Il papa: «Diffamare è il male dei giornali»

A Francesco di Sales, appena ordinato sacerdote, nel 1593, lo mandarono nel Chablais, che poi sarebbe il Chiablese dato che sta nell’Alta Savoia, ma l’avevano invaso gli Svizzeri e tutti si erano convertiti al calvinismo. Insomma, doveva essere proprio tosto predicare il cattolicesimo lì. Però, lui aveva studiato dai Gesuiti e poi si era laureato a Padova, perciò poteva con capacità d’argomentazione affrontare qualunque disputa teologica. Era uno che lavorava di fino, Francesco di Sales. Solo che tutto quello che diceva dal pulpito non sortiva grande effetto in quei cuori e quelle menti montanare, e allora per raggiungerli e scaldarli meglio con le sue parole gli venne l’idea di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti con uno stile agile e di grande efficacia, e di far infilare dei “volantini” sotto le porte. Il risultato fu straordinario. È per questo che san Francesco di Sales è il santo patrono dei giornalisti. Per lo stile e l’efficacia, per la capacità di argomentare la verità. Almeno fino a ieri. Perché da ieri c’è un altro Francesco che ha steso le sue mani benedette sul giornalismo, e è papa Bergoglio.
«Evitare i tre peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione». È l’esortazione che papa Francesco ha rivolto al mondo dell’informazione e della comunicazione, cogliendo l’occasione dell’udienza in Aula Paolo VI di dirigenti, dipendenti e operatori di Tv2000, la televisione della Cei, conferenza episcopale italiana. In realtà, ne aveva già parlato il 22 marzo, incontrando nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, i membri dell’Associazione “Corallo”, network di emittenti locali di ispirazione cattolica presenti in tutte le regioni italiane. Ora c’è tornato sopra, ora ci batte il chiodo. Si vede che gli sta a cuore la cosa, e come dargli torto. Evidentemente non parlava solo ai giornalisti cattolici, papa Francesco, e quindi siamo tutti chiamati in causa.
«Di questi tre peccati, la calunnia – ha continuato Francesco – sembra il più grave perché colpisce le persone con giudizi non veri. Ma in realtà il più grave e pericoloso è la disinformazione, perché ti porta all’errore, ti porta a credere solo a una parte della verità». Era stato anche più dettagliato nell’argomentazione il 22 marzo: «La calunnia è peccato mortale, ma si può chiarire e arrivare a conoscere che quella è una calunnia. La diffamazione è peccato mortale, ma si può arrivare a dire: questa è un’ingiustizia, perché questa persona ha fatto quella cosa in quel tempo, poi si è pentita, ha cambiato vita. Ma la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno».
Sono i falsari dell’informazione, i peccatori più gravi.
«E io a lui: “Chi son li due tapini / che fumman come man bagnate ‘l verno, / giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”. / L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; / l’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia: / per febbre aguta gittan tanto leppo». Così Dante descrive nel Canto XXX dell’Inferno la sorte di due “falsari”, la moglie di Putifarre e Sinone. Sinone è quello che convinse i Troiani raccontando un sacco di panzane che quelli si bevvero come acqua fresca e fecero entrare il cavallo di legno, dentro cui si erano nascosti gli Achei che così presero la città. La moglie di Putifarre, ricco signore d’Egitto – così si racconta nella Genesi –, invece, s’era incapricciata del giovane schiavo Giuseppe, cercando di sedurlo. Solo che Giuseppe non ci sentiva da quell’orecchio. Offesa dal rifiuto del giovane, la donna si vendicò accusandolo di aver tentato di farle violenza. Per questa falsa accusa Giuseppe fu gettato nelle prigioni del Faraone. Eccolo, il “leppo” dantesco, che è un fumo puzzolente.
E fumo puzzolente si leva dalle pagine dei giornali di disinformacija all’italiana.
Durante la Guerra fredda i russi si erano specializzati nel diffondere informazioni false e mezze verità: raccontavano un sacco di balle sui propri progressi, o magnificavano le sorti delle nazioni che erano sotto l’orbita del comunismo, e nello stesso tempo imbrogliavano le carte su quello che succedeva nell’Occidente maledettamente capitalistico. Pure gli americani avevano la loro disinformacija. Le loro porcherie diventavano battaglie di libertà e le puttanate che compivano erano gesti necessari per difendere la democrazia dall’orso russo e dai cavalli cosacchi. Fare disinformaciija non è banale, non è che ti metti a strillare le stronzate, è un lavoro sottile. Quel cervellone di Chomsky – e ne capisce della questione, visto che è un linguista – riferendosi alle falsificazioni delle prove e delle fonti l’ha definita “ingegneria storica”. Devi orientare l’opinione pubblica, mescolando verità e menzogna; devi sminuire l’importanza e l’attenzione su un evento dandogli una scarsa visibilità e, all’opposto, ingigantire gli spazi informativi su questioni di secondaria importanza; devi negare l’evidenza inducendo al dubbio e all’incredulità. Insomma, è un lavoraccio, che presuppone una vera e propria “macchina disinformativi”. Cioè, i giornali.
«Ciò che fa bene alla comunicazione è in primo luogo la ‘parresia’, cioè il coraggio di parlare con franchezza e libertà», ha aggiunto papa Francesco.
Ha ragione papa Francesco, ragione da vendere. Qualunque direttore di giornale, qualunque editore, qualunque comitato di redazione, qualunque corso dell’ordine dei giornalisti, ti dirà che questi, della franchezza e della libertà, sono i cardini del lavoro dell’informazione. Ma sono chiacchiere.
Francesco, invece, non fa chiacchiere. E magari succede che domani troveremo in qualche piazza dei dazebao o dei volantini sotto le nostre porte con la sua firma.

