Landini e Tosi: attenti a quei due

landini_tosiForse è davvero troppo presto per dire se la data di ieri, sabato 14 marzo, verrà segnata perché qualcosa di innovativo si è presentato sulla scena della politica italiana. Però, è singolare che nello stesso giorno Maurizio Landini abbia riunito la “coalizione sociale” e Flavio Tosi abbia annunciato ufficialmente la sua candidatura a governatore del Veneto. Cioè, è singolare che a sinistra e a destra due tra le figure più interessanti del panorama politico abbiano gettato il cuore oltre l’ostacolo nello stesso giorno.
All’incontro di Landini, alla sede nazionale della Federazione lavoratori metalmeccanici di corso Trieste a Roma, c’era una pluralità di associazioni: da Emergency di Gino Strada – «per quel che posso fare, per un polo di aggregazione impegnato sui diritti, pace e uguaglianza» – a Libera di don Luigi Ciotti, che in questi mesi sta svolgendo un’importante battaglia per il reddito di cittadinanza; dall’Arci a Libertà e Giustizia, dal gruppo Abele a Legambiente; reti di precari, di studenti, e realtà legate ai centri sociali; cattolici da sempre impegnati nel sociale e che dal papato di Francesco stanno traendo vigore e riferimento, e laici senza padrone.
I partiti, no, i partiti sono rimasti alla porta. Niente Sel, niente Rifondazione. E non parliamo poi del Pd, che Landini – e buona parte dei convocati – considera come nemici dei diritti del lavoro e della cittadinanza: il Jobs act, che il governo rivendica come un’importante e decisiva svolta per produrre occupazione, è condannato senza appello: non solo non aumenterà di una sola unità i lavoratori occupati, ma destabilizzerà ulteriormente quelli che un qualche lavoro ce l’hanno. Non è solo che brucia ancora l’ultima pasticciata esperienza della Lista Tsipras alle elezioni europee. È che il progetto al quale sta lavorando Landini parte dall’assemblaggio di un corpo sociale, non da frazioni della sinistra. Parte dalla convocazione di ciò che socialmente “non ha rappresentanza politica”, a cominciare dalla Fiom, a cominciare, cioè, dal lavoro, non dal progetto, né tanto meno dalla vigorosa e articolata analisi della fase del capitalismo.
Ovviamente, non è che ieri si sono visti per la prima volta i soggetti della “coalizione sociale”: un lungo lavoro preparatorio di incontri – peraltro citati nella lettera di convocazione di Landini – sta alla base del battesimo pubblico. In tanti pensano che lo sbocco naturale di questo percorso non possa che essere la fondazione di un nuovo soggetto politico. Prima o poi lì si dovrà andare a finire, dicono. E allora fioccano i paragoni con l’esperienza di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna. Lo si dice, pure, con la sufficienza di chi sa che un nuovo partitino politico sarebbe già materiale inerte. Non sto nella testa di Landini e non posso sapere se ha davvero una strategia che punti a questo esito un po’ logoro e scontato. Per ora, credo sia più interessante riflettere su quello che lui definisce la necessità di costruire “consenso”. O per dirla con le sue proprie parole: «Agiremo contrattualmente per cambiare le leggi che cancellano i diritti dei lavoratori e creeremo il consenso per arrivare, se necessario, al referendum abrogativo di quelle stesse leggi». Se per un verso, cioè, c’è un richiamo al “mestiere” della contrattazione sindacale – nelle sue varie forme, anche sociali –, per l’altro c’è un riferimento forte a un agire politico. Sembra qualcosa davvero di innovativo, benché ancora dai margini incerti.
