Matrimonio tra nipoti di mafiosi a Palermo

«Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra…
– Signor curato, – disse un dei due bravi, piantandogli gli occhi in faccia.
– Cosa comanda? – rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo.
– Or bene, – gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, – questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai».
Gli antimafisti a oltranza, quelli che la maledizione civile deve cadere sui figli dei figli dei mafiosi fino alla settima generazione, non lo hanno sussurrato all’orecchio ma strillato nei social network, che quel matrimonio non s’aveva da fare. Di sicuro, non s’aveva da fare lì, davanti al Cristo Pantocratore della Cappella Palatina di Palermo.
Gli è che i due giovani all’altare portano nomi pesanti, sono nipoti di uomini e donne in carcere o latitanti. E pesanti, intendo pesanti. Come Matteo Messina Denaro, zio della sposa, nemico pubblico numero uno.
Ora, le domande sono diverse. La prima: si possono sposare i nipoti dei mafiosi, o no? Presumibilmente sì, almeno fino a quando una qualche legislazione antimafia non lo vieti esplicitamente. La seconda: e si possono sposare con chi gli pare a loro, o si devono sposare con qualcuno “nominato” dal pubblico, come in uno show della televisione? Anche qui, la risposta non può che essere sì. La terza: con chi è più statisticamente probabile che si sposino, visto che le frequentazioni da adolescenti e le “regole” della famiglia e della società finiscono con costruire parametri molto stretti? Con giovani che, come loro, hanno parenti mafiosi; o pensate che si sposino con un carabiniere che sogna di dare la caccia ai latitanti o una giovane laureata in legge che sta facendo il concorso per entrare in magistratura attratta dall’idea di fare un giorno il pubblico ministero in un processone? Diciamocelo: un carabiniere la sposerebbe una nipote di Messina Denaro, per quanto ne possa essere affascinato o la consideri fedele e intelligente? E una giovane che vuole fare carriera in magistratura, lo sposerebbe a un nipote dei Sansone, uno che prestava la villetta dove si rifugiava Totò Riina, per quanto aitante lo consideri, e uomo di casa e capace di diventare buon padre?
E senza essere così paradossale, un ingegnere informatico, uno che domani magari vorrà andare a New York per studio o lavoro lo farebbe, senza il timore che una notte gli spunti la Dea americana vestita da marziano e i mitra spianati da sotto il letto, con l’idea che sta organizzando un summit con i Sopranos di Broccolino? E una giovane antropologa che sta studiando le civiltà precolombiane lo farebbe, senza il timore che un domani, mentre si trova in Colombia a visitare antiche rovine o un qualche museo venga arrestata e perquisita, anche duramente, per il sospetto che stia combinando un qualche traffico con un cartello di Calì o Medellin?
Succede solo nei film che una come Nikita – assassina di professione – sposi un commesso di negozio a cui vuole bene da morire.
Non sto mica dicendo che sono dei giovani sventurati, si sono scelti e si vorranno bene. Sto solo dicendo che è normale che accada. E fino a prova contraria, visto che di questo si sta parlando, è anche legittimo.
Dice, ma non si dovevano sposare là. Perché se si sposavano da un’altra parte non facevate bordello lo stesso? Che facciamo, un referendum sui social network su dove si possono sposare i parenti dei mafiosi? Oppure, le famiglie devono prima passare dalla Procura distrettuale antimafia e chiedere a loro dove si possono sposare quei giovani?
Il parroco della Cappella Palatina, Michele Polizzi, che ha celebrato le nozze, se ne lava le mani: «C’era un nulla osta della Curia per quel matrimonio, ero obbligato a celebrare. E l’ho fatto come sempre».
Francesco Forgione, ex presidente della commissione parlamentare antimafia, e attuale dirigente della Fondazione Federico II, l’istituzione culturale dell’Assemblea regionale che gestisce il complesso monumentale di Palazzo dei Normanni, se ne lava le mani: «Chi si sposa o si cresima o si battezza lo decide solo la Chiesa. L’Ars e la Fondazione non hanno alcun rapporto con le cerimonie religiose».
Ah, don Abbondi di turno, e lo dico nel senso con cui lo valutava Sciascia: «Don Abbondio è forte, è il più forte di tutti… l’uomo del “particolare” perviene con don Abbondio alla sua miserevole ma duratura apoteosi… un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano…». Ecco sì, voi dei social network che siete le odierne “grida”: acquietate le vostre coscienze.
Ha aggiunto il parroco: «Generalmente, non chiedo il certificato antimafia». Già. E chissà che un domani, dopo le storie sulla scomunica e le polemiche sugli “inchini” delle processioni – anche a Palermo, non solo in Calabria, è accaduto, per la Madonna del Carmine a Ballarò, che è dovuto intervenire il priore per dire che certe volte il diavolo si annida pure tra i giornalisti che montano scoop a ogni costo –, una qualche decisione vescovile non preveda pure il “certificato antimafia” per chi intenda convolare all’altare.
Già, i giornalisti. E, a proposito, perché l’Ordine dei giornalisti di Palermo ha una così bella sede in uno dei locali sequestrati alla mafia? È normale, questa cosa qua?

