Petra Laszlo e noialtri.

Petra-LaszloSi chiamava Celeste. Celeste Di Porto. Il papà, Settimio, che gestiva un negozietto di merciaio, la chiamava Stella. Per la sua bellezza. Alta, slanciata, tutta nera, neri i capelli, neri gli occhi, bellissima. Era la stella del ghetto di Roma. Divenne la più spietata cacciatrice di ebrei. Se lei ne riconosceva e salutava uno – e dopo il rastrellamento dell’ottobre del ’43 ne restavano pochi –, dopo che gli americani erano sbarcati a Anzio e ci si faceva coraggio per mettere il naso fuori dai nascondigli, subito gli uomini della Gestapo e i militi fascisti si gettavano addosso al malcapitato e lo portavano via. Verso via Tasso e poi Auschwitz. Un cenno di saluto, e era la fine. La Pantera nera, la chiamarono. Sui muri di Regina Coeli, scrissero: «Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mia è colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi». Anticoli Lazzaro non rivide più la famiglia sua. E non fu rivendicato. Celeste Di Porto, la scampò. Fu processata, si fece un paio d’anni, e la scampò. Si pentì, si convertì al cattolicesimo, si fece monaca, la cacciarono dal convento, scomparve. Non ebbe l’onore di una Hannah Arendt in tribunale, a descrivere la banalità del male, ma avrebbe potuto. Se non l’avesse fatto lei, se non li avesse denunciato lei, qualcun altro l’avrebbe fatto. Furono centinaia le denunce contro gli ebrei che erano scampati ai rastrellamenti. Per prendersi le loro cose, le loro case. Un professore universitario scrisse a Mussolini: «Duce, Le sembra possibile che un rappresentante della razza ebraica stia ancora su una cattedra di università italiana?» Seguiva nome e cognome dell’ebreo, e il proprio curriculum con i titoli necessari per prenderne il posto.
Petra Laszlo, la videoreporter dello sgambetto ai profughi, ha chiesto perdono. È solo una madre di due ragazzini, e ora è disoccupata. «Ho fatto una cosa sbagliata, ma sono anch’io una madre disoccupata con dei figli piccoli». Forse siamo tutti madri disoccupate con figli piccoli. Si è fatta prendere dal panico, ha detto, mentre una folla che cercava una via di scampo le veniva addosso e ha reagito quasi senza pensarci. Tutti i social network del mondo, inorriditi da quei pochi istanti di video girato, hanno chiesto il suo scalpo. Qualcuno avrebbe voluto sgozzarla con le sue mani. Tutti chiedevano vendetta. La figlia di Anticoli Lazzaro forse non l’avrebbe fatto. Si era salvata, era cresciuta. Tanti anni fa, intervistata sulla storia del padre e di Celeste Di Porto, la Pantera nera, disse che non cercava vendetta, che l’eredità del padre non andava sporcata d’altro sangue. Petra Laszlo non è come Celeste Di Porto. O forse sì. Forse ognuno di noi può diventare Celeste Di Porto. O forse no.
A Varsavia, Praga, Bratislava, in migliaia sono scesi in piazza urlando il loro rifiuto di accogliere profughi. Folle composte, con moltissimi giovani, avvolti spesso dalle loro bandiere nazionali. In Polonia, gli «stranieri» sono lo 0,1 percento. Uno su mille. Per vederne uno, lo devi proprio cercare con il lanternino. Eppure, le strade si sono riempite di simboli contro l’islam, di slogan contro i «terroristi». Il «Gruppo di Visegràd» – la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria – si è riunito e ha deciso di non accettare le quote di migranti che la Ue vuole imporre obbligatoriamente. Forse la Finlandia e i Paesi baltici potrebbero unirsi a loro. Sta nascendo un nuovo Muro nell’Europa dell’est. E non è solo quello di acciaio e filo spinato che Ungheria e Bulgaria hanno eretto. È un muro ideologico, politico. Religioso. Si sentono minacciati. Come se i Turchi potessero di nuovo dare fuoco alle loro chiese. Come se gli ebrei potessero di nuovo rapire i loro bambini per rituali di sangue.
