È morto Eugenio Scalfari – e potrà finalmente parlare a tu per tu con Dio – che ultimamente sembrava l’unico interlocutore che prendesse in considerazione come suo pari. Scalfari è stato non solo un gran giornalista – di penna lucida nell’argomentare, colto e brillante – come forse solo Montanelli, anche perché medesimamente longevi. Ma al contrario di Montanelli, un conservatore aggressivo che caricava a testa bassa qualunque cosa o persona “sapesse” di sinistra, Scalfari, da liberale, da riformista, s’era posto il problema di interloquire con la sinistra, di darle il posto di governo che le spettava, per la sua forza di rappresentazione sociale. Per fare questo – Scalfari ha inventato un giornalismo che era non solo politico, fortemente politico, ma “un partito”, il partito de «la Repubblicaı. Fazioso – oltre ogni ragionevolezza. In qualche modo però, ha interpretato un sentimento che cresceva nella classe media e alfabetizzata di questo paese – aprire a sinistra. Questo gli ha consentito di superare il suo vero antagonista, il «Corriere della Sera» che passava dagli imbambolamenti della Crespi e di Piero Ottone alle porcherie con la P2. Con «la Repubblica» non si faceva opinione, si faceva direttamente politica. Contro Craxi e il socialismo, divisivo delle sinistre, dalla parte di Berlinguer e del compromesso storico. Il momento più alto di questa “influenza” (Scalfari è stato il più importante influencer italiano, per circa trenta-quarant’anni) è stato il sequestro Moro e la “linea della fermezza”. Non so quanto Berlinguer lo pensasse di suo, ma di certo la “campagna” di Scalfari è stata determinante perché il Pci assumesse una posizione di irricevibilità di ogni messaggio di Moro (dato per pazzo, per perduto), disperatamente alla ricerca di una sponda per la trattativa. Scalfari riuscì a paralizzare la Dc e il Pci (che forse non ne avevano bisogno), ma comunque a fornire a Dc e Pci l’impressione che stessero agendo per il bene dello Stato e del paese. E sacrificare Moro era necessario – e il male minore. Non credo si sia mai ravveduto di questo. Ne parlerà con Dio – adesso che ne ha l’occasione. Ma credo che lo Stato, gli debba almeno un funerale.
Nicotera, 14 luglio 2022. pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 15 luglio 2022.
«Per voi italiani la Russia è lontana, e il Mediterraneo non è un lago russo – si sfoga Karl, barista –. Per noi svedesi, e ancora di più per i finlandesi, la Russia è molto vicina». Questo, più o meno, è il sentimento di quel 58 percento degli svedesi che a maggio si è espresso favorevolmente all’adesione alla NATO. Dice Kenneth G. Forslund, presidente del Comitato sugli affari esteri del Riksdag (il parlamento svedese), e membro dei Socialdemokraterna (socialdemocratici): «La politica di non-allineamento è stata una parte importante delle politiche del nostro partito, e ha servito bene la Svezia per oltre duecento anni. Ma i tempi sono cambiati. Nella nuova realtà emersa dopo la brutale e illegale invasione russa dell’Ucraina, la Svezia ha bisogno di formali garanzie di sicurezza, che derivano dall’essere membri della NATO. Per la sicurezza della Svezia e del suo popolo, la NATO è l’opzione migliore e più fattibile» [Per Svezia e Finlandia la NATO è la sola garanzia contro l’imperialismo russo, di Gabriele Catania, su «Valigia blu»]. È da questo sentimento che è nata la richiesta di Svezia e Finlandia di aderire alla NATO. Quella richiesta – per l’approvazione della quale è necessaria l’unanimità dei membri – contro la quale si è schierato Erdogan, imputando a svedesi e finlandesi di dare ospitalità e protezione ai “terroristi curdi”. È solo dopo il “Memorandum di intesa” firmato a Madrid, il 28 giugno, da Mevlut Cavusoglu, Pekka