Roma, 15 dicembre 2014

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Il volto del male: piazza Fontana senza colpevoli

Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti. Sono i nomi delle diciassette vittime della bomba che scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano.
L’esplosione avvenne alle 16:37. Una bomba. Uccise quattordici persone (altri tre moriranno nei giorni successivi) e ne ferì ottantotto. L’ordigno era stato collocato sotto il tavolo, al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli in modo da provocare il massimo numero di vittime. La banca era zeppa di persone. Un’esplosione di enorme potenza. Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rese conto della natura reale della deflagrazione, e qualcuno addirittura pensò che fosse scoppiata la caldaia della banca.
Una seconda bomba nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, non esplode. Verrà fatta brillare successivamente distruggendo in tal modo elementi per risalire all’origine dell’esplosivo e a chi abbia preparato gli ordigni. Una terza bomba esplode a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplodono a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia, ferendo quattro persone.
In quel terribile 12 dicembre, ci sono perciò cinque bombe, nello spazio di un’ora, che colpiscono contemporaneamente Roma e Milano. Se non era strategia della tensione, questa.
Il 12 dicembre l’anarchico Giuseppe Pinelli viene convocato e interrogato in Questura. Il 15 dicembre, dopo tre giorni di interrogatori, Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano e muore sul colpo. Fu aperta un’inchiesta giudiziaria – coordinata dal sostituto procuratore Gerardo D’Ambrosio – che indicò la causa della morte in un “malore attivo” in seguito al quale l’uomo sarebbe caduto da solo, sporgendosi troppo dalla ringhiera del balcone della stanza. Nessuno crederà mai veramente a quella spiegazione. Gerardo D’Ambrosio scrisse: «L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli». Nessuno crederà mai veramente a quella spiegazione. Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi fu assassinato sotto casa.
Il 16 dicembre venne arrestato un altro anarchico, Pietro Valpreda. Il tassista Cornelio Rolandi lo indica come l’uomo che quel pomeriggio era sceso dal suo taxi dalle parti di piazza Fontana portando dietro una grossa valigia. Nonostante le numerose incongruenze della sua deposizione, Rolandi intasca la taglia di cinquanta milioni di lire disposta per chi avesse fornito informazioni utili. A Valpreda vennero contestati i reati di omicidio di quattordici persone e il ferimento di altre ottanta. Il giorno dopo «il Corriere della Sera» titolerà sulla cattura del “mostro”. Forse perdemmo anche la nostra innocenza sull’informazione, quei giorni.
Il 25 aprile 1969 una serie di bombe ad alto potenziale erano esplose alla Fiera e alla stazione centrale di Milano, provocando una ventina di feriti. Tra l’8 e il 9 agosto dell’estate 1969 otto bombe rudimentali esplodono su altrettanti treni in diverse località d’Italia, provocando dodici feriti. Per questi attentati e per quelli dell’aprile 1969, verranno condannati Franco Freda e Giovanni Ventura – due ideologi della destra eversiva in Veneto – a quindici anni di reclusione. Nel processo venne accertato che quegli attentati facevano parte di un unico piano eversivo che doveva portare fino alla strage di piazza Fontana. Se non era strategia della tensione, questa.
