Federica Pellegrini, imperfetta dea d’acqua

Ai 600 metri – la staffetta è la 4 x 200 stile libero, e Federica Pellegrini è la quarta a tuffarsi, dopo il cambio con Chiara Masini Lucetti – abbiamo quasi cinque secondi di distacco. Cinque secondi sono chilometri, in vasca, una distanza siderale. La svedese Sarah Sjoestrom, la più brillante delle loro nuotatrici, ha fatto una terza frazione strepitosa: voleva mettere quanta più acqua possibile fra loro e noi.
Noi, siamo le quattro ragazze della staffetta, nell’ordine Alice Mizzau, Stefania Pirozzi, Chiara Masini Lucetti, e Fede, tutte del 1993, meno Fede, la più “anziana”, del 1988. Tutti hanno paura di Fede. Viene dall’anno sabbatico, viene da tira e molla con fidanzati e allenatori, ma tutti ricordano quando strappò a Franziska von Almisick, una delle più belle e brave nuotatrici di sempre, il record del mondo ai mondiali di Melbourne. Sì, erano sette anni fa, ma fa ancora paura Fede.
Le svedesi e noi siamo appaiate. Noi siamo in prima, loro in seconda; le altre – russe, francesi, spagnole, ungheresi, inglesi, svizzere – stanno sparse più giù. Noi siamo in prima perché difendiamo il titolo. Lo abbiamo vinto due anni fa, a Debrecem, Ungheria, e seconde sono arrivate proprio loro, le ungheresi. Le abbiamo vinte a casa loro.
La prima a lanciarsi è Alice, Alice Mizzau. La Svezia parte subito aggressiva, ma dopo i primi 200 in testa c’è la Russia, seguita dalla Spagna. Le svedesi sono terze, noi quarte. Ma siamo ancora tutte attaccate, noi solo tre decimi di distacco. Al secondo cambio, con Stefania, Stefania Pirozzi, siamo terze, a solo nove decimi di distacco. Le russe sono seconde. Alla terza frazione entra in vasca Sarah Sjoestrom. E qui le cose cambiano.
La Sjoestrom deve avere un motore fuoribordo attaccato dietro, perché viaggia a velocità supersonica, le bracciate sono rapide e serrate, potenti. Per noi in vasca c’è Chiara, Chiara Masini Lucetti. Ai primi cinquanta metri ci ha già preso due secondi. Ai 150 ce ne ha presi quasi quattro. La Russia è terza. La Sjoestrom spinge ancora negli ultimi cinquanta, Chiara fa fatica, ma la sua bracciata è ancora regolare, solo che quella corre come un motoscafo d’alto bordo. All’ultimo cambio, il distacco è aumentato a quattro secondi e cinquantuno decimi. Potremmo salutarle con un fazzoletto, come si faceva una volta quando i piroscafi si staccavano dal molo e si restava a terra. Siamo tutte a terra, le svedesi si sono staccate dal molo con il loro piroscafo. Le francesi sono terze, a un secondo da noi, per dire. Le altre, non pervenute.
Poi arriva Fede e fa il miracolo. Ora tutti dicono che la Fede ha corso piano, che il suo tempo non è un granché – e ora arrivano le gare individuali –, che insomma sono crollate le svedesi. Come se questo non facesse parte della gara. C’era una volta un calciatore che in allenamento faceva cose straordinarie, dribbling, stop a seguire, collo pieno in tiro al volo, visione ampia del gioco, aveva tutti i numeri. In allenamento. Poi quando c’era la partita sembrava un altro uomo, la tensione, la paura, che ne sai, insomma era la metà di quel campione che si vedeva in allenamento. Perché i campioni sono quelli che hanno sempre fame di vincere, che non si fermano mai, che danno al loro pubblico quello che vogliono, battersi, battersi, battersi. Crollare. Rialzarsi. Vincere.
Fede scende in acqua. Le svedesi hanno lanciato Stina Gardell, una che è pure specialista dei misti. Cioè, le svedesi hanno messo in campo una strategia. Tenere la gara per le prime due frazioni, staccarsi alla grande con la Sjoestrom, e poi mantenere il vantaggio con la Gardell. Perfetto.
Solo che Fede se ne impipa della strategia svedese. Quando Fede si tuffa, i telecronisti commentano che la Svezia è chilometri avanti, che il compito della Pellegrini è difficilissimo. La Fede non sente i commenti. Lei nuota. Ai primi cinquanta la Gardell passa con quattro secondi e dodici decimi di vantaggio, ha perso qualcosa ma la manica è bella larga. I telecronisti commentano che è difficile anche solo pensare di rientrare sulle svedesi. La Fede non pensa. Lei nuota. Ai secondi cinquanta il distacco è ancora diminuito, a tre secondi e 84 decimi. Pensate e contate. Una si tuffa, poi contate quasi quattro secondi, e poi tocca a te. E quando la prendi? Le francesi sono terze a più di cinque secondi dalle svedesi. Dietro stanno a litigare per il terzo posto. Capirai.
Alla fine della terza vasca da cinquanta siamo scesi a due secondi e cinquantatre decimi di svantaggio. Fede ha limato ancora. Un poco, ma ha limato ancora.
Ultima vasca. Fede arriva quasi alle caviglie della Gardell. I telecronisti commentano che il vantaggio è sempre enorme, che siamo argento virtuale. Ci stanno dando lo sciroppo per la tosse. Fede non prende lo sciroppo. Lei nuota. Mancano trenta metri, forse venti.
Io non so cosa sia successo, se la Gardell ha buttato l’ancora al momento sbagliato o d’improvviso le braccia le sono diventate di piombo. So che stavano lì, lei davanti, la Fede dietro. Poi stavano lì, fianco a fianco, lei e la Fede. E poi, gli ultimi dieci metri, la Fede ha messo il turbo e la Gardell ha sentito l’onda che la spostava. Grande Fede.
Le ragazze, noi ragazze esultiamo. Anche i telecronisti impazziscono. La Fede no. La Fede non impazzisce, sta tranquilla, cheta. Resta in acqua. Sembra perplessa. Poi una di noi le si avvicina, si abbassa, la Fede dice qualcosa, tipo che le era sembrato che il cambio con Chiara non fosse proprio perfetto e forse aveva anticipato e allora aspettiamo ragazze del nuoto italiano, che può succedere di tutto, una volta mi hanno squalificata e era una cazzata.
Invece il tabellone dice: Italia, record.
La Fede esce dall’acqua. Ci abbracciamo. Siamo ancora le più forti d’Europa. Dubrecem 2012, Berlino 2014. Scrivete nell’albo, signori, prego.

Nicotera, 22 agosto 2014

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Di nuovo alla guerra, di nuovo

«My name is Maurizio Cocciolone. And I’m a captain from Italian Air Force». Così iniziava un video che creò shock tra gli italiani. Era il 1991 e quella era la prima guerra del Golfo, quella del vecchio Bush. Il capitano Cocciolone, pilota d’aviazione, era stato colpito mentre con il suo Tornado – lo stesso tipo di aereo con cui l’altro ieri si sono scontrati in volo sul cielo di Ascoli due equipaggi – bombardava il sud dell’Iraq. Allora si chiamava “operazione di polizia”. Il movimento contro la guerra fu spietato, cinico e crudele con il povero pilota italiano, che non dava l’impressione di essere un fiero combattente, una volta prigioniero. Nel video, Cocciolone guardava sempre il suo interlocutore fuori campo con l’aria di volerlo assecondare. Le nostre italiche virtù guerriere ne uscivano a pezzi. D’altronde, il coraggio in guerra non fa parte dell’equipaggiamento in dotazione. E non tutti sanno essere fieri come il giovane videoreporter americano, James Foley, sotto il coltello del boia.
Magari succede come con Vittorio Gassman e Alberto Sordi nel film di Monicelli La grande guerra, ricordate? Catturati dagli austriaci e minacciati di fucilazione se non rivelano subito dove si trova il pontile di barche degli italiani, accettano. Tutto, pur di salvare la ghirba. Poi, il comandante austriaco dice una parola di troppo, di disprezzo. E Gassman – veneto – s’impunta: «E alora senti un po’, visto che parli così. Mi te disi propri un ben gnent, hai capito, faccia di merda?» Fucilato. A quel punto, Sordi – romanissimo – dà di matto. Non può più parlare, anche se lo sapesse non potrebbe più rivelare la postazione: «Nun so gnente, stavo ‘a Sanità, ma che ce dicono ste cose a noi? Nun so gnente sor capitano. Io so’ un vigliacco, lo sanno tutti». Fucilato. I due soldati più lavativi, scansafatiche, codardi, rivelatisi coraggiosissimi uomini, quasi per caso.
Cocciolone diceva pure altre cose, oltre al suo grado e la sua squadriglia: «The war is based on a bad reason… to solve a question, political question. War… a bad thing». La guerra è basata su una ragione sbagliata per risolvere una questione politica. La guerra è una brutta cosa. Costretto dalle minacce di morte o improvvisamente illuminato dall’essere precipitato dall’alto dei cieli sull’inferno in terra, Cocciolone diceva una verità semplice: la guerra non risolve le questioni sul campo. Dopo l’era dei Bush, dopo le ferite dell’11 settembre, dopo le “guerre umanitarie” Obama ha segnato la propria presidenza con una promessa: niente più bare americane, ritiro delle truppe, si torna a casa. E ha messo in azione i dispositivi del disimpegno. Non va neppure dimenticato che Obama è il presidente che ha regolato i conti con Osama bin Laden a Abbottabad, Pakistan. Non è un pavido.
Il giovane Foley – rapito nel 2012 – è stato ucciso per costringere l’America a intervenire. Per l’Isis – lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, il Grande Califfato – l’esercito iraqeno è una burletta come nemico, e d’altronde, almeno sinora sono riusciti a batterlo in ogni occasione. Ci vuole un nemico più grande, grande nemico, grande onore.
Ora l’occidente si aggrappa ai curdi. A ferragosto, il Consiglio dei ministri degli esteri della Ue convocato in seduta straordinaria ha accolto “con favore” la decisione di “alcuni stati membri” a consegnare le armi ai curdi iracheni, che combattono l’Isis. La risposta alle richieste dei curdi «saranno fatte in accordo alle capacità e leggi nazionali degli Stati membri e col consenso delle autorità nazionali irachene», si legge nelle conclusioni della risoluzione. Insomma, l’impegno generale è per aiuti umanitari, poi se qualche Stato membro vuol dar le armi lo faccia per conto proprio. Si chiamano “corridoi umanitari”, adesso.
Quello che non si capisce è perché proprio l’Italia abbia tutta questa voglia di far vedere di che pasta siamo fatti noi. Renzi vola a Baghdad in una visita improvvisa, il suo ministro Mogherini si impegna sul versante Ue, il parlamento, stanco, approva e il ministro Pinotti passa in rassegna le armi che manderemo ai curdi. Dice la Pinotti, come per tranquillizzarci, che daremo ai curdi armi e contromezzi di fabbricazione sovietica sequestrate nei Balcani, oltre vent’anni fa. Dice pure che daremo mitragliatrici che le forze italiane non usano più. Insomma, sarebbero dei ferrivecchi. Invece, il capo di gabinetto curdo sembra più preciso nelle richieste: blindati anti-mina, armi anticarro di nuovo modello, visori per la guerra notturna, fucili a alta precisione per i cecchini, elicotteri. Il fatto è che l’Isis ha un armamento strepitoso, hanno gli Humvee americani, per dire, e tutte le armi moderne che sono riusciti a saccheggiare. Così è successo in Libia, dove le truppe islamiste si sono rifornite negli arsenali che dovevano servire a combatterli. E così è successo in Siria. Il ministro Pinotti, che sa queste cose, vuole tranquillizzarci. Però, che diamo a fare dei ferrivecchi ai curdi se devono fermare gli Humvee americani?
I tedeschi hanno deciso di mandare caschi e giubbotti, noi invece abbondiamo.
Ci sono tre italiani sequestrati, nelle mani dei boia, un prete e due ragazze, padre Dall’Oglio e Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. Cosa faremo noi?
My name is Matteo Renzi. And I’m captain of the Italian Nation.

Nicotera, 21 agosto 2014

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