Nessuno sa fare più le indagini giudiziarie

Edoardo Mori, magistrato in pensione dopo essere stato prima giudice istruttore, poi gip e infine al tribunale della libertà e che adesso igestisce il sito earmi.it dove raccoglie, fra l’altro, errori e orrori delle indagini scientifiche, dice: «I pm che chiedono una perizia alla Scientifica o al Ris sono come quelli che sulla salute di un congiunto chiedono informazioni al portantino». Marco Morin, fra i maggiori esperti mondiali di balistica: «A volte sono più fondate le ipotesi investigative elaborate dai poliziotti della Digos delle perizie prodotte dai loro colleghi della Scientifica». Giuseppe Fortuni, docente di Medicina legale a Bologna con quattro decenni di esperienza sul campo: «Nonostante tutte le tecniche scientifiche d’indagine si trovano meno colpevoli di prima».
Già. Il clamore suscitato dalla sentenza di assoluzione di Amanda e Raffaele non è solo un risvolto della canea giustizialista che vuole il sangue, a ogni costo. È, piuttosto, lo sgomento di lasciare impunito un delitto, di lasciare una vittima senza una qualche giustizia. È una sconfitta dell’accusa, più che una vittoria della difesa, e la differenza non è da poco: non sono innocenti, sono non condannabili. I giudici dichiarano che sulla base delle prove raccolte non sono in grado di accertare una verità. Ovviamente, hanno fatto bene, in questo caso, a scegliere di non condannare senza la certezza di un giudizio. E hanno fatto male a chiudere ogni possibilità di revisione del processo. Per deciderlo, tutto dev’essere ormai così compromesso da non lasciare speranza di accertare alcunché. Come è stato possibile che in otto anni di processi nessuno si fosse reso conto che le prove valevano meno di niente? Viene da pensare, a esempio, che la condanna di Alberto Stasi – anche lui in un’altalena di sentenze – per l’omicidio di Chiara Poggi sia basato su una raccolta di prove ancora più labili di quelle che non sono bastate a condannare Amanda e Raffaele. Viene da pensare che le polemiche su Bossetti e il caso Yara siano ben più che un pregiudizio innocentista o antimagistratura. Viene da pensare che l’aleatorietà del giudizio – «la Cassazione che smentisce se stessa», come è stato detto per Knox e Sollecito – dipenda troppo dalla casualità del giudice cui sei affidato. Dai caratteri del giudice cui sei affidato. Questa però non è la perfettibilità umana dell’indagare e del giudicare. Questo è un pasticcio. L’abilità e la competenza giuridica, la capacità e l’acume di un avvocato come di un pubblico ministero fanno certo la differenza: questo è il principio per cui si dovrebbe garantire a ogni cittadino di avere un’adeguata difesa e non consentirla solo a chi può permettersi di pagare i principi del Foro e i migliori periti.
Ci eravamo convinti però – ci avevano convinti però – col nuovo processo e il dibattimento e queste cose qua che tutta la giurisprudenza del mondo, tutta la sapienza giuridica venisse sempre più ancorata al rigore della prova scientifica. Che non fossimo ancora al tempo del processo Bebawi, quando marito e moglie si accusarono l’uno contro l’altra di avere ucciso l’amante di lei e la giuria incapace di dire chi fosse stato davvero il colpevole – se lui, lei o insieme – li mandò assolti entrambi. Due colpevoli di troppo – scrisse Oriana Fallaci. Non ce la bevevamo più, pensavamo. Due colpevoli di troppo sono diventati pure Amanda e Raffaele – uno c’è, è Rudy Guede, nella nuova figura di reato del «concorso da solo». Un colpevole basta e avanza, evidentemente.