La strage, per una intera generazione, quella del Sessantotto, fu «di Stato»: pezzi deviati dello Stato lavoravano in modo occulto e violento contro le rivendicazioni dei movimenti sociali. Forse allora sembrò un’idea spiccia e semplificatoria, ma nel tempo – e questo probabilmente è più terribile – quella lettura si dimostrò realistica. Nello Stato si annidava una struttura parallela e antidemocratica. Il potere non era disposto a cedere e era pronto a qualsiasi nefandezza. La strage di piazza Fontana ha segnato indelebilmente la storia di questo paese. Oggi tutto questo sembra appartenere a un mondo che non c’è più, a un mondo che non ci sarebbe mai dovuto essere. Però, non si dovrebbe mai dimenticare. Il potere mostrò il suo volto più nascosto, il volto del male. A quella strage ne sarebbero seguite altre, come a piazza della Loggia a Brescia, nel 1974, durante un raduno sindacale, o alla stazione di Bologna, nel 1980.
Sono passati quarantacinque anni da quel 12 dicembre 1969 e si sono celebrati sino a oggi sette processi, ma non si è mai giunti all’identificazione certa dei colpevoli e delle responsabilità; soltanto alcuni esponenti dei servizi segreti italiani (il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna) sono stati condannati definitivamente per depistaggi. L’unico colpevole per la bomba del 12 dicembre 1969 è il pentito Carlo Digilio, che aveva fatto parte della cellula eversiva nera veneta, e ne aveva indicato le precise responsabilità, oltre la propria, ma la sua credibilità è stata ritenuta discontinua, e quindi per alcuni fatti le sue parole sono buone, per altri no. In ogni caso è non perseguibile.
Il 3 maggio 2005 la Corte di Cassazione ha confermato le assoluzioni di Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi, indicati da Digilio, decise in appello. Ha anche confermato che la strage fu organizzato da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura». Ma né l’uno né l’altro – Ventura è morto poi nel 2010, a Buenos Aires – erano più processabili perché assolti per questo reato con sentenza passata in giudicato.
Il 22 aprile di quest’anno la presidenza del Consiglio ha stabilito «la declassificazione della documentazione relativa a gravissimi eventi che negli scorsi decenni hanno segnato la storia italiana, con l’obiettivo di rendere conoscibili in tempi più brevi tutti i documenti tenuti dalla pubblica amministrazione». Gli atti indicati nella direttiva sono quelli relativi agli eventi di piazza Fontana a Milano (1969), di Gioia Tauro (1970), di Peteano (1972), della Questura di Milano (1973), di piazza della Loggia a Brescia (1974), dell’Italicus (1974), di Ustica (1980), della stazione di Bologna (1980), del Rapido 904 (1984). Quindici anni di sangue. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza, Marco Minniti, ha però detto subito che è impossibile trovare tra quelle carte una «pistola fumante», che a quest’ora l’avrebbero trovata già i giudici. A noi però le carte servono per non dimenticare.
I documenti, che andranno all’Archivio di Stato, saranno perciò consultabili da tutti i cittadini. Solo che, almeno sino a questo momento, ne è arrivata una minima parte. Peraltro, nei documenti che verranno resi disponibili non si troveranno documenti già coperti dal segreto di Stato. Per legge, infatti il segreto di Stato non può riguardare informazioni relative a atti terroristici, stragi e eventi di mafia. Il che significa che il materiale che arriverà è stato già acquisito dalle procure che negli anni hanno indagato su ogni singolo evento così come dalle Commissioni parlamentari di inchiesta.
Davvero non c’è nient’altro?

Roma, 11 dicembre 2014

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