Ieri anche Flavio Tosi, sindaco di Verona, ha sciolto le vele: ha convocato la stampa – «Di sicuro non annuncio che mi ritiro a vita privata e che vado a coltivare l’orto» – e ha annunciato di candidarsi da “uomo libero”. Il braccio di ferro con Salvini – nelle parole di Tosi, il “dittatore” della Lega – ha avuto il suo esito: Tosi correrà come candidato governatore contro Zaia, fino a ieri suo compagno di partito e di storia politica, e che tutti i sondaggi danno come sicuro vincente, con il candidato del Pd, Alessandra Moretti, in un ruolo di comprimario. È uno strappo notevole in una regione strategica per la Lega, storicamente in frizione con la Lombardia, che è stata sempre vissuta come invadente, dove leghisti truccarono un camion da carro armato per issare sul campanile di San Marco una bandiera di secessionismo e dove non molto tempo fa c’è stata una sorta di referendum per l’indipendenza con una indecifrabile ma significativa partecipazione. Tosi, che già da tempo sentiva con sofferenza e limite l’identificazione con il leghismo – e vinse, dopo aver faticato a convincere Bossi, le elezioni a sindaco con una “sua” lista civica – deve avere scelto il momento più opportuno. Salvini, convinto dai numeri ipotetici che la sterzata a destra sia pagante e che possano essere lui e la “sua” Lega il punto di aggregazione del centrodestra, non ha mai fatto nulla per tenersi dentro Tosi: il candidato è Zaia – un governatore dagli antichi tratti “democristiani” della regione – e non si discute. In più, ha messo dei paletti che escludevano qualsiasi partecipazione dell’Ncd di Alfano – contro cui d’altronde continua la sua opposizione, sovrapponendolo a Renzi – e un aut aut a Berlusconi, mettendolo in difficoltà. Forse avrà ragione Salvini a fare spallucce, e Tosi non vale molto di più di un qualche zero virgola di percentuale. Però, non liquiderei così facilmente il tentativo di Tosi.
C’è perciò qualcosa di più di una fortuita coincidenza temporale di annunci tra Landini e Tosi: per un verso, la rottura con la casa-madre, per l’altro un tentativo di ricomposizione. Se in Landini il percorso si assembla attorno a un corpo sociale, quello del lavoro, per Tosi il percorso si assembla intorno a un percorso di territorio. Nell’un caso e nell’altro, l’esito non è un “partito politico”: Landini costruisce una partecipazione sociale in forma associata che possa attraversare anche i partiti; Tosi costruisce una rappresentanza istituzionale che attraversa i partiti – tenta di riprodurre a livello regionale quella che è stata la sua esperienza amministrativa. La coalizione sociale di Landini, che tiene lontano i partiti, e la lista civica di Tosi hanno caratteristiche comuni nella fabbricazione. Diverse, certo, profondamente diverse sono le opzioni politiche.
Però, è davvero interessante, nella crisi della rappresentanza politica e dei corpi intermedi – come nell’incedere progressivo di un modello di governo sempre più accentrato e che della crisi della rappresentanza politica ha fatto trampolino e leva – che a sinistra e a destra si pongano due esperimenti e esperienze significative che attraversano i corpi intermedi, sindacati, partiti, associazioni, categorie, rappresentanze istituzionali. Landini non è uno che urla, e sembra anzi avere in gran fastidio chi urla. Tosi, altrettanto; non ha gli atteggiamenti gaglioffi e costantemente sopra le righe di Salvini, per dire. Tosi pone un’opzione nel centrodestra: magari perderà alle regionali ma ha filo da tessere. Berlusconi non ha ancora trovato il suo erede e se non sarà un passaggio di sangue c’è ancora campo da arare.
Quello che si può rilevare è che nella costituzione di entrambe queste esperienze sia notevolmente fragile, quando non assente, una presenza intellettuale. Per dire, Berlusconi quando fondò il centrodestra aveva Colletti, aveva Vertone, Melograni, Urbani, Pera, Ferrara, per dire qualche nome, non c’erano solo Dell’Utri e Previti. Certo, transfughi, traditori, e qualsiasi cosa si voglia dire, però c’erano. Tosi non ha nulla dietro. E Landini ha Strada, don Ciotti e Rodotà e qualche altro nome per bene e di spessore, e tanta, tanta “intellettualità di massa”. Però, per il “consenso” che gli sta a cuore – che può essere un altro nome per evocare l’egemonia sociale che un progetto è capace di esercitare su una società – sembra un po’ pochino.
