Si va in guerra?

Dobbiamo davvero avere paura dei nuovi barbari, gli incappucciati del Califfato? E quanta dobbiamo averne, di paura? La guerra sarà obbligatoria? L’alternativa è davvero ormai secca: o ci tagliano la gola o li bombardiamo?
L’ex presidente Prodi, avvezzo alle cose internazionali, ha cercato di gettare acqua sul fuoco acceso dal ministro Gentiloni, già garbatamente e felpatamente calcatosi l’elmetto in testa. Prodi ha parlato della necessità di negoziati, in cui coinvolgere Algeria e Egitto e le forze che si spartiscono il territorio libico. Prodi non ha fatto sconti all’occidente – per l’intervento sconclusionato in Libia nel 2011, voluto dalla Francia, e in subordine dalla Gran Bretagna, a cui con riluttanza parteciparono di sguincio gli Stati uniti e l’Italia, dove alla distruzione della dittatura di Gheddafi, che bombardava i suoi, non fece seguito alcun intervento politico e diplomatico – e ripetere quella storia non farebbe, a suo avviso, che aumentare il disastro.
Lo stesso Renzi sembra aver tirato il freno a mano, dopo che anche il ministro Pinotti aveva detto che «la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente», aggiungendo, quasi in risposta a Prodi, che ricalcherebbe quella promossa dal governo Prodi in Libano nel 2006. La coalizione, secondo la Pinotti, comprenderebbe «la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, la Spagna, Malta e altri che aderiranno. Gli Stati Uniti saranno coinvolti nella strategia, quanto alla partecipazione diretta si vedrà». Si vedrà? È di modi spicci, il nostro ministro, ma dormiremo sicuri quando ci difenderanno le forze militari maltesi?
Non sembra quindi esserci nel governo differenza di approccio alla questione: ministro degli Esteri e della Difesa sono in sintonia. E la guerra sembra abbracciare in un sol uomo le opposizioni: a parte i 5Stelle, la Lega di Salvini e Berlusconi hanno già dato la loro comprensione e disponibilità. Probabilmente però il vero “braccio operativo” di Renzi è la Mogherini, che è già volata negli Stati uniti, in veste di capo della diplomazia dell’Unione europea. A Washington c’è nei prossimi giorni un vertice internazionale contro il terrorismo. Lì, Mogherini ha in agenda una riunione ai massimi livelli con il segretario di Stato John Kerry, il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shukri, e i capi delle diplomazie dei Paesi della regione. Si parlerà di Libia, si parlerà di Califfato, si parlerà d’Italia. Renzi aspetta l’esito dell’incontro.
Se quindi sul fronte est, l’Ucraina, la Russia, è stata la Germania a dettare i tempi, a muoversi, a tirarsi dietro la Francia, a cercare di stabilire un qualche straccio di tregua, ecco che sul fronte sud il ruolo protagonista non può che essere dell’Italia. L’Europa sembra svegliarsi e ritrovarsi ai clangori militari. Come un pugile suonato quando sente il gong. Solo che a est s’è cercato di scongiurare la guerra – e non è che non ci fossero le cassandre del precipizio a invocare armamenti immediati e conflitto –, mentre a sud sembra ineluttabile l’intervento armato. Con chi trattare d’altronde, con gli incappucciati, coi tagliagole?
Gli incappucciati del Califfato sembrano così prendere il posto dei cosacchi degli anni Cinquanta, quando la propaganda ecclesiale e quella imperiale americana incutevano timore immaginando l’arrivo dei loro cavalli a abbeverarsi alle fontane di san Pietro. I cosacchi sarebbero stati spietati, avrebbero rubato le nostre donne e scannato i nostri figli, avrebbero distrutto le nostre case e saccheggiato i nostri tesori. Come i Goti, i Galli, i Vandali. Gli incappucciati del Califfo arriveranno a san Pietro con i loro cammelli. Non saranno da meno dei cosacchi.
La strategia di al-Baghdadi sembra chiara: interviene massicciamente dove non c’è ricomposizione politica, dove fazioni – religiose, tribali, etniche – si fronteggiano senza possibilità di accordo e lancia una guerra totale: islam. Sottomissione. È d’altronde il percorso di nascita e diffusione dell’islam: la vittoria contro le tribù, l’unificazione. Il petrolio fa il resto. Non si sostiene una jihad solo con la questua. E non si sostiene una jihad neanche con gli appoggi consistenti ma altalenanti di questa o quella potenza finanziaria territoriale, che siano il Qatar o gli emirati. L’unica è prendere la ricchezza dove già c’è, sotto i piedi: il petrolio. Da vendere sul mercato nero. Così è in Iraq, così è stato finora in Libia. E la Libia fa gola, eccome. D’altronde, faceva gola pure alla Francia e all’Italia, sennò perché siamo intervenuti nel 2011?
Se la strategia del Califfato è quella di intervenire dove c’è frattura politica e militare – e l’unica controprova che finora si ha è nel Rojava curdo, dove invece c’è stata compattezza di risposta politica e militare, e per questo sono riusciti a fermare gli incappucciati – è evidente che non può esserci intervento militare che prescinda da questa questione. Già l’intervento aereo degli egiziani ha provocato la risposta piccata degli islamisti che governano la Tripolitania: sta a noi fermare il Califfo, e ogni intervento esterno sarà letto come un’invasione.
La situazione è complessa e ingarbugliata. Non solo una grande potenza regionale come l’Egitto è coinvolta, ma anche la Turchia. E vicino vicino c’è la fragile situazione della Tunisia, e l’Algeria. La questione non è solo coinvolgere le potenze occidentali, come nel 2011. Ma costruire un fronte nordafricano, coinvolgere le potenze musulmane. Questa è la strada della politica. Senza mettersi in fretta e furia l’elmetto.