Non c’entra niente l’abbuffata di telefilm e fiction in cui le squadre dei forensic, la polizia scientifica, con un capello ritrovato in un sifone di lavello o una scheggia d’un faro d’automobile, risalgono all’assassino e al complotto che sta preparando una strage. Fiction, certo. C’entra solo che dalla fisiognomica di Lombroso, che pure nella sua orribile deformazione puntava a rendere scientifica la criminologia, pensavamo di avere fatto dei passi avanti nella tecnologia e nelle tecniche, nell’analisi di una scena del crimine, nella raccolta delle prove.
Invece, così non è. Le figure chiave nella soluzione dei delitti rimangono il pentito e l’intercettazione. Ma pentito e intercettazione sono figure ricorrenti nelle associazioni criminali, non nei delitti “qualunque”. Pentito e intercettazione sono elementi “passivi” di un’indagine, e non a caso estremamente problematici. Il pentito confessa le cose più turpi, che servono all’indagine del magistrato, per i suoi scopi, che possono essere una pena ridotta, un cambio di identità, la distruzione di un clan nemico, una qualche vendetta. L’intercettazione, a parte tutte le questioni legate alla loro legittimità e ai loro abusi, ha limiti evidenti: si conversa, si cazzeggia, uno può ingigantire una cosa, per mille motivi, per darsi peso, per pavoneggiarsi, per incutere timore o rispetto, oppure minimizzarli, uno può dire una cosa solo per vedere l’effetto che fa sull’interlocutore, e così via. L’intercettazione non prova un bel niente, proprio come un pentito non prova un bel niente. Non sono fatti inoppugnabili, incontrovertibili, anzi sono sempre reversibili. Nella lotta alle cosche e ai clan, spesso possono consentire chiavi di lettura, possono servire a incrociare dati, a sovrapporre cose apparentemente lontane, proprio perché ci si trova di fronte fenomeni complessi e segreti. Non è così per gli omicidi. Il carattere “passivo” degli elementi-chiave di questi anni – intercettazioni e pentiti – ha finito col produrre una sorta di pigrizia intellettuale nelle indagini, una sorta di “pigrizia investigativa”.
Se si ripercorrono alcuni dei casi più clamorosi e controversi della cronaca “nera” di questi anni, si rimane sconcertati dalla mole di errori nelle indagini. Ora sembra che il Dna risolva tutto, e investigatori e giudici si siano “impigriti”, convinti di avere in mano lo strumento risolutivo. Il Dna è uno straordinario strumento di indagine, ma solo se si seguono rigorose metodologie, dal primo istante delle indagini; se gli investigatori scientifici arrivano dopo altri, si è già creato un inquinamento della scena del crimine, spesso non più controllabile. A esempio, nel caso Anna Maria Franzoni e del delitto di Cogne si susseguirono oltre venti sopralluoghi nella casa del delitto ma solo dopo che per casa c’era stato un gran viavai di persone. Ancora nel caso di Cogne, le indagini non hanno mai portato al ritrovamento dell’arma del delitto. Si è ipotizzato che si trattasse di un mestolo di rame, di una piccozza da montagna, di un pentolino del tipo usato per bollire il latte o di altri oggetti, ma non è mai stata raggiunta alcuna certezza. L’arma del delitto, malgrado le approfondite ricerche non è mai stata trovata. Il professor Carlo Torre, cui era stata affidata inizialmente dalla famiglia Lorenzi la consulenza medico-legale passò diversi giorni nel laboratorio dell’Istituto di Anatomia di Torino per studiare i diversi modi in cui gli schizzi di sangue avessero potuto macchiare il pigiama azzurro ritrovato sul letto del piccolo Samuele. Per concludere, che – contrariamente a quanto sostenuto nelle indagini, che ipotizzavano se lo fosse sfilato dopo il delitto – l’assassino non poteva indossare quel pigiama macchiato di sangue. Per un motivo molto semplice: se quell’indumento fosse stato indossato da chi ha ucciso il bimbo di Cogne sarebbe stato sì sporco di sangue ma le tracce ematiche si sarebbero deformate nel momento in cui fosse stato sfilato. E così non era.