Forse, davvero il ruolo dell’intellettuale è finito. A destra e a sinistra. E non so se è proprio una buona notizia.

Nicotera, 14 marzo 2015

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Quando c’era la lottizzazione Rai

All’inizio – ma fino agli anni Ottanta – la Rai non trasmetteva ventiquattr’ore su ventiquattro. Di notte c’era una pausa, che durava fino alle undici del mattino. Quando non c’erano trasmissioni e c’era la pausa, veniva trasmesso il monoscopio. Il primo, ovviamente in bianco e nero, fu una rielaborazione grafica del monoscopio a colori Rca. Il monoscopio non era muto, c’era un commento sonoro, una sola nota continua, precisamente un Sol. Non saprei bene dire perché, ma la riforma della Rai che Renzi vuole portare avanti mi fa venire in mente il monoscopio e quella sola nota continua.
Sinora, Palazzo Chigi aveva ufficialmente smentito – «Sulla Rai solo illazioni» – molte delle ipotesi circolate sui giornali sul futuro assetto di quella che viene ancora pomposamente definita “la più grande azienda culturale del Paese”, irritato in particolare da una congettura che prevedeva una riforma per decreto. La questione non è irrilevante, in particolare per il ruolo che il Parlamento ha riguardo la Rai: c’è una sentenza della Consulta del 1974 che ha posto dei paletti non facili da aggirare riguardo la sfera di azione del Parlamento sulla Tv pubblica. E c’è un presidente della Repubblica che viene dalla Consulta e che è particolarmente attento alle regole costituzionali. Il disegno di legge presentato al Consiglio dei ministri sembra comunque ricalcare alcune linee guida del presidente del Consiglio già acclarate e rivendicate. In un documento che circolava ufficiosamente in sede parlamentare si diceva che «non servono architetture barocche o la creazione di qualche sofisticata ingegneria che complichi ancora di più le cose. Serve una guida manageriale vera, come quella di ogni grande player internazionale, un responsabile che possa decidere».
Le cose sinora dette pubblicamente da Renzi, e che costituiscono il nocciolo duro della “riforma Rai”, si possono riassumere in due espressioni, più volte usate: 1) modello codice civile; 2) sottrarre la Rai alle forze politiche. Le due cose si tengono l’un l’altra; l’una – modello codice civile – è l’inveramento dell’altra, sottrarre la Rai alle forze politiche. Il modello codice civile si concretizzerebbe nel fatto che il governo della Rai andrebbe tutto nelle uniche mani di un manager – un amministratore delegato, un direttore, un presidente – di nomina governativa. Come per le aziende private, il manager risponde dei risultati a chi lo ha “ingaggiato”: se le cose funzionano allora va tutto bene, se non funzionano, allora viene cacciato. Fuori uno e avanti un altro. Il modello duale di governance che viene adottato anche altrove non sembra convincere il presidente del Consiglio, così come il ruolo sinora svolto dalla Commissione di Vigilanza, nei fatti la “cantera” da dove poi venivano scelti i membri del Consiglio di amministrazione Rai. Insomma, piuttosto un modo estremamente snellito di gestire la Rai, con un solo uomo al comando che è diretta emanazione del governo. In questa prospettiva – la cui “base culturale” sarà l’elaborazione di una trentina di esperti, comunicatori, giornalisti, professori universitari, giuristi, associazioni, economisti, che, come avvenuto per “la buona scuola”, lavoreranno a una consultazione, che porterà al disegno di legge definitivo – i possibili riassetti delle strutture dell’informazione Rai assumono un segno che magari definire inquietante è eccessivo, ma certo sollevano non poche perplessità. Come la costituzione di un’unica newsroom, insomma la “cucina delle notizie” piuttosto che la moltiplicazione delle testate, oppure la specializzazione tematica delle tre reti principali, con una rete generalista, una per l’innovazione e nuovi linguaggi, e una a carattere più spiccatamente culturale, più di servizio pubblico,.
C’è una parolina chiave, un’espressione ormai proverbialmente in uso per indicare il malcostume della politica nei riguardi della Rai che è “lottizzazione”. La lottizzazione è quell’operazione di spartizione di programmi, testate, canali, redazioni, dirigenti, portata avanti dai partiti della Prima repubblica – un malcostume che si è trascinato inerzialmente anche dopo che essa è stata travolta – che avrebbe costretto la Rai a soggiacere al controllo politico, impedendole di essere davvero indipendente. Ora, nessuno può contestare che nei fatti la Rai sia stata lottizzata per decenni dalla politica. Quello che si può contestare è che l’indipendenza dell’informazione arrivi per decreto. O disegno di legge che sia.
Non è difficile constatare che i più solerti nell’intercettare l’abbrivio del presidente del Consiglio sulla Rai siano i parlamentari del Movimento 5Stelle. Purché si parli male dei politici e della politica i 5Stelle te li ritrovi sempre. Così, se magari non passeranno le proposte già esposte da Roberto Fico, peraltro attuale presidente della commissione di Vigilanza, ovvero che «non possono essere candidati alla carica di consigliere i soggetti che nei sette anni precedenti alla nomina abbiano ricoperto cariche di governo o cariche politiche elettive a qualunque livello, ovvero incarichi o uffici di rappresentanza nei partiti politici», oppure che, dopo aver definito una rosa di papabili, si proceda a un sorteggio, è musica per le loro orecchie che i soggetti possano venire qualunque parte, dall’Associazione dei comuni italiani, dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, dal Consiglio dei consumatori, dall’Accademia dei Lincei o dalla Conferenza dei rettori delle università italiane, purché non vengano dalla politica.
Ora, per riprendere il filo della “lottizzazione”, durante la Prima repubblica, Rai 1 era influenzata dalla Democrazia Cristiana, Rai 2 dal Partito Socialista e Rai 3 dal Partito Comunista. E lo stesso era per i canali radiofonici e i relativi giornali radio dove Radio 1 andava al centrosinistra, Radio 2 toccava al centrodestra e Radio 3 stava un po’ sulle sue.
Il fatto è che, partiti o non partiti, in quella storia c’erano fior di giornalisti, nomi che sono rimasti nella memoria collettiva come esempio di professionalità e di capacità. Tessera di partito o meno, avevano spessore culturale, avevano fatto la gavetta, sapevano riconoscere una notizia, sapevano imbastire una polemica o rimandarla al mittente.
Nella storia della Rai, proprio a partire dai suoi esordi, si impegnò davvero il meglio della cultura italiana, cattolica e comunista, socialista e liberale. Era uno strumento nuovo, difficile, di cui si capiva l’importanza straordinaria nella modernizzazione di un paese. Era una sfida enorme tenere assieme l’alfabetizzazione popolare, l’intrattenimento e il livello culturale alto.
La buona intelligenza e le distinte capacità culturali, certo, non stavano solo nella politica e nei partiti. La politica – la passione per le questioni sociali, per i grandi assetti istituzionali – però ne era un tratto distintivo. Era di questo che si parlava, era questo che ci si “spartiva”. L’archivio Rai ne rimane una testimonianza straordinaria.
Cancellare tutto questo, considerarla una “colonna infame”, in nome dell’efficienza, dei bilanci in ordine – cercando escamotage per trasformare un servizio in una tassa – della governance, del “modello codice civile”, bè, davvero, ricorda quell’antico monoscopio e quell’unica nota in Sol.

Nicotera, 12 marzo 2015

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