Nicotera, 16 febbraio 2015

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I philosophes e quella smania di bombardare

Chissà come sarà furibondo Bernard-Henry Levy che il “suo” Hollande si sia fatto garante di un fragile cessate il fuoco a Minsk con l’orso russo Putin, sulla pelle della povera Ucraina. Sarà furioso pure con Poroshenko, che doveva essere il baluardo della civiltà occidentale e invece si è dato in pasto alla bestia. Bisognava armare Kiev e basta, subito. Ovvero, considerare già di fatto l’Ucraina nella Nato e dotarla di missili e testate nucleari.
Voi pensate che io esagero, però sentite Glucksmann – sempre appaiato a BHL contro l’orso russo: «Trasmettendo la consapevolezza che era possibile resistere al Gulag, Solgenitsin ha rafforzato l’Europa occidentale consentendole di resistere al ricatto nucleare di Breznev. È grazie a Solgenitsin che l’Europa ha finito per istallare sul suo territorio i missili Pershing 2». Et voila, ecco il rapporto tra Solgenitsin – che ne avrebbe inorridito, lui che se ne andò via dal Vermont per tornare dalla Grande madre russa – e i missili Pershing.
Io davvero non so cos’abbiano sti philosophes coi russi. È dal 1977 che ci portiamo dietro le loro ossessioni, all’incirca da La cuoca e il mangiauomini (di André Glucksmann) e da La barbarie dal volto umano (di BHL), insomma dal fatto che il rapporto tra stato e marxismo si invera solo nel gulag. Occhei, ci sono i dissidenti e c’è il grande Solgenitsin col suo arcipelago. Vabbè, avete rotto col marxismo, non c’era alcuna possibilità di riformarlo, Marx è uguale a Stalin. Oh, ma ce ne fosse uno che vi fosse andato bene. E Stalin e abbiamo detto, e Kruscev era più o meno lo stesso, e non citiamo neppure a Breznev. Pure Gorbaciov non gli garbava. E il male che possono pensare di Putin. O è per la Cecenia, o è per la Georgia o è per l’Ossezia o è per l’Ucraina, Putin è il nemico pubblico mondiale numero uno. Anche perché da Lenin al fondamentalismo islamico si tratta sempre della stessa ciccia (testuale). Non che non abbiano delle ragioni, eh. Però, uno deve pure darsi una regolata. Puoi pure dire che Julia Tymoshenko è un’eroina, puoi pure dire che il primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk è paragonabile a un eroe della rivoluzione francese e a De Gaulle, o che solo la propaganda reazionaria può sostenere che a piazza Maidan ci fossero squadristi nazisti e antisemiti e invece erano candidi eroi… O magari darti una misura delle cose.
BHL voleva bombardare i Balcani (ci è riuscito), voleva bombardare l’Iran di Ahmadinejad (non ci è riuscito), voleva bombardare la Libia di Gheddafi (ci è riuscito), voleva bombardare la Siria di Assad (non ci è riuscito). Se non si bombarda siamo dei codardi, tutti, gli americani, gli europei.
Limonov – no, non il personaggio di Carrère ma lui in carne e ossa, Eduard Veniaminovich Savenko, alias Eduard Limonov – dice che la Russia è la più grande nazione europea, che sono il doppio dei tedeschi. A dirla tutta, anzi, i russi sono l’Europa, la parte occidentale è una piccola appendice. È il modo opposto a BHL di vedere le cose, però non credo sia un buon antidoto, e forse pure qui è meglio darsi una misura.
Fu Rumsfeld, il falco dell’amministrazione Bush, a coniare il concetto di “nuova Europa” – i paesi dell’est che sfuggivano all’influenza sovietica per “abbracciare” l’occidente, e la Nato e i missili puntati contro i russi – e distinguerla dalla “vecchia Europa”, ormai debole e stanca, i tedeschi, i francesi, noi italiani, roba così. Dal mar Baltico al Mar Nero, era questo il nuovo fronte che avrebbe fermato la Russia spingendola verso est, lì dove sarebbe la sua “natura”, una potenza asiatica.
Forse, nonostante un presidente diverso, per disposizione e per visione delle cose, c’è una resilienza antirussa in parte dell’amministrazione americana che vuole sempre la resa dei conti o una nuova guerra fredda.
Per ora aggrappiamoci alla tregua di Minsk e speriamo che regga.
Con buona pace di Bernard-Henry Levy.

Nicotera, 13 febbraio 2015

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