La signora Françoise Olcay ha un emporio a Bodrum, una città portuale turca – la Turchia sta fronteggiando il primo terribile impatto della fuga dagli scenari di guerra – dove migliaia di rifugiati si ammassano cercando una via verso la Grecia e l’Europa. La signora Françoise Olcay era console onorario francese. Una carica così, da stampare sui bigliettini da visita. Però, è la faccia della Francia in terra di Bodrum, in terra turca. La signora Françoise Olcay vende gommoni agli scafisti. Scafisti improvvisati. Chiunque abbia i soldi per comprare un gommone può diventare uno scafista. Se hai il gommone, puoi portare le persone in Grecia. Con un viaggio, forse un paio, puoi pagarti il gommone. Poi va tutto a guadagno. Diventare scafista non dev’essere una scelta complicata. La domanda è enorme, e l’offerta è ridotta. Allora, aumenta l’offerta. Il mercato funziona così. Pure quello della carne degli uomini. «Se non li avessero comprati qui, li avrebbero presi altrove», si è difesa la signora Françoise Olcay, spiegando che lo fanno tutti in Turchia. Se non li avesse denunciati lei, Celeste Di Porto, la Pantera nera del Ghetto di Roma, lo avrebbe fatto qualcun altro. Lo fecero. Lo fecero anche a Varsavia, a Praga e Bratislava, e a Budapest. Le città del Gruppo di Visegràd.
Ezio Mauro, il direttore di «Repubblica», ha scritto un editoriale molto bello, intenso, Il corpo degli altri, sulle questioni che l’ondata dei profughi va sollevando, e certo non per un periodo breve, di fronte alla nostra coscienza, e alla coscienza culturale e politica dell’Europa. «Quando tutto ritorna agli elementi primordiali – il mare, la terra, i corpi, l’acqua, i muri, il commercio di uomini, il filo spinato – la democrazia entra in difficoltà… Nel momento in cui accettiamo di fissare fisicamente questa differenza come discrimine nell’utilizzo della libertà, reso parziale, e dei diritti, non più universali, noi non ci accorgiamo che simmetricamente questa operazione sta agendo anche su di noi». Non è il solo. Anche Pierluigi Battista, sul «Corriere della Sera» sta scrivendo degli editoriali molto belli. E Francesco Merlo, in una breve video news su repubblica.it ha detto «Quello sgambetto ci spaventa, ma Petra Laszlo ci somiglia» Battista e Mauro e Merlo sono persone misurate, prudenti. Eppure, di fronte all’estrema drammaticità degli eventi si vanno esponendo. Non espongono solo la propria opinione al riguardo, ma è come se si stessero impegnando in una battaglia di civiltà. Senza fare sgambetti.
Capita, invece, di leggere Giorgio Montefoschi, in una sua rubrica sul «Corriere» del 9 settembre, che dopo una lunga tirata in cui vuol dimostrare che non sta accadendo nulla che non si sia già visto – «Le migrazioni dei popoli, fin dai tempi della Bibbia, e ancora prima, sono sempre esistite… Il Male comincia con Caino e Abele…» –, rimprovera di lasciarsi prendere dai sentimenti, dopo la foto del corpo del piccolo Alan sulla spiaggia, e di non confrontarsi “lucidamente”. E cioè: «Quel bambino, con suo padre e sua madre, ormai in Turchia, doveva proprio quella sera, col mare grosso, salire sul gommone?» Ecco, questo è uno sgambetto alla Petra Laszlo.
C’è anche chi la butta in politica. Giuliano Ferrara, sul «Foglio» del 6 settembre, in un pezzo dal titolo Se proteggi milioni di vittime devi avere poi il coraggio di combattere il loro nemico, scrive: «Se accogli, ti metti in gioco… L’apertura delle frontiere europee sarebbe una tragica farsa senza una strategia per far mettere radici a pace e libertà dove queste sono conculcate. Con lo stesso vigore usato nel dire la verità del diritto d’asilo, i governi europei e quello americano dovrebbero affermare il diritto di intervento per strappare gli artigli alla bestia del disordine fanatico…» Insomma, bisogna entrare in guerra, anzi bisogna mettere gli scarponi sul terreno. Se no, che accogli a fare? E questo, più che uno sgambetto sembra proprio una entrata pesante.
