America. Scioperano i lavoratori dei fast-food: sono quattro milioni

Thomas Friedman è un autorevole commentatore politico – ha vinto tre volte il Pulitzer – che scrive un paio di volte la settimana la sua colonnina di opinione sul «New York Times». È sua la “Golden Arches Theory”, la teoria degli Archi d’oro, dove gli archi d’oro sono il logo dei McDonalds. La teoria dice che le nazioni in cui ci saranno i McDonald’s non si faranno mai la guerra. Perché gli hamburger – ovvero, desiderare una vita tranquilla, dove tutto quello che vuoi è stare in pace con i tuoi amici o la tua famiglia, e prendere il tuo cheeseburger, insomma lo stile di vita americano – prevengono i conflitti. Forse la teoria funziona ancora nella strategia geopolitica mondiale – Putin, come primo atto di ritorsione alle misure internazionali applicate contro la Russia per la questione dell’Ucraina, ha chiuso di forza i McDonald’s di Mosca –, ma sul piano interno comincia a fare acqua.
Perché se un conflitto sta esplodendo negli Stati uniti è quello proprio dentro i Golden Arches. Lì dove si fanno i cheeseburger. Oggi 4 settembre è sciopero nazionale dei lavoratori dei fast-food americani. Chiedono che la loro paga minima salariale sia portata ai 15 dollari l’ora. Il doppio di quello che è adesso, 7.25 dollari. E se non è conflitto questo. Non è il primo sciopero: la protesta di maggio interessò non solo i ristoranti in tutti gli Stati Uniti, ma coinvolse anche una trentina di paesi di tutto il mondo. La teoria dei Golden Arches di Friedman ne è uscita a pezzi.
Gli organizzatori hanno annunciato che in più di cento città americane i lavoratori hanno intenzione di dar vita a una “disobbedienza civile non violenta” per richiamare l’attenzione sulle loro richieste. Questa della disobbedienza civile, è una decisione approvata all’unanimità, a luglio, dalla commissione nazionale dei lavoratori dei fast-food. La disobbedienza civile si richiama alle battaglie per i diritti civili, certo. Alla grande tradizione americana del conflitto sociale. Alla protesta dei lavoratori dei fast-food potrebbero unirsi, oggi, migliaia di collaboratori domestici.
I lavoratori americani ricominciano un ciclo di lotte. Potrà sembrare strano che questo accada con un presidente democratico che ha fatto della difesa dei sindacati e dei lavoratori – soprattutto nel periodo più duro della crisi – uno dei punti prioritari del suo programma. Però, fu proprio con Lyndon Johnson – che oggi la storia considera come uno dei migliori presidenti degli Stati uniti, a dispetto della drammaticità della sua “prima volta”, l’uccisione di John Kennedy – e il suo programma di Great Society che l’America visse il suo periodo più intenso di conflitti interni e di democrazia reale, di emancipazione del lavoro e delle minoranze.
Due giorni fa, nel Labor Day, a Milwaukee, Obama ha ricordato di avere già chiesto al Congresso di approvare l’aumento della paga minima oraria a 10 dollari, entrata in vigore in tutta l’Amministrazione. Ha parlato dei tagli che i repubblicani hanno voluto – soprattutto nella scuola pubblica – e che hanno provocato lotte e conflitti. «I’m not asking for the moon. I just want a good deal for American workers», Non sto chiedendo la luna, voglio solo un buon contratto per i lavoratori americani.
Nei giorni di Jackson Hole – quando i governatori delle banche centrali di tutto il mondo si sono riuniti, come ogni anno, per discutere di moneta, debito pubblico e deflazione – una delegazione che veniva da Ferguson, Missouri, dove in agosto era scoppiata la rivolta dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di un giovane nero, si è incontrata con Stanley Fischer, il vice presidente della Federal Reserve, il numero due, insomma, dopo Janet Yellen. La delegazione indossava magliette verdi con una scritta sul davanti in caratteri bianchi che recitava: What recovery? Quale ripresa?, e un disegno che mostrava la caduta dei salari verso il basso, sul dietro.
Reginald Rounds era uno degli attivisti presenti all’incontro. Ha cinquantasette anni e è disoccupato. Dice: «Nel mondo da cui io vengo non c’è nessuna ripresa. Noi abbiamo bisogno di una spinta, per rimettere in moto la batteria. La chiave sta nella creazione di lavoro».
La rivolta di Ferguson della comunità nera, ricondotta a una questione di lavoro, di disoccupazione, e non solo dal segno razziale, lo sciopero dei lavoratori del fast food. L’America torna in piedi a lottare per i suoi ideali di dignità dell’uomo, quelli che l’hanno fatta grande nel mondo.
Lavoro, aumento dei salari, investimenti. Mettete assieme dieci teste d’uovo di economisti e ti complicheranno la vita con i loro diagrammi, i loro spread, il loro debito pubblico, la loro deflazione, la loro recessione. Eppure, non ci vuole il Nobel dell’economia per sapere che affinché ripartano i consumi bisogna aumentare i salari, gli stipendi e le pensioni. Se non ripartono i consumi non c’è ripresa. Sono dieci anni che sono fermi gli stipendi, sono dieci anni che i salari sono abbastanza miserabili. La favola che la competitività di una nazione sta nell’avere salari bassi, che tutte le riforme che bisogna fare sono dal lato del mercato del lavoro non regge. E lasciateli perdere i mini job e quelle paghe da fame, i “mezzi lavori”, come li ha definiti Lucrezia Reichlin. Sentite il presidente Obama, quello che sta riportando indietro le fabbriche che avevano delocalizzato nel suo Paese: «Se dovessi consigliare a un amico dove investire un dollaro, io non gli direi in Cina, non gli direi in Germania, gli direi mettilo negli Stati uniti d’America. Perché qui c’è il miglior lavoratore del mondo».
«America deserves a raise», ha detto il presidente nel suo discorso a Milwaukee. L’America si merita un aumento dei salari. L’America. Oh, Obama, sei tornato.
E ti sei iscritto al sindacato dei lavoratori dei fast food.
Se riparte l’America, quella dei diritti, quella dei conflitti, il mondo ritorna a girare dal verso giusto. È la globalizzazione della lotta degli hamburger.
Non ho mai amato gli hamburger come in questi giorni.