Nel caso di Marta Russo i laboratori della polizia avevano scambiato una particella di ferodo di freni, ampiamente diffuse nell’aria di Roma, per un residuo di sparo e su di esso avevano costruito tutta la tesi accusatoria. Per non parlare della traiettoria del proiettile ricostruita sulla base di un solo punto e che, guarda caso, passava proprio per dove era stato trovato il residuo fasullo.
Il 7 agosto 1990 in via Poma viene ritrovato il corpo di Simonetta Cesaroni. È stata immobilizzata a terra, qualcuno si è messo in ginocchio sopra di lei e l’ha colpita con un oggetto o le ha battuto la testa contro il pavimento facendola svenire. Poi, l’assassino ha preso un tagliacarte e ha iniziato a pugnalarla a ripetizione. Simonetta viene lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con i seni scoperti. Su uno dei capezzoli c’è una ferita che sembra un morso. Non vengono analizzati eventuali ritrovamenti di saliva attorno al capezzolo, posto che quella escoriazione sia dovuta a un morso. Dopo Pietrino Vanacore, portiere del palazzo, e Federico Valle, nipote di uno dei residenti, nel 2007, l’ex-fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, viene formalmente indagato. Sono passati diciassette anni dal delitto. Nel 2009 il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio di Busco. Il giudice decide di ascoltare i cinque consulenti che hanno eseguito la perizia sull’arcata dentaria di Busco e il confronto tra l’arcata dentaria dell’imputato e il morso al capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni. Viene anche convocato il consulente tecnico di Raniero Busco. I cinque periti del pubblico ministero – tra i quali un capitano del Ris – espongono i risultati della loro analisi sull’arcata dentaria di Raniero Busco e dimostrano, anche attraverso prove fotografiche, la perfetta compatibilità tra i segni del morso sul capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni e i denti dell’imputato. Il giudice ascolta anche la relazione del consulente nominato dalla difesa di Busco, che ritiene la lesione sul capezzolo della vittima come compatibile solo con l’azione di un morso laterale per il quale non è possibile giungere a alcuna attribuzione; evidenzia pure che le incisioni dentali di Busco, se di morso si tratta, sarebbero state completamente differenti, escludendo quindi che sia lui l’autore della lesione sul capezzolo. Il giudice accoglie la richiesta del pubblico ministero e rinvia a giudizio Raniero Busco. A gennaio 2011, al termine del processo di primo grado, Raniero Busco viene riconosciuto colpevole dell’omicidio di Simonetta Cesaroni e condannato a 24 anni di reclusione. A aprile 2012, al termine del processo di secondo grado, Busco viene assolto dall’accusa del delitto Cesaroni per non aver commesso il fatto. La Procura ricorre in Cassazione e nel febbraio 2014 Busco viene definitivamente assolto. Morso, tracce di Dna, sangue mischiato, perizie sballate, tutto un pasticcio. Il delitto resta senza colpevoli; Simonetta rimane senza giustizia.