Forse, non bisogna necessariamente appartenere al Gruppo di Visegràd per alzare i muri.

Nicotera, 14 settembre 2015

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Un nuovo Piano Marshall per costruire la nuova Europa. O qualcosa che ci somiglia.

proteste_germania_1947Il mondo si va muovendo. Si muovono le sue gambe, le sue braccia, i suoi corpi, le sue lingue. Ciò che prima era a sud va verso nord, e ciò che prima era a est va verso ovest. La Grande Migrazione è appena cominciata: il mondo sarà un posto diverso. È già accaduto, certo. Alla fine dell’Ottocento, verso il Nuovo mondo, dove sugli alberi crescevano monete d’oro. A metà del Novecento, verso il nord dell’Europa, quando le fabbriche ingoiavano braccia e sputavano automobili, lavatrici, televisori, che tutti avrebbero potuto avere. Si fuggiva dalle carestie, dalle patate con i vermi il giorno che andava bene, gli altri trovavi le pietre che anche a tenerle in bocca o a farci il brodo ti facevano venire solo sete. Che ti chiamassi Bernadette O’Connor o Angelina Maropati cambiava poco.
Stavolta è il Continente Nero a muoversi. Stavolta è il Medio Oriente a muoversi. Ci sono sempre state migrazioni dall’Africa e dalla Mesopotamia, o dalle sorgenti del Nilo. Andavano verso i paesi che avevano segnato i loro confini, da dove erano venuti soldati e esploratori con i caschi coloniali con dentro il sughero e dietro la veletta a coprire il collo che il sole era troppo per quelle pelli così bianche. Stavolta non è così.
Fuggono dalle guerre, come sempre è stato, certo. Ma fuggono anche dai fondamentalismi. La Grande Migrazione è la sconfitta del fondamentalismo dello Stato islamico, la sconfitta politica del Gran Califfo dell’Orrore. Abu Bakr Al Baghdadi ha costruito uno Stato decapitando uomini e ammucchiando le loro teste. Chissà, forse anche i Maya facevano così. E ci sono le scuole, e ci sono i medici e gli infermieri, e ti fanno il mutuo se vuoi avere una casa. Chissà, forse anche i Maya facevano così. Forse tutto questo non basta. Le primavere arabe hanno preceduto la Grande Migrazione. Ma è la stessa cosa. Quelli che arrivano sono profughi dalla speranza.
Forse i potenti della terra l’hanno capito. il presidente della Commissione europea, Juncker, ha tenuto un gran discorso – e per lui era giorno di lutto privato. Annunciando il piano Ue di accoglienza per ulteriori 120mila rifugiati in Europa, ha detto: «Gli europei devono prendersi carico di queste persone, abbracciali e accoglierli. L’Europa sono i ragazzi di Kos che portano i panini ai siriani, chi ha applaudito il loro arrivo nella stazione di Monaco». La Comunità europea ritrova le ragioni della sua fondazione.
Angela Merkel, parlando davanti al Bundestag ha detto: «La sfida è grande ma se la affrontiamo con coraggio, senza esitare, con creatività, alla fine possiamo solo vincere. Se l’Ue fallisce su questa emergenza, fallisce su uno dei principi fondamentali su cui si fonda, la dichiarazione universale dei diritti umani». E nella conferenza stampa congiunta con il premier svedese, Stefan Lofven, a Berlino, ha ricordato che è solo un primo passo e che forse bisognerà rendere obbligatorio il sistema delle quote, «perché il numero di rifugiati non si può determinare né in Germania né in Svezia, ma è il risultato di circostanze». La Comunità europea ritrova le ragioni della sua fondazione.
Anche il portavoce del presidente Barack Obama, Josh Earnest è intervenuto: «Non è vero che ci siamo girati dall’altra parte. La Casa Bianca continuerà a valutare ulteriori azioni che possono essere intraprese per aiutare i Paesi che stanno sopportando l’urto di questo fardello. È anche nell’interesse nazionale». E hanno parlato il portavoce del National Security Council, Peter Boogaard, e il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, ricordando che c’è stata una telefonata importante tra John Kerry e il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier.
Infine, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha contattato Austria, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Polonia e Slovacchia per un summit il 30 settembre a New York. Ban Ki-moon ha ricordato che le Nazioni Unite continueranno «a supportare gli sforzi per sviluppare una risposta che sia effettiva, fattibile, ed in linea con i diritti umani universali e con gli standard umanitari, incluso il diritto d’asilo».
Tutto questo, però, sembra poco più poco meno di quanto ha già detto e sta facendo il papa. Francesco si sta spendendo parecchio. Ma è solo il primo passo, l’emergenza da affrontare. Poi, ci vorrà qualcosa di più che mettere a bilancio il reperimento di alloggi, la distribuzione di vitto, l’assistenza sanitaria, il reclutamento di assistenti e poliziotti. Ci vorrà qualcosa di più che calcolare le quote tra nazioni e redistribuire i rifugiati. Ci vuole una nuova UNRRA, un nuovo Piano Marshall, o qualcosa che somigli all’uno e all’altro.
Marshall era il Segretario di Stato americano. Nel 1947 tenne un discorso a Harvard in cui lanciò il Piano che portò il suo nome. Il piano Marshall rappresentò una svolta nella politica americana per la ricostruzione, con il superamento dell’approccio disorganico che aveva caratterizzato i programmi di sostegno alimentare – messi in atto con il Government Aid and Relief in Occupied Areas – e la definizione di una strategia effettiva per promuovere la ripresa economica del continente europeo. All’interno del Piano Marshall, operò l’ERP. L’European Recovery Program fu il piano di sostegno alla ricostruzione europea varato dal governo degli Stati Uniti nel 1948. In sostanza, una serie di provvedimenti volti a rilanciare l’economia europea distrutta dalla guerra, e a favorirne il reinserimento nel sistema degli scambi internazionali. Con l’erogazione di finanziamenti per un ammontare complessivo di 17 miliardi di dollari, il programma favorì il rilancio delle economie europee, e in particolare di quella della Germania occidentale, permettendo ai governi di questi Paesi di ammorbidire le politiche di austerità imposte alle popolazioni. Attraverso l’ERP, i Paesi dell’Europa occidentale ebbero a disposizione fondi con i quali poter acquistare materie prime e combustibili, ma anche macchinari e prodotti industriali. La necessità di istituire un meccanismo di coordinamento portò all’istituzione dell’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica, che ebbe un ruolo importante nel porre le basi per il futuro processo di integrazione tra i Paesi dell’Europa occidentale.
L’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) fu l’Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la riabilitazione, l’organizzazione internazionale costituita, dal 9 novembre 1943 al 30 giugno 1947. L’UNRRA fu formata allo scopo di fornire aiuti e assistenza alle popolazioni immediatamente dopo la liberazione da parte delle forze armate delle Nazioni Unite. Le spese operative dell’UNRRA furono finanziate da due contributi da parte dei 32 stati membri che non avevano subìto invasione nemica, ognuno dei quali corrispondente all’1 percento della ricchezza nazionale. Un altro importante compito dell’UNRRA fu quello dell’assistenza ai profughi, apolidi e perseguitati per ragioni politiche o razziali. Durante il 1946 e la prima metà del 1947 l’UNRRA assisté una media di circa 800.000 profughi, di cui 700.000 in Germania, 50.000 in Austria, 30.000 in Italia e 20.000 nel Medio Oriente.
L’1 per cento della ricchezza nazionale da investire. La Grande Migrazione può essere l’occasione di un Grande Piano di Rilancio. Sono già centinaia di migliaia i profughi arrivati, i migranti. E qualcuno – forse per intimidire, per terrorizzarci – parla di milioni in attesa di partire per venire qui. Serve un Piano economico, che contempli occasioni di reddito, nuove imprese, nuove scuole, nuova assistenza, nuove case, nuovi luoghi di culto. Qualcosa che serva qui e che si possa fare anche lì. Perché non si può essere accoglienti qui e andare a bombardare lì. Perché se qui sarà come casa loro, lì sarà come casa nostra. I confini si stanno muovendo, anche quelli delle mura domestiche.

Nicotera, 9 settembre 2015

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