbrica – il Novecento, insomma – era indifferente al tempo. Pioveva che Dio la mandava o veniva giù la grandine o sudavi come una bestia solo a stringere due bulloni, però in fabbrica dovevi andarci. E i ritmi della vita, quelli restavano. Poi, d’estate, ad agosto, la fabbrica si svuotava e si riempivano le regioni meridionali di immigrati. E ritrovavano il sole, le mozzarelle, le melanzane, e le pitte piene di peperoni. A fine agosto si ripartiva. Iniziava l’autunno. Tutto era al posto suo. Ecco, per capirci, l’espressione idiomatica che è ormai entrata nel frasario comune per indicare quel periodo storico di lotte tra i Sessanta e i Settanta è stata: l’autunno caldo. Una imprevedibilità del tempo, una eccezione atmosferica. L’autunno caldo era il nostro Weather Underground. Senza le pasticche dell’Lsd. La bizzarria del tempo, la sua imprevedibilità, lo scarto. Solo che oggi – vedi come si sono rovesciate le cose? – indica invece la vittoria assoluta del liberismo.
No, non voglio fare la lagna dei ghiacciai che si sciolgono, del polo che è arrivato ormai a Copenhagen, dei poveri orsi polari che vanno a svernare in Alabama, non ci credo a queste cose qua. Un anno fa così, l’anno dopo è tutto l’opposto, nevica a Mergellina a luglio, che neppure la Madonna della neve, e a Milano aprono gli idranti per dare un po’ di frescura che è novembre. Da quando l’ecologia si è ammantata di scientismo sembra una cosa che vendono le pentole in televisione – trentotto pezzi dieci euro, e in più un coltello affilatissimo che ci tagli l’acciaio. Che ci farai con un coltello che taglia l’acciaio? Che ci faccio io con un orso polare?
Invece, è che il tempo fa come gli pare, non accetta regole e contrattazioni, nessun compromesso storico fra l’uomo e il clima. Assolutamente libero da ogni vincolo verso la controparte sociale, il clima imbestialisce. Quei poveri sindacalisti del clima che sono gli uomini e le veline dei meteo provano a stemperare le cose, a immaginare tavoli di trattativa, a ammorbidire e smussare temperature e venti. Niente da fare. Gli spiriti animali del clima fanno come pare loro. Gli imprenditori dell’Adriatico si sono arrabbiati e hanno imposto delle regole: le previsioni dovranno essere al massimo per 48 ore, l’area interessata deve essere il più circoscritta possibile, ci deve essere ben visibile la percentuale di affidabilità. Dico io, ma c’è mica bisogno di un meteorologo per questo, chiedete a una vostra nonna o alla vecchia zia zitella, come sarà da qui a 48 ore, no?
Il tempo è diventato metafora dei tempi: l’uomo perde la sua sfida col fuoco. Torniamo ai saperi d’una volta, i dolori dei calli. L’esposizione eccessiva all’informazione scientifica, meteorologica, lascia il posto allo sciamanesimo. Meglio danzare in tondo se vuoi che piova. E se vuoi il sole, tocca legno.
Io guardo i miei mici: se si passano la zampetta dietro l’orecchio per pulirsi, entro tre giorni piove. E poi ho una regola aurea: se porto l’automobile all’autolavaggio, domani piove.
D’altra parte, i sondaggisti politici non ne azzeccano più una, ormai la scommessa è vedere quanto più si allontanano dalla realtà, persino la mitica Ghisleri la storica sondaggista di Berlusconi prende fischi per fiaschi. E pure gli economisti non è che se la passano meglio. Ieri l’altro i titoli dei media erano: «Sorpresa Usa, la ripresa è al 4 per cento». Sorpresa? Fate un altro mestiere, allora. Rimane immortale la domanda della regina Elisabetta a un rinomato economista, dopo il caos del 2007: «Come mai non avete previsto la crisi?» Ecco, appunto, come mai?
You don’t need a weatherman to know which way the wind blows.

Nicotera, 1 agosto 2014

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Cadaveri eccellenti, salme e “tombaroli”

