Il prezzo del sangue per Reyhaneh Jabbari

«Dei denti della mascella: se qualcuno fa cadere a un altro uno o più denti della mascella, paghi per un dente una composizione di otto solidi. Dell’orecchio tagliato: se qualcuno taglia un orecchio a un altro, gli paghi una composizione pari alla quarta parte del suo valore. Della ferita al volto: se qualcuno provoca una ferita al volto a un altro, gli paghi una composizione di sedici solidi».
C’è scritto così, nell’editto di Rotari, che metteva per la prima volta per iscritto in latino le leggi dei longobardi. È la legge del guidrigildo, che nel diritto penale di alcune popolazioni germaniche stabiliva una indennità congrua, per risarcire il danneggiato e i suoi parenti, commisurata a seconda del valore sociale dell’offeso: un uomo libero valeva, a esempio, meno di una donna, ma più di uno schiavo.
È il prezzo del sangue.
Servì a fermare la vendetta privata della famiglia dell’offeso: «affinché la faida, che è inimicizia, dopo accettata la sopraddetta composizione, sia posposta e non si richieda più oltre».
Servì a fermare la legge del taglione. Così c’è scritto nell’Antico Testamento, Levitico: «Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro».
E così dice la Sura 5 del Corano, La Tavola Imbandita: «Per loro prescrivemmo vita per vita, occhio per occhio, naso per naso, orecchio per orecchio, dente per dente e per le ferite, uguale per uguale. Quanto a colui che vi rinuncia per amor di Allah, varrà per lui come espiazione. Coloro che non giudicano secondo quello che Allah ha fatto scendere, questi sono gli ingiusti».
Era già tutto scritto per Balal Abdullah, vent’anni, condannato a morte per aver ucciso a coltellate un suo coetaneo durante una rissa in strada, sette anni fa. In aprile, a Noshahr, una città nel nord dell’Iran, Balal era stato trascinato in piazza e gli era stato messo il cappio al collo. La madre della vittima avrebbe dovuto spingere via la sedia che sorreggeva il condannato, perché questo prevede la sharia, questo è scritto nella legge dell’occhio per occhio. E invece, la donna prima lo ha schiaffeggiato, e poi lo ha perdonato, e il marito gli ha tolto il cappio. La donna ha poi raccontato di aver sognato il figlio tre giorni prima, che le diceva di non vendicarsi, assicurandole di trovarsi in un posto tranquillo.
Nel mondo islamico, il prezzo del sangue è la Diyya. Puoi perdonare, e il tuo perdono salverà la vita del condannato.
È a queste disposizioni che si stanno appellando artisti iraniani mobilitati per salvare la vita di Reyhaneh Jabbari. Sette anni fa uccise un uomo che tentò di stuprarla. Lui era un funzionario del ministero dell’Intelligence. La invitò a casa dicendole che doveva arredarla – Reyhaneh, aveva allora diciannove anni e iniziava questo mestiere – e provò invece a usarle violenza. Reyhaneh confessò subito l’omicidio e ne raccontò la dinamica. Si era solo difesa. Non le hanno mai creduto. Non le fu garantita l’assistenza di un avvocato durante la deposizione, anzi, in sette anni di detenzione l’avvocato l’ha incontrata soltanto due volte. Nel 2009 venne condannata a morte da una corte penale a Teheran. La sentenza fu confermata dalla Corte Suprema pochi mesi dopo. Già per due volte – a aprile e settembre di quest’anno – le autorità avevano comunicato la data dell’esecuzione, e per due volte l’hanno rimandata. La madre della giovane, Sholeh Pakravan, ha saputo che la figlia è stata trasferita dal carcere di Rajaishahr, nei pressi di Teheran – dove familiari e amici di Reyhaneh avevano manifestato subendo la violenza delle forze di sicurezza –, a quello di Varamin, a sud della capitale, e che il nome di Reyhaneh è sulla lista delle prossime esecuzioni. Ora c’è una nuova data, domani.
