Pudore per Loris, il bimbo morto a Ragusa

Chi indaga, dice parole caute e prudenti. «Non escludiamo nulla», dicono. Chi raccoglie prove e svolge interrogatori – polizia, carabinieri e scientifica –, non si sbilancia più di tanto. «Non abbiamo ancora certezze, seguiamo ogni ipotesi e ogni pista». La stessa autopsia – svolta in un battibaleno, sotto la pressione e l’ansia di sapere – non dà definitive informazioni, e i patologi hanno bisogno di tempo, probabilmente, per svolgere ancora rilievi. Per la stampa, però, per quell’imperativo morale dei giornalisti a dare informazioni al pubblico, è già bell’è fatta.
«Loris vittima dei pedofili?», titola uno. «Orrore. Loris violentato e ucciso», un altro. Il piccolo Loris è stato soffocato, no, colpito con qualcosa, è stato ucciso sul posto, no, trascinato lì, l’hanno gettato nel canalone, no, ce l’hanno portato, nel canalone, era un bimbo estroverso, no, era introverso, scompariva spesso, non sarebbe mai andato con qualcuno che non conosceva, forse era già stato vittima di abusi e violenze. Il cacciatore che l’ha ritrovato non è indagato, però, adesso non risulta, ma potrebbe. Domani, chissà. E la zia ha detto questo, e il padre ha detto quello, però l’una smentisce che voleva dire un’altra cosa, l’altro smentisce che non ha mai detto nulla. E poi la maestra, e la preside, e la sindaca. E una pletora incredibile di personaggi minori – il maresciallo in pensione, l’immigrato che lavora nei campi, il vigile urbano – che non dicono nulla, ma vengono coinvolti, gli si fanno domande, perché bisogna fare il pezzo e mandarlo in stampa. Quando non ti bastano più le frasi per il numero di battute che devi chiudere, puoi sempre parlare delle meraviglie di quei posti che pure il commissario Montalbano ci girano, per la televisione, anche se non è Vigata, tanto che importa? E poi ci sono i cani molecolari, che gli basta annusare un pedalino, e partono a razzo, no?
A volte, magari, bisognerebbe tacere. A volte, magari, bisognerebbe solo raccontare le poche cose che si sanno. Santa Croce Camerina, Ragusa. Il bambino è stato accompagnato al mattino a scuola dalla madre, che poi ha proseguito per portare all’asilo il fratellino. Loris però, a scuola non ci è mai entrato. La madre se n’è resa conto quando è tornata per prendere il bambino: i suoi compagni di classe le hanno detto che Loris, quel giorno, non era venuto. Allarme, inizio delle ricerche. La madre allerta il marito che era fuori per lavorare – fa il camionista – e che rientra subito. Ritrovamento del corpo a pochi chilometri di distanza, comunque una enormità di spazio per un bimbo di solo otto anni. Cosa sia accaduto, al momento, sono solo congetture. Le prime 48 ore sono fondamentali per ritrovare una persona scomparsa; dopo 72 ore, le probabilità di ritrovarla si azzerano impietosamente. Volontari della comunità del paese hanno affiancato subito le forze di polizia. E Loris l’hanno trovato, morto, purtroppo. Il ritrovamento l’ha fatto un vecchio cacciatore, uno che lì, al “Mulino Vecchio” ci va forse per tirare due pallettoni a qualche beccaccia di passo. Oppure. Lasciate che lavorino, chi indaga, i magistrati, ci vuole tempo adesso per mettere assieme i tasselli.
Però, ecco, non ci è piaciuta la dichiarazione del procuratore di Ragusa che invitando a non «dare la caccia alle streghe» ha chiesto alla popolazione di fornire elementi per l’indagine, anche solo con una telefonata che resterà anonima. Si renderà conto, il procuratore, di quello che sta scatenando? E delle due l’una, o ha ragione il ministro Alfano che dice: «Abbiamo mandato i migliori investigatori a Ragusa», e quindi perché lanciare quell’appello “alla gente”? Oppure, il ministro Alfano – e non è la prima improvvida dichiarazione in casi di cronaca – parla tanto per parlare.
Non riesco neppure a immaginare il dolore di quella madre. Dicono che non abbia più lacrime. Non è vero, porterà sempre questo dolore dentro, piangerà sempre. Non riesco neppure a immaginare il dolore di quel padre, lontano per lavoro, con quel cognome “foresto” – Stival, veneto – che racconta di migrazioni. Hanno perduto un loro figlio, uno scricciolo d’uomo nelle foto, con due occhi grandi grandi. La cronaca non fa che fornirci storie di genitori che perdono i figli, preda d’un qualche rapace violento, e che mantengono una estrema dignità, mai una rassegnazione, i Claps, i Gambirasio, i Poggi, sono i primi che vengono in mente, mai un gesto, una parola sopra registro. E ne avrebbero anche diritto. Come se il dolore si fosse portato via tutto. Come non restasse niente.
Certo, vogliono sapere cosa è successo ai loro figli. Niente glieli restituirà.
Anche noi vogliamo sapere. Anche per il piccolo Loris. Sarà stata una disgrazia, una fuga sconsiderata, una maledetta caduta? Sarà stato vittima, anche lui, d’una improvvisa e malsana follia? Si sta indagando, si raccolgono elementi, si valutano. Sapremo.
Ma il baraccone dei titoloni non serve proprio a nulla. Niente ce lo restituirà. E questa è davvero l’unica cosa sicura.