Saddam Hussein, dopo essere stato impiccato il 30 dicembre del 2006, venne sepolto nel suo villaggio natale, al Awja presso Tikrit, accanto alla tomba dei due figli, Uday e Qusay, in un edificio della famiglia, trasformato in mausoleo. Almeno fino a ieri era ancora lì. Qualche agenzia di stampa riferisce voci ancora non confermate al quotidiano “al Quds al Arabi” secondo le quali la salma sarebbe stata spostata. Pochi giorni fa, la famiglia aveva lanciato un allarme. Dopo le diverse tombe di mistici, moschee e altri storici monumenti religiosi fatti saltare in aria dai jihadisti dello Stato islamico in Iraq, temevano che anche per il loro mausoleo potesse avvicinarsi il momento della distruzione. Anche l’area di Tikrit è già sotto il controllo dei fondamentalisti. Così, i congiunti e gli ex fedelissimi di Saddam non escludevano di riesumare il suo corpo, e trasferirlo in una più anonima località. C’è una maledizione che insegue Saddam. Non è stato il solo.
Dopo l’esecuzione e lo scempio di piazzale Loreto, il corpo di Mussolini era stato sepolto al Cimitero Maggiore di Milano, noto come Musocco, in un luogo che doveva essere segreto ma che tutti sapevano dove fosse. Anche Domenico Leccisi lo sapeva. Leccisi era un fascistone, giovane, coraggioso. Uno che a poco più di vent’anni abbracciò la Repubblica di Salò a cercarvi la bella morte. Non morì, però. E quando tutto era finito, con un manipolo di giovanotti fondò il Partito Democratico Fascista. Approfittando della rivolta dell’aprile 1946 nel carcere milanese di san Vittore penetrarono all’interno del cimitero di Musocco, disseppellirono la salma di Mussolini, se la portarono via con una carriola, e la custodirono in un luogo sicuro. Leccisi lasciò un messaggio sul fondo della fossa del cimitero: «Finalmente, o Duce, ti abbiamo con noi. Ti circonderemo di rose, ma il profumo delle tue virtù supererà quello delle rose». La cosa fece uno scalpore incredibile e il ministro Giuseppe Romita seguiva in prima persona le indagini per venire a capo della faccenda. Ai primi di maggio Leccisi consegnò la salma a due frati minori del convento di Sant’ Angelo di Milano. Arrestarono alcuni militanti del partitino di Leccisi, ma lui riuscì a farla franca, la polizia non riusciva a trovarlo. A quel punto si mise in moto la Volante Rossa, che di fascisti ne aveva fatti fuori non pochi, prima e dopo il 25 aprile. A luglio finalmente arrestano Leccisi, e il questore gli disse che era stato fortunato, che quelli della Volante Rossa ci stavano arrivando pure loro. Il 12 agosto le spoglie di Mussolini furono recuperate dalle autorità e trasportate in un convento dei Cappuccini vicino a Legnano, dove rimasero fino al 1957, quando furono restituite alla famiglia di Mussolini, consentendone la traslazione a Predappio. Leccisi intanto era diventato deputato del Movimento sociale italiano.
Per quanto possa suonare macabro, a Musocco uno era andato, l’altro veniva: il 1957 è l’anno in cui arriva al Cimitero Maggiore di Milano il corpo imbalsamato di Evita Perón, esattamente al giardino 41, pietra tombale numero 86, con il nome inventato di sana pianta di signora Maria Maggi De Magistris. Evita, la regina dei descamisados, era morta di cancro il 26 luglio del 1952 a soli 33 anni. L’imbalsamazione fu una decisione di Perón, Evita lo aveva pregato di «non essere toccata da nessuno». Però, durante la malattia non erano state poche le scritte sui muri come “Viva il cancro” o “Evita muori!”. Così, Perón decide di fare delle copie di Evita, tre per la precisione, per prevenire furti e vandalismi antiperonisti. Quattro versioni di Evita. Perón le aveva costruito un mausoleo con i marmi di Carrara ma si dimenticò presto di Evita. Prese l’abitudine di frequentare ragazze davvero troppo giovani, l’ultima, Nelli Rivas aveva appena 14 anni – d’altronde, Evita ne aveva 15 quando l’aveva incontrato –, a cui per premio regalava cimeli di Evita. Si fece scomunicare dalla Chiesa. I militari si fecero avanti. Deposto dal golpe, Perón fuggì dall’Argentina. Cry for me, Argentina.
Il tenente colonnello Carlos Eugenio Moori Koenig, nominato capo del servizio informazioni dell’esercito, aveva elaborato nella sua mente un progetto, “Operazione Evasione”, di cui parlò al generale Pedro Eugenio Aramburu, a capo della Giunta militare. Bisognava nascondere la salma di Evita per evitare che qualsiasi posto si trasformasse in un luogo di culto e, implicitamente, di protesta. Nella notte del 22 novembre rubarono il cadavere di Evita. Moori Koenig lo nascose in casse e armadi, in un furgone, facendola girare di continuo per Buenos Aires, compreso nel retro di un cinema, fino a portarsela a casa nel suo studio, nascondendolo alla moglie, forse ossessionato. Poi preparò il viaggio in Europa: Rotterdam, Bruxelles, Bonn, Genova, Roma, infine Milano, Cimitero Maggiore. Tutto tacque fino al 1971 quando i guerriglieri peronisti, i Montoneros, decisero che il corpo di Evita doveva essere ritrovato. Il loro slogan era: “Se Evita fosse viva, sarebbe montonera”. Per questo sequestrarono e uccisero Aramburu, non prima però di farsi rivelare il luogo dove era sepolta Evita. Il corpo venne riconsegnato al settantaseienne Perón, allora in esilio a Madrid, da fedeli peronisti. Rieletto nel 1973, Perón morì l’anno successivo di infarto. La salma di Evita lo raggiunse a Buenos Aires pochi mesi dopo.
Anche la salma di Perón non ebbe pace. Nel giugno del 1987, al cimitero di Chacarita, a Buenos Aires, la sua tomba fu profanata e alcuni ignoti amputarono e rubarono le mani, chiedendo un riscatto di otto milioni di dollari. Non se ne fece nulla, e non si venne a capo di nulla.
Senza alcuna contropartita, invece, qualche anno fa Oliviero Diliberto, allora segretario del Pdci, in visita al mausoleo di Lenin a Mosca propose di portarla a Roma, la salma, se i russi non la volevano più. Gli rispose piccato l’allora capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè: «La porti a casa sua».
Era proprio quello che aveva fatto il tenente colonnello Moori Koenig, ossessionato da Evita e dal suo cadavere imbalsamato: a un certo punto, se l’era portato a casa, nascondendolo persino alla moglie. La moglie di Diliberto sta appresso al marito?

Nicotera, 31 luglio 2014

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