Iran Human Rights (Ihr), organizzazione per la difesa dei diritti umani, ha lanciato una campagna di mobilitazione internazionale per fermare l’esecuzione di Reyhaneh. Anche Amnesty International si è mobilitata, sottolineando soprattutto i molti dubbi sulle circostanze in cui è avvenuto il fatto. In Italia è molto attiva Neda Day – il presidente, Taher Djafarizad, risiede a Pordenone – che ha invitato a recapitare un messaggio di protesta contro Rohani, il presidente iraniano, all’ambasciata a Roma. Djafarizad è molto duro con il presidente iraniano: «Da quando è al potere, dice, le esecuzioni sono aumentate. Non è un moderato e l’occidente ripone in lui una fiducia ingiustificata». Solo quest’anno, ricorda Iran Human Rights, sono più di cinquecento le persone giustiziate in Iran. L’Iran è il secondo Paese al mondo dopo la Cina per numero di esecuzioni.
In aprile era sembrato che il figlio del funzionario ucciso fosse disposto ad accettare la Diyya se la ragazza avesse rivelato il nome di un secondo uomo che sarebbe stato nell’appartamento al momento dell’uccisione del padre. Ma Reyhaneh non può raccontare quello che non è accaduto. Il presidente di Neda Day, Djafarizad, ha saputo che di recente il figlio della vittima è andato nel carcere dove è detenuta Reyhaneh, chiedendole di negare di aver subito un tentativo di stupro da parte del padre. In quel caso, potrebbe perdonarla e, in base all’ordinamento iraniano, non verrebbe impiccata, proprio come è successo a Balal Abdullah, il ragazzo di vent’anni salvato quando aveva già il cappio al collo. «Ma questo, aggiunge Djafarizad, vuol dire che la ragazza dovrebbe dichiarare il falso e lei ha detto più volte che questo è impensabile e inaccettabile».
La madre di Reyhaneh ha chiesto «ai politici italiani di fare arrivare la mia voce alle autorità iraniane, al Pontefice di pregare per la mia bambina e al Vaticano di mettersi in contatto con le autorità religiose del mio paese, aiutando così una madre disperata».
Non so se abbia ragione Djafarizad, il presidente di Neda Day, a essere così duro con Rohani. Ci è sembrato che la sua elezione e le parole dette subito dopo mostrassero delle aperture. Obama si è spinto molto in avanti – una mano tesa verso il mondo arabo, Rohani e l’Iran – e questo gli è costato molto nei rapporti con Netanyahu e Israele. E anche Rohani, nel suo discorso all’Onu disse che l’Iran non avrebbe mai sviluppato armi nucleari.
Questa è la geopolitica, i grandi scenari internazionali delle potenze del mondo e regionali. Con quello che sta succedendo in Siria e in Iraq, tutto è diventato molto complicato.
Poi ci sono le vite di uomini e donne, le loro speranze, i loro desideri, la disperazione.
Quella è la geopolitica. Poi c’è la vita di Reyhaneh. La giustizia degli uomini.
A noi interessa questa, non il prezzo del sangue.