Haavisto e Ann Linde, rispettivamente ministri degli Esteri turco, finlandese e svedese, che Erdogan ha concesso il suo via libera. È stato un ricatto politico – non c’è un’altra definizione possibile. Erdogan ha profittato della situazione per mettere il coltello alla gola di svedesi e finlandesi. Che hanno rimangiato in parte la loro decennale posizione di critica e accusa nei confronti dell’autocrate turco di condurre una guerra spietata non solo contro i curdi ma contro ogni opposizione interna. Anche perché nei due paesi scandinavi, c’è una consistente comunità curda (circa centomila in Svezia e diecimila in Finlandia) che riesce, come in Germania, a fare sentire la loro pressione. «Io penso sia stata una resa dello Stato svedese di fronte a un paese nemico della libertà quanto la Russia di Putin» – dice A., figlio di curdi, e dipendente di un ente pubblico svedese. L’intesa tra la Svezia, la Finlandia e la Turchia ha fatto infuriare Amineh Kakabaveh parlamentare indipendente che ha definito “inaccettabile” il negoziato con il regime turco, definendolo fascista e “una dittatura”. E proprio a inizio giugno Kakabaveh aveva anche salvato una seconda volta il governo di minoranza di Magdalena Andersson che, a sua volta, aveva confermato la cooperazione con il PYD, il Partito dell’Unione Democratica attivo nella Federazione del Nord della Siria, inserito ora nel Memorandum come “terrorista”. L’allarme maggiore – perché immediato – è scattato a proposito della possibilità che Svezia e Finlandia avessero firmato un protocollo che li impegnava a avviare pratiche di estradizione e consegnare immediatamente a Erdogan una lunga lista di nomi che l’autocrate turco considera “terroristi” e che hanno trovato lì rifugio. Questa “notizia” è girata per giorni sui social – soprattutto in quell’area che considera responsabile di questa guerra la NATO e che quindi giudica l’adesione di Svezia e Finlandia una “escalation” contro Putin, una minaccia ai russi. Più o meno, il “copione ucraino” (l’allargamento a est della NATO è l’origine della risposta russa). Ora, non c’è scritto da nessuna parte del Memorandum questa cosa e il paragrafo 8 vincola ogni decisione sull’estradizione a che sia presa «in conformità con la Convenzione europea sull’estradizione». Per Martti Koskenniemi, professore emerito di Diritto Internazionale presso l’Università di Helsinki, e tra le menti legali più note d’Europa, il Memorandum «incarna una formula diplomatica di compromesso che in realtà vincola i due paesi semplicemente ad avere più colloqui. Ritengo impensabile che questo possa condurre a qualche cambiamento legislativo significativo in Finlandia». Eppure, qui è scattato subito quello strano meccanismo mentale per cui i ricattati (Svezia e Finlandia) sono i colpevoli, e il ricattatore (Erdogan) passa sotto silenzio. Di nuovo, il “copione ucraino”. Non fa bene alla causa curda, oltre che alla verità, dire cose inventate. Dice Michael Walzer – professore emerito a Princeton, filosofo della politica, da sempre impegnato nella sinistra americana – in un bel colloquio con Wlodeck Goldkorn su «l’Espresso» del 10 luglio: «Cosa ha ottenuto la Turchia per aver “permesso” a Svezia e Finlandia di entrare nell’Alleanza atlantica non è del tutto chiaro, ma sembra un accordo a spese dei curdi, traditi di nuovo». Intanto, il 7 luglio 2022, l’amministrazione autonoma ha dichiarato lo stato generale di emergenza per tutte le regioni del nord est della Siria. I bombardamenti turchi si sono intensificati. Il 19 luglio di dieci anni fa, è iniziata la rivoluzione del Rojava. Per quella data, si chiede una mobilitazione internazionale.
Nicotera, 11 luglio 2022. pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 12 luglio 2022.