Nicotera, 15 settembre 2014

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Laureana di Borrello: vendere gelato agli ndranghetisti è reato

Dopo il 41 bis e la scomunica del papa e le polemiche nelle diocesi per gli inchini, è ora di un altro provvedimento e monito morale contro la ndrangheta: agli ndranghetisti è vietato leccare il gelato. Il Questore di Reggio Calabria ha deciso di chiudere la gelateria principale di Laureana di Borrello, perché luogo abituale di ritrovo e intrattenimento per soggetti pregiudicati. Il titolare non ha alcuna responsabilità ma la legge dice che non importa che sia innocente. Da lui gli ndranghetisti vanno a leccarsi il gelato, e quindi è il suo negozio che va chiuso.
Il testo unico di legge per la pubblica sicurezza fu varato sotto il fascismo e regolava letteralmente la vita quotidiana degli italiani con tutta l’ansia di un regime di tenere sotto controllo ogni dinamica sociale e disciplinarla e vietare qualsiasi opposizione, persino l’anticamera di una obiezione critica. Benché dalla caduta del fascismo e nell’età repubblicana il testo sia stato, come dire, integrato e “messo a punto” alla luce delle innovazioni sociali, i suoi fondamentali, quelli sono rimasti. Basta d’altronde leggere, a esempio, proprio l’articolo alla luce del quale la gelateria di Laureana è stata chiusa. Recita così: «il Questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini». Espressioni come «moralità pubblica» e «buon costume» sono davvero aleatorie oggi per una stessa definizione giurisprudenziale, nonché per il senso comune. Però, non è difficile immaginare che avessero un senso al tempo: penso, a esempio, ai bordelli. Il senso cioè del “controllo” e dell’ordine dei costumi e delle abitudini secondo le regole del regime. Inoltre, l’obiettivo prioritario era quello di evitare che in qualsiasi spazio pubblico, in qualunque esercizio commerciale aperto potesse aver luogo una chiacchiera sociale che si desse una coloritura antifascista. È, insomma, un articolo “minaccioso”, in cui la definizione del reato sta tutta in capo alla volontà chi gestisce l’ordine pubblico, indipendentemente dalla sussistenza di un reato.
Volete un altro esempio della “antichità” del testo? Eccolo. L’articolo 131, ultimo comma, recita: «È vietato il mestiere di ciarlatano». Benedetto Dio, l’avessero davvero applicato in questi anni, quanti guai, e “turbamenti”, la Calabria si sarebbe risparmiata. Ma questo no, questo – il codice penale specifica per “ciarlatano”: «chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico» – questo, a nessun questore di Reggio Calabria o d’altrove è mai passato per l’anticamera del cervello di notificarlo a qualche politico, macché.
Ora, a Laureana non sono avvenuti tumulti, almeno per quel che se ne sa, né tanto meno gravi disordini. E soprattutto non sono avvenuti in quella gelateria, frequentata normalmente dai cittadini, picciriddi, golosi, coppie di fidanzati, pensionati che si godono il loro unico vizietto di gola, femmine schette e maritate, e da coloro che arrivano e passano per i più diversi motivi in quella cittadina. Ci andranno pure gli ndranghetisti, per carità, chi dice di no. Però gli ndranghetisti andranno pure a comprare la carne, che facciamo chiudiamo la macelleria? Oppure a prendere il pane o a cambiarsi il cellulare e a ritirare qualche oggettino in gioielleria, che si fa, chiudiamo tutti i negozi perché “frequentati” dagli ndranghetisti? E va bene chiudere quelli che fanno da prestanome e servono per azioni illegali di riciclaggio o che, e va bene (mah) chiudere quelli che pagano il pizzo, ma una persona innocente, pulita, pure lui va punita? Chiudere un esercizio è un grave danno, non solo per il mancato guadagno, ma per l’immagine del titolare, per le parole che si dicono – e puoi immaginare in un paese –, insomma per il buon nome di una persona oltre che commerciante.
Si è tanto parlato, in questi ultimi tempi, della trattativa fra lo Stato e la mafia, e dei papielli che giravano nelle campagne di latitanza e nelle stanze del Palazzo. Ora, dico io, il questore non la poteva fare pure lui una trattativa? Che so, gli mandava a dire agli ndranghetisti di non stare là tutto il giorno, magari di darsi degli orari, tipo il pomeriggio dalle diciassette alle venti, e poi niente la sera, coprifuoco. Oppure, di non mettersi a leccare tutti i gusti, così sfacciatamente, che so, potevano andare bene i gusti alla frutta, c’è la fragola, il limone, il melone, per dire, ma di non chiedere mai, mai, quelli al cioccolato, alla nocciola o al pistacchio. Il pistacchio, proprio no. Magari ne usciva una ragionevole transazione. E la gelateria continuava il suo mestiere.
E poi, dico a voi, benedetti ndranghetisti. Con tutto quel po’ po’ di diavolerie che ci avete da fare, e metti la bomba per minaccia, e vai da quello a riscuotere il pizzo, e spacca di sopra e spacca di sotto, ma dove cazzo lo trovavate il tempo di starvene stravaccati per ore a leccarvi il gelato?
La panza tanta, v’è venuta con tutto quel gelato. E se proprio vi andava di gusto, non vi potevate comprare la vaschetta e ve la portavate da qualche altra parte, che ci risparmiavate pure?

Nicotera, 13 settembre 2014

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