Garlasco: nel settembre 2007 viene inviata alla procura di Vigevano una “relazione preliminare” che contiene l’accertamento sui pedali di una bicicletta di Alberto Stasi: è stato individuato un profilo genetico riconducibile, al di là di ogni ragionevole dubbio, alla vittima, secondo il Ris di Parma. Su quei pedali c’è il sangue di Chiara Poggi. Se ne convince anche il pubblico ministero incaricato dell’indagine, che, sulla base di quella relazione, dispone il fermo di Stasi. È il 24 settembre del 2007, quaranta giorni dopo il delitto. Il giorno seguente, il reparto scientifico dell’Arma manda una “nota tecnica” sugli esami del giorno prima: i risultati sono stati comunicati «senza procedere a ulteriori accertamenti». Un giorno dopo la consegna della relazione tecnica la posizione del Ris si fa più sfumata: il profilo genetico relativo alla vittima è solo «con elevata probabilità riconducibile a sangue». Passano altri due giorni e il 27 settembre il consulente tecnico della difesa di Stasi invia le sue osservazioni alla Procura: le analisi del Ris non dimostrano la presenza di emoglobina, quindi non si può parlare di sangue. Il gip considera “insufficienti” gli indizi raccolti e scarcera Stasi. Come si sa, i vari processi hanno poi finito per condannare definitivamente Stasi, e la bicicletta e i suoi pedali – forse non quella, forse non quelli – sono risultati poi determinanti. Più sconcertante era stato il fatto che una settimana dopo il delitto la salma di Chiara Poggi fosse stata inaspettatamente riesumata. I tecnici della scientifica devono obbligatoriamente prendere le impronte digitali sul cadavere per effettuare l’esclusione con quelle raccolte sulla scena del crimine. Era però successo che nei momenti immediatamente successivi alla scoperta del delitto nessuno lo aveva fatto.
E parliamo adesso di uno dei casi più recenti e ancora aperti, l’uccisione di Yara Gambirasio e l’accusa nei confronti di Massimo Bossetti. Il Dna che ha portato in carcere Bossetti è stato estratto dal Ris da una traccia mista scoperta sugli slip di Yara. È una traccia mista, perciò va separata: da una parte Yara, dall’altra Ignoto 1. Gli esperti stimano che quella traccia sia composta per quattro quinti dal materiale biologico (forse sangue) di Ignoto 1 e solo per un quinto dal sangue di Yara. Succede però che il perito nominato dal pubblico ministero scopre e certifica che le proporzioni sono invertite: quella traccia è per quattro quinti di Yara e solo per un quinto di Ignoto 1. Forse non cambia nulla per Bossetti. Il Ris ha proceduto con l’estrazione del Dna nucleare, quello che individua con la massima precisione solo un individuo nel mondo e quel Dna nucleare, estratto dagli slip di Yara, combacia con quello di Massimo Bossetti. È lui Ignoto 1. Viene però esaminato e riesaminato il Dna mitocondriale, quello cioè che trasmette all’individuo le informazioni genetiche da parte materna. E qui, misteriosamente, Bossetti scompare. Anzi, compare proprio un’altra persona, mai individuata. Chi è? Il problema vero è un’altra scoperta del perito del pubblico ministero: l’originaria traccia di Dna nucleare che ha portato all’identificazione di Massimo Bossetti sembra esaurita. Quindi, posto che Bossetti non compare nel Dna mitocondriale estratto dalla traccia degli slip, resta in piedi la prova del Dna nucleare. Se si volesse ripeterla in sede processuale non sarebbe però più possibile. E questo, per Bossetti, può cambiare le cose.
Non sono un esperto di giudiziaria, non ho mai letto una sola carta processuale dei casi riportati, e mi sono limitato a riprodurre quanto spulciato nelle cronache, il che andrebbe di sicuro tarato. Peraltro qui non si vuole dare la croce addosso a nessuno. Ci sono stati tanti casi in cui le perizie sono state determinanti per accertare la verità. Basta però qui riportare le parole dell’ex generale Luciano Garofano, a lungo responsabile del Ris di Parma, e “volto noto” di tante trasmissioni televisive: «La polizia giudiziaria ha fatto passi di gigante nella tecnica del sopralluogo e negli esami di laboratorio ma molto resta da fare. Sulla scena del crimine dovrebbero andare solo specialisti puri che non abbiamo». Suona come una responsabile constatazione, piuttosto che una voce dal sen fuggita. E allora perché non li rifondiamo questi laboratori, perché non li formiamo meglio questi esperti, questi tecnici, questi periti?