Nicotera, 3 settembre 2014

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007 e stampa: chi gioca coi sussurri di Riina?

Il più asciutto è stato il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che, a chi gli chiedeva una dichiarazione a proposito delle “ultime” rivelazioni su Totò Riina, ha detto: «Basta commenti, non voglio e sono stanco di fare da cassa di risonanza a Totò Riina».
Per la verità siamo stanchi un po’ tutti. E sì, che non bisogna abbassare la guardia; e sì, che dobbiamo lottare contro la mafiosità, ora che la coscienza civile si è risvegliata; e sì, che rimangono zone oscure di quegli anni terribili; e sì, ancora, che la mafia – all’inferno, all’inferno: Vendola si fa prendere un po’ la mano, manco fosse papa che scomunica – è sempre pericolosa e può colpire in modo grave persone, cose, istituzioni.
Però, questo stillicidio di “rivelazioni” fatte dal boss dei boss al passeggio, all’aria, nell’atrio, nei bagni del carcere di Opera a un altro detenuto, presumibilmente prestatosi al gioco delle intercettazioni – uno che per quarant’anni non ha mai parlato nemmeno con sua moglie per dire se gli spaghetti erano al dente o scotti, convinto che c’erano spie e cimici dappertutto, e che ora parla a ruota libera, di Andreotti, di Berlusconi, padre e figlia, della trattativa con lo Stato, di don Ciotti, dei magistrati di Palermo, proprio quando sa con certezza di essere registrato –, a me sembra rivelare che se c’è una guerra in corso è quella fra istituzioni, fra pezzi di istituzioni.
Riina sembra essere diventato l’oracolo ex post – le intercettazioni sono tutte accadute lo scorso anno, per sette mesi, non sappiamo quando è l’inizio, sappiamo per ora che c’è un periodo intenso fra agosto e settembre, e sono tutte depositate nel processo Stato-mafia – di una serie di “questioni”.
Anzitutto, le intercettazioni stesse. Il sindacalista della carta, Giuseppe Giulietti, è il più esplicito: «La circostanza che anche queste dichiarazioni di Riina siano state ottenute solo grazie al metodo delle intercettazioni dovrebbe consigliare quanto meno una grande prudenza a chi pensa di limitarne l’uso e magari di proibirne in tutto o in parte la conoscenza alla pubblica opinione». Una grande prudenza. Non ci si azzardi a toccare le intercettazioni e il disinvolto uso che ne fanno la stampa e alcuni magistrati. Il partito di «Repubblica» e «Il Fatto» non usano prudenza: loro guidano una campagna senza prigionieri a favore delle intercettazioni. Senza se e senza ma. D’Altronde, ne sono i primi beneficiari.
Dice don Ciotti – nelle agenzie che riportavano l’intervista a «Repubblica», dopo la notizia delle minacce di Riina, in una parte poi scomparsa dal sito: «Solo sabato pomeriggio ne sono venuto a conoscenza. E cioè quando lei mi ha telefonato per informarmi che stava scrivendo un articolo, mi ha spiegato che i magistrati avevano depositato quelle intercettazioni nel processo trattativa. E mi ha anche detto che all’epoca i pm di Palermo avevano subito informato il Viminale, per far scattare le misure di protezione più adeguate. Ma nessuno mi ha avvertito delle minacce di Riina. Lo trovo singolare, mi sembra anche una mancanza di rispetto per i due poliziotti che mi seguono ogni giorno».
Già, anche noi lo troviamo singolare. È il pomeriggio del 14 settembre dell’anno scorso, e la televisione ha appena ricordato il ventesimo anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi. Riina parla col solito detenuto, Lorusso: «Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo», dice. Racconta «Repubblica»: «Le parole pronunciate da Riina mettono subito in allarme gli investigatori della Dia di Palermo, che ascoltano in diretta. Viene avvertita la procura antimafia. E nel giro di poche ore parte una nota riservata al Viminale, per sollecitare nuove misure di sicurezza attorno a don Luigi. Sono giorni convulsi quelli, fra Palermo e Roma». Devono essere stati tanto convulsi da avere dimenticato di avvisare don Ciotti. Però, a «Repubblica» l’avvisano.