Nicotera, 7 ottobre 2014

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Morire per Kobane

Moriranno tutti i curdi, fino all’ultimo uomo, donna o bambino, lì a Kobane, sul confine turco-siriano. Lo sanno. L’Isis, il Gran Califfo dell’Orrore, non fa prigionieri. A meno che tu non sia inglese o americano o francese, e possa essere tenuto per un paio d’anni in qualche buco di culo della Siria o dell’Iraq e poi tirato fuori un giorno e conciato con una divisa arancione e messo davanti a una telecamera per sgozzarti. Un curdo non vale neppure un secondo di telecamera del Gran Califfo. Un curdo non vale niente per la Grande Scena dell’Orrore.
Loro lo sanno. E continuano a combattere. Riservano l’ultima pallottola per sé, come Ceylan Ozalp, una ragazza di diciannove anni, sulla prima fila di fuoco. Oppure, come Arin Mirkan, madre di due figli, rimasta senza munizioni, si lanciano addosso al nemico con la loro cintura di esplosivo e si fanno saltare in aria. Quattordici ne ha ammazzati, Arin, e gli ha distrutto un mezzo corazzato. Ne hanno tanti, di mezzi corazzati, i jihadisti. Non basteranno tutte le cinture di Kobane per fermarli. Loro, i curdi, lo sanno. Ma continuano a combattere. Per la loro terra. E per noi.
Avevano sorrisi dolci e occhi di fuoco Arin e Ceylan. Sono belle le donne curde. Sono fatte di terra e di sole. Devono essere aspre le donne curde. Sono mill’anni che combattono. Sono mill’anni che vedono l’orrore, vuoi che si mettano paura per Jihadi John o per Abu Saed al-Britani? Non è per paura che tengono in serbo l’ultima pallottola. Un curdo vivo non l’avranno mai più i jihadisti. È successo a Mosul, non succederà più. È successo a Jarablus – quattro curdi decapitati, tre erano donne. Non succederà a Kobane.
È come Fort Alamo, cento uomini contro i mille e mille del generale messicano Santa Anna, cento schioppi contro mille e mille cannoni. Non ne rimase uno vivo, tirarono fino all’ultimo. È come nel ghetto di Varsavia, rivoltelle e fucili da caccia contro i panzer tedeschi che buttavano giù intere palazzine a ogni tiro di cannone. Non ne rimase vivo uno, tirarono fino all’ultimo. È come a Guadalajara, a Valencia, a Madrid, a Barcelona, durante la guerra di Spagna: non si arresero mai i repubblicani.
È come sempre, quando tutto l’orrore del mondo si concentra in uno spazio ristretto, in una ridotta, in una trincea. E da una parte c’è il bene e dall’altra c’è il male. Non c’è spazio per troppi sottili ragionamenti e distinguo. Troppo vicini, l’uno all’altro, troppo a ridosso. Una sottile linea rossa. O stai di qua o stai di là. Oggi è così a Kobane. È così per loro.
E come a Fort Alamo, come a Varsavia, come a Valencia, c’è sempre qualcuno che dovrebbe arrivare a salvarti e non arriverà mai, non basterà mai.
Gli abbiamo promesso armi, ai curdi, ma non gliele diamo. Gli americani hanno paura a dare armi ai curdi, hai visto mai che poi continuino a combattere per conto proprio. L’ultima volta che hanno dato armi, ai mujaheddin afghani per combattere i sovietici, poi è successa la fine del mondo. Letteralmente. I turchi non faranno passare nessuno per aiutare i curdi, temono che se poi li aiuti quelli si fanno forti e rivendicano la loro terra. E i turchi hanno troppi conti in sospeso coi curdi per dar loro questo vantaggio. Se entrano in territorio siriano, lo faranno per i propri interessi. Abbiamo promesso. Gli americani mandano i loro droni. Anche l’Australia manderà i suoi aerei e anche il Canada. Ce la faranno gli aerei canadesi a arrivare? E quelli australiani? It’s far away l’Australia; it’s far away il Canada. È tutto troppo lontano da Kobane.
È sul campo che si decide la guerra. E lì ci sono i peshmerga a fronteggiare gli jihadisti. Lì ci sono i curdi. Lì c’erano Arin e Ceylan.
Una sottile linea rossa. Kobane è una cittadina di cinquantamila abitanti. È come Rho, come Battipaglia, come Mazara del Vallo. Provate a immaginare la guerra in una di queste cittadine. Si combatte ormai casa per casa, la linea del fuoco è dentro la città, tra i quartieri. L’Isis avanza, da sud, da est. Hanno l’artiglieria pesante. Buona parte dei civili sono fuggiti, turcomanni, azeri, arabi. Sono rimasti i curdi, combattenti e civili.
Io non ci capisco nulla di geopolitica, non saprei neppure spiegare bene cos’è questo “esercito dei volenterosi” messo assieme da Obama dove ci stanno dentro quegli stessi stati arabi che hanno foraggiato per anni il terrorismo fondamentalista e che si combattono in Siria su fronti opposti come già s’erano combattuti in Libia. Non riesco a spiegarmi come dopo un intervento militare durato anni in Iraq e dopo aver messo su e incensato un presidente poi lo si sia deposto e se ne sia messo un altro, e alla fine della fiera ci si ritrova con mezzo Iraq nelle mani dell’Isis.
Adesso tutto questo per me conta poco.
C’è un uomo nero che brandisce un coltello e tiene per la collottola un prigioniero, James Foley, e dopo aver farneticato delle frasi gli taglia la gola. E dice che il prossimo sarà Steven Sotloff. E poi c’è un uomo nero che brandisce un coltello e tiene per la collottola un prigioniero, Steven Sotloff, e dopo aver farneticato delle frasi gli taglia la gola. E dice che il prossimo sarà David Haines. E poi c’è un uomo nero che brandisce un coltello e tiene per la collottola un prigioniero, David Haines, e dopo aver farneticato delle frasi gli taglia la gola. E dice che il prossimo sarà Herve Gourdel. E poi c’è un uomo nero che brandisce un coltello e tiene per la collottola un prigioniero, Herve Gourdel, e dopo aver farneticato delle frasi gli taglia la gola. E dice che il prossimo sarà Alan Henning. E poi c’è un uomo nero che brandisce un coltello e tiene per la collottola un prigioniero, Alan Henning, e dopo aver farneticato delle frasi gli taglia la gola. E dice che il prossimo sarai tu.
Una sottile linea rossa. O stai di qua o stai di là. Oggi è così a Kobane. È così per loro.
È così per noi.

Nicotera, 6 ottobre 2014

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