Perché consideriamo ogni perizia come fosse una pistola fumante e non qualcosa che va analizzato, considerato, soppesato, riscontrato attraverso altri mezzi di investigazione? Perché si è talmente impigrita l’indagine, affidandosi esclusivamente a elementi tecnici la cui ponderabilità è quasi sempre controversa? Cosa fanno i pubblici ministeri, i passacarte dei laboratori scientifici? Cosa fanno i pubblici ministeri, per sapere della salute di un congiunto chiedono informazioni al portantino? Io credo sia questo il vero problema. La sentenza Knox-Sollecito a me non dà alcun sollievo: qualcuno deve dare conto a Meredith Kercher.

Nicotera, 31 marzo 2015

Pubblicato in cronache | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Disastro Germanwings: suicidio con strage?

Forse, sarebbe stato meglio sapere che a provocare lo schianto del volo 4U9525 della Germanwings fosse stato un guasto strutturale, che so il fissaggio di un portellone che saltava o una panne del sistema di aereazione capace di provocare uno svenimento collettivo: è successo, sarebbe potuto succedere di nuovo. Quelle maledette batterie che scoppiano, e provocano fumo, a volte fiamme, e impediscono qualsiasi manovra. Certo, la fierezza germanica delle cose fatte bene, della tecnica a puntino, della migliore meccanica del mondo, ne sarebbe uscita incrinata. Però, ci sarebbe stata una ragione, qualcosa da sistemare, da fare meglio, da mettere a statistica, da passare una prossima rigida selezione, da non ripetere. Forse, sarebbe stato meglio sapere che una bomba fosse scoppiata a bordo. Un atto terrorista o criminale, o solo un gesto estremo di qualche folle: è successo, sarebbe potuto succedere di nuovo. Avremmo migliorato gli scanner, avremmo intensificato i controlli, avremmo addestrato ancora meglio i cani perché con il loro fiuto trovassero tracce di esplosivo. Forse, addirittura, proprio quello che tutti temevamo, sarebbe stato meglio sapere di un tentativo di dirottamento fallito, magari per la reazione di uno o più passeggeri – proprio come sul volo United Airlines 93, quello dell’11 settembre quando i passeggeri si ribellarono e cercarono di riprendere la cabina di comando e i terroristi decisero di lasciarlo schiantare subito.
Qualunque cosa sarebbe stata meglio di questo. Perché se è vero che è stato il co-pilota Andreas Lubitz a lanciare l’aereo contro la montagna, bè, davvero niente può salvarci da noi stessi.
Dopo l’11 settembre tutte le regole delle compagnie aeree sono state riviste proprio per impedire ai dirottatori di entrare in cabina e prendere il comando. La cabina viene blindata. Funziona così: la porta ha tre posizioni. Normal: la porta è chiusa e si può accedere solo con l’uso di un codice, come un pin per il cellulare o il bancomat che va digitato su un touchpad. In volo, la posizione è questa. Serve per permettere a altri membri dell’equipaggio di accedere alla cabina nel caso in cui non si ha alcuna risposta dall’interno. Unlocked: la porta rimane aperta; succede quando si è ancora a terra e i piloti e gli assistenti di bordo entrano e escono dalla cabina, oppure serve per chi è dentro a aprire all’altro pilota che si è momentaneamente allontanato per la toilette. Per l’aviazione americana, anche se uno dei due piloti si allontana per pochi minuti, un assistente di volo deve prendere il suo posto: non esiste la possibilità che rimanga un solo pilota in cabina di comando: si chiama la “rule of two”, la regola dei due. Questa norma non è applicata da tutti e non è applicata dalla Lufthansa, dove è possibile allontanarsi per un tempo minimo. Locked: la porta è chiusa dall’interno e non può essere aperta nemmeno dall’esterno – il meccanismo ignora la digitazione del codice sul touchpad – per cinque minuti, ripetibili. Si capisce come questa disposizione sia nata proprio dopo l’11 settembre. Alcuni aerei hanno anche degli schermi che permettono di vedere dall’interno della cabina chi sia là fuori che voglia entrare. Secondo le nuove norme dell’aviazione americana le porte sono ora spesse abbastanza, blindate, anche contro una granata. Lo sfondamento è quindi impossibile dall’esterno. I colpi disperati, che si sentono nelle registrazioni, del pilota che cerca di rientrare in cabina e urla a Lubitz di aprire e prova a sfondare quella porta impossibile da abbattere. Ecco.