Nicotera, 1 dicembre 2014

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Pagani, Salerno: fallito assalto a furgone blindato

Ci sono tre modi per rapinare una banca. Il primo, che sembra il più fesso, è entrare dalla porta principale, dirigerti verso uno sportello, puntare il tuo ferro in faccia a un’impiegata e intimarle di consegnarti subito quello che ha in cassa. Lei sarà terrorizzata, non gliene frega un fico secco di difendere i soldi e molto probabilmente eseguirà alla lettera quello che tu le stai dicendo di fare. Dopo di che, prendi i soldi, torni sui tuoi passi e te ne vai. Hai due minuti di tempo, più o meno, prima che arrivino la polizia, i carabinieri e tutti quei ficcanaso che non sanno cosa fare durante il giorno e non gli pare vero di mettersi attorno un nastro a strisce bianche e rosse, di quelli che delimitano l’area di un crimine. Insomma, può andarti bene. E può funzionare anche con un temperino o solo un biglietto minaccioso. Se non hai una Glock di ceramica calibro 9, che passa tutti i metal detector, o non sei in grado di fabbricarti da solo una pistola con la stampante 3D, con un colpo solo in canna. Insomma, se sei uno sfigato. Solo che porti a casa pochi spiccioli. E per quanto ti sia travisato, tempo altri due o tre colpi e ti stanno addosso.
Il secondo modo è prendere la banca con tutti quelli che ci stanno dentro. Ci vuole un’organizzazione quasi militare e perfettamente oleata. Devi tenere per un periodo di tempo degli ostaggi, fra i quali ci può sempre essere uno che vuole fare l’eroe, e fa scattare il casino. O ci può essere qualcuno dei tuoi che non regge la tensione e comincia a fare il matto. Arrivano la polizia e i carabinieri, circondano la banca e sei fottuto. Se invece va bene – e tante volte va bene – il bottino però, è sostanzioso. Se hai previsto una buona linea di fuga, marameo.
Il terzo modo è assaltare un furgone portavalori. Che funziona più di una banca, perché va in giro e raccoglie soldi o porta soldi. Tanti soldi. Assaltare un furgone è un problema, perché ormai sono come dei carri armati in miniatura, con le pareti blindate e le gomme speciali e da dentro ci sono le feritoie da cui le guardie possono difendersi e sparare. Però, c’è sempre un momento in cui anche il piccolo carro armato è indifeso. E è quando le guardie devono scendere per prendere o portare i soldi. Possono essere pochissimi minuti, ma lì è il tuo momento. Lì sono allo scoperto. Se hai messo in conto che può scoppiare un conflitto a fuoco e devi essere pronto all’evenienza. Qualcosa di simile devono aver pensato quelli che ieri hanno assaltato un furgone portavalori nel centro di Pagani, Salerno. A corso Padovano, che sta proprio nel cuore della città. Pieno di negozi, di uffici, di automobili e di gente.
Pagani è una cittadina di circa trentacinquemila abitanti nel territorio della Valle del Sarno che prende il nome di Agro nocerino. Dista 15 chilometri da Salerno e 32 da Napoli. Oggi è un nodo essenziale per la distribuzione commerciale delle produzioni agricole; c’è il mercato ortofrutticolo che è crocevia del commercio dell’ortofrutta non solo della regione ma di tutto il Meridione. Insomma, ne devono girare di soldi. E, come tutti i bravi meridionali, i soldi si mettono alla Posta. È all’ufficio postale che era diretto il furgone portavalori. E lì vicino c’è pure una filiale del Banco di Napoli, chissà se doveva passare pure di là. E è proprio in quel punto – nel centro della cittadina – che è scattato l’assalto.
Quell’ufficio postale deve essere iellato. Nel 2008 tre rapinatori provarono a svuotarlo. Fermi tutti, è una rapina. Solo che dentro c’era il tenente dei carabinieri Marco Pittoni. Che fece quello che doveva fare. Intimò ai banditi di arrendersi. E quelli fecero fuoco, uccidendolo. Magari quelli di ieri non lo sapevano. O magari non gliene importava. Si sentivano più furbi. E poi, loro mica sarebbero entrati nell’ufficio. Sennonché qualcosa è andato storto.
È successo pure ieri l’altro dall’altro capo dell’Italia, sulla A1, sulla carreggiata sud all’altezza di Borghetto Lodigiano, Lodi. Avevano dato alle fiamme alcune auto e aspettavano un furgone. Avevano pure sparso dei chiodi per terra, in modo da bucargli le ruote e costringerlo a fermarsi. Solo che i furgoni erano due. Il primo ha preso i chiodi, ha sbandato e s’è fermato. L’altro invece è riuscito a passare, e era quello con i soldi, tanti soldi, cinque milioni di soldi. Erano le 6 e 30 del mattino, e passavano tanti automobilisti. Questo, non li ha fermati. Hanno iniziato a sparare con armi da guerra. Dovevano essere otto o nove a entrare in azione. Un gruppo paramilitare. Solo che non sono riusciti a fermare il furgone. Che se ne è andato via con i soldi.
A Pagani è successo pure il finimondo. I banditi si sono messi a sparare. Le guardie si sono messe a sparare. In mezzo alla gente, che era fuori per negozi, per versare i soldi alla Posta, per comprare qualcosa, per prendere un caffè. Ci sono tre feriti, due donne e un uomo, un trentottenne figlio di un gioielliere della strada. Colpito in faccia. Adesso sembra fuori pericolo, come anche le due donne. I proiettili dovevano sibilare come zanzare, come quando Pagani era campagna e si facevano le bottiglie di pomodoro. Chi è stato svelto si è buttato per terra, dietro le automobili. Se vedi le foto degli agenti della Scientifica che setaccia la zona in cerca di reperti, li vedi che cercano proiettili arrampicandosi sulle scale, in alto, sulle insegne dei negozi, vicino le finestre delle case.
L’assalto era fallito. E a quel punto la cosa migliore era andare via il prima possibile. Sgommare a tutta velocità verso l’autostrada, che è vicina. Hanno trovato un’auto in fiamme vicino lo svincolo. Devono avere fatto il cambio di macchina, come avevano già previsto, e poi dato alle fiamme il veicolo usato per assaltare il furgone, per cancellare ogni traccia.
Questo era il piano. Solo che stavolta sono rimasti a bocca asciutta.

Nicotera, 28 novembre 2014

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