Don Ciotti comunque prende l’occasione per ricordare che bisogna colpire i beni dei mafiosi, sequestrarli. È un’altra “questione” in ballo. Libera, l’associazione che lui rappresenta, è molto impegnata in questa cosa. Ma è una storia di vicende alterne, di grande coraggio e generosità, e di grandi sprechi e fallimenti. Ho sentito, pochi giorni fa, il procuratore Gratteri esprimere forti perplessità sulla gestione dei beni sequestrati. Non che sia contrario, ma secondo lui diverse cose non funzionano e va rivista tutta la gestione e il modo. Oh, lo dice Gratteri.
Comunque, tornando alla dinamica dei fatti, si dice: «Nel giro di poche ore parte una nota riservata al Viminale». Le intercettazioni vengono cioè desecretate. Era già successo con il pm Di Matteo, del pool di Palermo che indaga sulla trattativa mafia-Stato. A dicembre dello scorso anno, Di Matteo non partecipa all’udienza sulla trattativa Stato-mafia che si svolgeva a Milano nell’aula bunker in cui era prevista la deposizione del pentito Giovanni Brusca. Quattro-cinque giorni prima dell’udienza la Dia che sta registrando Riina, sente minacce contro il pm Di Matteo. La Dia avvisa i magistrati, i magistrati avvisano Alfano: pare ci sia una “deroga” in questi casi, cioè quando è percepita una fase “esecutiva” di un attentato. Riina stava preparando un attentato a Di Matteo insieme al suo amichetto Lorusso nel carcere di Opera? Fatto sta che Di Matteo non va a Milano, e la sua assenza si nota e pesa tantissimo. Pesa soprattutto sulla questione della “trattativa” fra Stato e mafia. Lui tiene in mano queste indagini. Si sente assediato. Dalle istituzioni, mica solo dalla mafia. «Repubblica» e «Il Fatto» lo appoggiano incondizionatamente. È l’altra delle “questioni” in ballo.
Poi, c’è il bacio di Riina a Andreotti, o viceversa. È il 29 agosto, sempre del 2013. Riina dice che non è vero che lo baciò, a Andreotti, però lo vide. Quando? Butta lì una mollichina. «Però con la scorta mi sono incontrato con lui». E allora, subito il partito di «Repubblica»: «Avevano visto giusto i pm del processo Andreotti, Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, che nella loro requisitoria stigmatizzarono i troppi “non so” e “non ricordo” della scorta di Andreotti. Ora Riina si offre di svelare il mistero e riapre il caso». Riapre il caso? Riina si offre?
Poi, c’è Dell’Utri. È il 22 agosto del 2013. Dopo quarantasette minuti di passeggiata nell’atrio del carcere Riina dice a Lorusso: «A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi». Per i pm vale questa frase più di tutte le cose dette dai pentiti. Infilata nella trattativa Stato-mafia. Così, ci dice «Repubblica» il 30 agosto di quest’anno.
Oggi – domani non sappiamo che tireranno fuori – c’è stata la storia delle minacce a don Ciotti. Vere o buttate lì da Riina, era proprio il caso di ingigantire questa minaccia, senza neppure avvisare il prete? E se domani qualche imbecille di mafioso le prendesse davvero come un comando del boss dei boss? Chi se lo porta sulla coscienza a don Ciotti?
«Repubblica», di certo, ci ricorderà delle sue parole sul Vangelo.
Fateci una cortesia: pubblicatele tutte in una volta, fateci un librino, se sono tante e lunghe, da comprare col vostro quotidiano. Magari vende tantissimo.

Nicotera, 1 settembre 2013

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