Adesso, ragionevolmente la “rule of two” sarà applicata con più rigore. Per ora, è l’unica cosa che riusciamo a pensare.
Otto minuti di una lenta discesa verso lo schianto. All’inizio avranno pensato a una qualche manovra, una cosa normale. Poi, anche per le urla del pilota che cercava di rientrare in cabina, si saranno allarmati, avranno pensato a una emergenza. Poi, avranno capito, a quel punto avranno capito tutti. Hai pochi minuti per dire addio al mondo. Senza motivo. Non sei stata imprudente, non te la sei andata a cercare. Non sei colpevole di nulla. Succede anche così. Sempre più spesso. La giovane madre che rientrava insieme al suo bambino con l’ultimo volo; la giovane americana in gita con la madre; il giovane australiano che aveva regalato un viaggio alla madre prima di fermarsi in Europa. Chi aveva qualcuno vicino se lo sarà stretto al petto. Qualcuno avrà detto qualcosa al vicino di posto, avrà stretto la sua mano. Qualcuno avrà scritto un ultimo messaggio su un foglio o sul sedile davanti, qualcosa per i familiari, per la fidanzata, il marito, il figlio – sperando che restasse integro, che lo avremmo ritrovato. Forse un memo sul cellulare.
E chissà cosa avrà pensato in quei minuti Andreas Lubitz. Come per quelli che una mattina ammazzano la moglie, i figli e si tirano un colpo in testa oppure massacrano i fratellini, il padre e la madre e si impiccano all’armadio, il giorno dopo ogni vicino del pianerotottolo, ogni negoziante del quartiere, ogni edicolante ti dirà che era una persona a postissimo, che portava fuori il cane alla stessa ora, che salutava cortesemente, che chiedeva se il tuo raffreddore era passato. Fino al giorno prima. E magari è pure vero.
Potranno scavare a lungo nella vita di Lubitz, sarà difficile che troveranno segnali di quello che ha fatto con il volo della Germanwings. Lo aveva programmato da tempo? Ma Lubitz non era Mohamed Atta. O forse sì? Era uno shahid, e di quale privatissima jihad? Gli è scoppiato il cervello all’improvviso, e perché? Come pilota aveva tutti i requisiti in regola. I suoi colleghi si sono rifiutati di volare, il giorno dopo il disastro, forse la ristrutturazione in corso, per acquisire competitività, li mette sotto pressione, i sindacati sembrano dire che le cose stiano così. Lubitz era sotto pressione? E per questo uno fa schiantare un aereo? Qualcuno dice adesso che avesse un po’ di depressione. Se tutti quelli che hanno un po’ di depressione schiantassero gli aerei contro le montagne, staremmo freschi. Hai poco lì da fare statistiche e test di resistenza, come se il cervello fosse il dado di un portellone da chiudere e deve reggere a una certa pressione atmosferica.
Siamo talmente immersi nella paura dell’altro che continuiamo a blindarci, convinti che così li fermeremo. Le nostre frontiere, come le nostre case, sono ormai su una sola posizione: locked. Possono bussare alle nostre porte, noi non apriamo a nessuno. Non c’è pin, non c’è touchpad che tenga: là fuori c’è il nemico. E fuori deve restare.
Solo che il nemico è dentro. È dentro di noi, ormai. La paura ci sta fottendo. E non c’è regola del due che tenga, quando il nemico è dentro casa.

Nicotera, 26 marzo 2015

Pubblicato in cronache | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento