Coppi e la Dama bianca. L’Italia degli anni Cinquanta li perseguitò.

coppi_occhiniLa denuncia era ormai lì. Contro Occhini Giulia in Locatelli, di anni trentuno, casalinga, e contro Coppi Fausto, del fu Domenico, di anni trentaquattro, coniugato, di professione corridore. Adulterio. Era d’obbligo darvi seguito. E fu subito scandalo.
«Ma chi crede al dolore di quella concubina, a chi lo vuol far credere? Non parlare più di questa grande peccatrice che ha tanto disgustato sarebbe un’ottima cosa per noi madri e mogli oneste che abbiamo sacrificato tanto per la nostra missione, per la nostra reputazione» (Eleonora, Padova).
Un’altra: «Mi meraviglia l’arroganza e la crudeltà della signora Occhini. Chiama suocera la madre di Coppi e ha il coraggio di abitare nello stesso paese a poca distanza dalla moglie di lui» (Giovanna).
E ancora: «Ma la Occhini avrebbe abbandonato marito e figli se Coppi fosse stato il garzone di un salumiere invece che il Campionissimo?» (Carmen, Piacenza).
E ancora: «Non vi sembra che si esagera non poco nella stampa di oggi presentando la Occhini quale vittima di un tragico destino? In fin dei conti si tratta sempre di una donna che ha rovinato due famiglie» (Enrico, Firenze).
È questo il tono di alcune delle tante lettere che Franco Pierini pubblicò in una lunga inchiesta sull’adulterio uscita su «l’Europeo» nel 1960, quando tutto sarebbe dovuto essere, letteralmente, morto e sepolto. Ma l’adulterio era il marchio peggiore in quegli anni. «Religione, codice e costume sono i tre elementi che congiurano per fare dell’adulterio il peggior reato che si possa commettere in Italia. Le sue conseguenze durano tutta la vita. Di fronte alla nostra società può riabilitarsi il ladro e perfino l’omicida, non l’adultera». Aveva scritto così il professore Mario Luzzatti, noto matrimonialista, che pure era stato uno degli avvocati del marito di Giulia Occhini al processo. Perché Giulia Occhini, e la sua storia con Fausto Coppi, il Campionissimo, erano il “concentrato” di tutte le storie adultere di quegli anni – storie adultere di necessità e non per scelta, perché non esisteva possibilità alcuna di interrompere il matrimonio –, per l’enorme visibilità che ebbe, data la straordinaria popolarità del ciclista, per l’accanimento dei media, per la complicata e intrigata realtà dei protagonisti, per l’aspetto drammatico che assunse e per il carattere tragico della sua fine. Coppi, allora, superava in popolarità qualsiasi altro campione di sport o anche un cantante o un attore: è inimmaginabile oggi, ma allora la fatica della bicicletta univa come nient’altro “nazione e popolo”. Gliela fecero pagare amara, quella popolarità.
Insomma, c’era una pancia della nazione che giudicava con ferocia Giulia Occhini, e erano soprattutto donne. Lei, la moglie del dottore, bella, elegante, maliarda, aveva potuto scegliere, e meglio. Ma il matrimonio rappresentava per milioni di donne un fragile argine di sicurezza: la Occhini era una minaccia, era “l’altra donna” che poteva rubarti il marito, e con lui quell’argine all’insicurezza. E poi, le donne che lavoravano non erano molte, non avevano autonomia economica, badare a marito-padrone e figli rappresentava pur sempre un modo di sopravvivenza; la “dote” della reputazione era tutto il patrimonio spendibile. E mandare all’aria un matrimonio, essere esposta al giudizio morale di tutti, e all’emarginazione, a meno di non volere appositamente mettersi “su una brutta strada”, era considerata una spudorata pazzia, di certo non un comportamento che si sarebbe potuto riprodurre con facilità e come via di liberazione.
I tempi erano questi. Meschini. Settembre 1954. Quando il pretore, il brigadiere, l’appuntato e il medico di Novi Ligure vanno a mezzanotte a Villa Carla, dove vivevano i due concubini, per pescarli in “flagrante reato” dopo che il marito di lei, con tanto di due testimoni, ha presentato denuncia, superano un primo cancello, poi un secondo. È notte, e i due, ormai svegli, non si fanno beccare certo a letto insieme. Coppi li accoglie in vestaglia, lei – che da un po’ figura come la sua segretaria privata, per salvare la faccia e il quieto vivere – è già in ordine: la flagranza non ci sarebbe. Però, l’appuntato – il mandato li autorizza a ispezionare ogni stanza – allunga la mano sul letto: è caldo, eccola, la prova. Su quella “prova”, arrestano lei in nome della legge e della pubblica morale – trascorrerà tre notti in prigione e poi andrà in domicilio coatto da una zia a Ancona, a lui ritirano il passaporto; su quella prova nel 1955 verrà intentato il processo e saranno comminate le condanne, lui a due mesi, lei a tre.
Molti anni dopo, ricordando quella sera del ’54 la Occhini dirà che quella visita notturna se l’aspettavano, e che per quello avevano messo tutti quegli sbarramenti, per avere del tempo a non farsi trovare abbracciati; rivelerà, anche, che dentro l’armadio c’era un doppiofondo, che conduceva a un’altra stanza, un rifugio, insomma, dove scappare in casi estremi. Racconterà ancora che a Ancona, al domicilio coatto, quando usciva per fare la spesa, le donne sputavano al suo passaggio. Questi erano i tempi per l’amore: meschini.
Tutto era cominciato nel 1948, quando il dottor Locatelli, medico condotto a Varano Borghi, comune del Varesotto, sfegatato tifoso del Coppi Fausto, l’Airone che volava sulla bici, si era fatto accompagnare dalla moglie al Tre Valli Varesine, che lui, il Campionissimo, aveva vinto, e dove lei gli aveva chiesto un autografo. Poi, le famiglie si erano frequentate, il medico e la moglie andavano a Novi Ligure, dove il Campionissimo viveva con la propria, di moglie, Bruna, una bella e modesta ragazza che conosceva da ragazzino, quando l’avevano mandato prima nei campi, come tutti i fratelli, e poi dal fornaio, che con quel fisico strano – magro magro, lungo lungo e con quel petto carenato – non era cosa sua la fatica della terra, a fare le consegne. Era lì che il Coppi, andando su e giù per valli e colline, aveva scoperto come si potesse andare veloce in bici, come potesse essere imprendibile.
C’erano state lettere, tante lettere, fra il Fausto e la Giulia: lei spigliata, lui silenzioso, lei di mondo, lui un contadino nel cuore, lei elegante, lui vestito come uno che s’è appena comprato il doppiopetto per la vita. Lui un campione che il mondo ci invidiava, lei, forse, una che sentiva stretta la vita di provincia. Scoppia l’amore e è irrefrenabile. Lo tengono nascosto, come possono. Lui lascia la moglie e la figlia, lei lascia il marito e i figli: vanno a vivere a Villa Carla di Novi Ligure. Tutto rimane un po’ così, sembra che il medico condotto se ne sia fatta una ragione, e pure Bruna forse – si sono separati, Fausto le ha lasciato la loro prima casa e cinquanta milioni, che allora erano un’enormità. Quando nel 1953 vince il campionato del mondo a Lugano, Fausto regala a Giulia, che gli sta vicino vicino, i fiori della vittoria. È il primo gesto scopertamente “pubblico”. Prima, sullo Stelvio, mentre lui scollinava, qualcuno aveva colto il grido d’entusiasmo di Giulia e lo sguardo compiaciuto di Fausto – ma era ancora una “storia di ciclismo”. Poi, al Tour de France del 1954, dopo la tappa di Saint Moritz, Pierre Chany, giornalista de «l’Équipe», scrive: «Vorremmo sapere di più di quella dame en blanc che abbiamo visto vicino a Coppi» – lei indossava un montgomery color neve. È lì che nasce l’appellativo con cui Giulia Occhini passa alle cronache. La dama bianca. Forse, fu lì che il dottor Locatelli non ci vide più. E si presentò alla caserma di Novi Ligure.
Giulia, nel 1955, l’anno del processo, è incinta. Con Fausto si sposano in Messico – matrimonio non riconosciuto dalla legge italiana – e poi lei va a partorire in Argentina, per poter dare il cognome del Campionissimo al figlio, Faustino. Partorisce mentre avviene la punzonatura del 38° Giro d’Italia, dove lui arriverà secondo tra entusiasmi e tifoserie divise. Lei non potrà rivedere i suoi figli per anni, e così lui per la sua piccola Marina. Coppi continua a correre e vincere, e la gente, lentamente, sembra voler dimenticare quella storia.
Dimenticare, non perdonare. Quello, non accadrà più. Per Giulia e Fausto saranno anni quasi tranquilli – lui è “anziano” come ciclista ma, benché Ginettaccio Bartali, tra il serio e il faceto, al Musichiere, la famosissima trasmissione di Mario Riva, gli rinfaccerà di aver usato «eccitanti», ha un cuore che è un mantice e come quello d’un ragazzo, e continua a correre. E guadagnare. E cambia: veste più ricercato, sembra elegante quasi, impara i buoni modi, ha un’aria rilassata quando sta in mezzo agli altri e pure felice nelle foto con lei e Faustino – per come potesse esprimere la felicità un uomo solitario, timido e riservato. Quando, per insipienza dei medici, una malaria contratta in Africa, dove era andato per una battuta di caccia, nel dicembre del 1959 diventa mortale e se lo porta via in un amen, quasi quasi gliela rimprovereranno a Giulia, quella morte banale.
Lui, da morto, diventò leggenda. Lei, la rovinafamiglie, da viva, Occhini Giulia in Locatelli, casalinga, restò colpevole.

Nicotera, 5 agosto 2016
Pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 agosto 2016

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The little girl who dreamed big sul cielo del mondo. Non sarà un bullo a fermarla.

clinton_nomination_philadelphiaOgnuno può scegliere il momento più emozionante della Convention democratica a Philadelphia – se quando Anastasia Somoza, ragazza disabile, ha raccontato delle sue opportunità scolastiche conquistate a fatica; o quando Merryl Streep, icona di Hollywood, emozionatissima, ha detto di quanta «grit and grace», grinta e grazia, occorra alle donne per farsi avanti e di quanta ne abbia Hillary; o il momento in cui John Lewis, ora anziano deputato, ha ricordato i giorni della marcia da Selma a Montgomery; o il discorso perfetto di Michelle Obama, ormai stella di prima grandezza dell’universo politico democratico.
Per me è stato quando Khizr Khan, padre di un soldato americano musulmano morto nella guerra in Iraq, con la moglie a fianco che indossava il suo tradizionale velo, ha sfidato Donald Trump a studiare le parole della Costituzione americana – tirando fuori dalla giacca la sua copia «per prestargliela» – lì dove garantisce libertà di religione, e invitandolo a recarsi in un cimitero di guerra, e leggere i nomi dei caduti per gli Stati uniti, quelle lapidi dove non c’è differenza di genere o di fede, ma solo il senso di servizio e di patriottismo. Perché ci ricorda una cosa straordinaria: l’America è un grande paese perché è un paese di immigrati, dove ciascuno è stato portato da qualcun altro. Dove i reietti, gli emarginati, gli schiavi, quelli che fuggivano dai re e dalle vendette per rivoluzioni fallite, quelli che fuggivano per persecuzioni religiose, quelli che fuggivano dalla fame, dalle carestie e dalle guerre, quelli che sognavano un mondo di opportunità e un salario dignitoso, quelli che credevano che i dollari crescessero sugli alberi, quelli che vi arrivavano in catene e se ne sono liberati – quelli, hanno fondato e costruito una nazione potente, la più potente si sia mai vista sulla terra.
E lo ricorda a noi europei – popoli stanchi, indeboliti, ancora legati a confini fragili, a lingue morte – che di fronte alla più grande tragedia del mondo contemporaneo, la migrazione di masse disperate e sognanti, sentiamo paura e non capiamo quale enorme opportunità si stia spalancando davanti, quella di ridare vita al nostro sangue, alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra demografia. Certo, arrivano anche assassini e criminali, pazzi e bugiardi, papponi e ladri e fuori di testa – non solo ingegneri e dottori, carpentieri e fabbri, infermiere e spazzini, e donne e uomini assennati; ma la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.
È stato questo il cuore del discorso con cui Hillary Clinton ha accettato la nomination, ricordando le parole di Franklin Delano Roosevelt: «The only thing we have to fear is fear itself». Se è la paura, e l’odio per chi la incute, il sentimento su cui fa leva il signor Trump, sono il coraggio e la fiducia e la determinazione i sentimenti di Hillary. «Quando volevo nascondermi, perché qualche bullo a scuola faceva il prepotente, mia madre, letteralmente, mi chiudeva la porta. Torna là fuori, mi diceva». E ci tornava. Questo è il carattere di questa donna.
Nel suo discorso Clinton ci ha tenuto a ricordare il suo “servizio” per gli Stati uniti – le sue battaglie per la riforma sanitaria, quelle per un salario equo per le donne, per i disabili e, da senatore dello Stato di New York, per i sopravvissuti e per le famiglie dei caduti dell’11 settembre. È a loro che pensava – racconta – quando, nello Studio Ovale, prese parte alla decisione di attaccare il compound dove viveva Osama bin Laden.
«Una donna che ci fa migliori», è questo che ha detto di lei il marito Bill, e quanto deve saperlo lui, beccato da uno scandalo di puttane da senatore dell’Arkansas, e coperto da Hillary, beccato dallo scandalo dei pompini sotto la scrivania dello Studio Ovale con la stagista Monica Lewinsky, e coperto da Hillary. La ragazza cicciottella con gli occhiali spessi da miope e i denti un po’ storti che lo aveva stregato quarantacinque anni fa in una biblioteca di Yale non lo ha mai mollato. Hillary non ti molla. Hillary si fa carico di te. Hillary ha la testa sulle spalle.
Ha detto un’altra cosa, il vecchio Bill, ancora bravo con le parole, benché la sua voce si sia arrochita e le mani tremino un po’ – è stata generosa Hillary, nel ringraziarlo, e dicendosi contenta di vederlo ancora “sul pezzo” –, ha detto che «molti qui, hanno more yesterday than tomorrow, più ieri che domani, ma i vostri figli e nipoti ci benediranno». È questo un punto cruciale: Hillary, si dice, rappresenta il passato, è una donna dell’establishment, una donna che mastica politica da sempre, e può fare fatica a vincere, in un momento in cui monta la critica di massa a Washington, monta il desiderio di nuovismo a tutti i costi. È andata così, il ciuffoso Trump riesce a farsi passare per il campione dell’uomo comune contro i soliti truffatori politicanti.
È allo stesso uomo comune, The Main Street, l’uomo della strada, che ha parlato ieri l’altro Obama e ieri Hillary. Non agli uomini e donne di New York, di Chicago, di Los Angeles – nessun nero, nessun ispanico potrebbe votare per Trump. É agli uomini dell’Indiana, dell’Oklahoma, del Wyoming, dell’Ohio, del Michigan, a quelli delle small town, farmers e workers, uomini dell’agricoltura strozzati dalle banche e operai che hanno visto il loro impianto andarsene via. A quelli del Midwest, a quelli della Rust Belt. È a loro che parla stasera Hillary, delusi, arrabbiati: «You are frustrated, even furious. And you know what? You’re right / Sai che c’è? Hai ragione». Anche per questo, fa un omaggio a Bernie, e all’entusiasmo che le sue battaglie hanno suscitato. «Your cause is our cause».
Ma la politica non è una bacchetta magica, la politica non crea paradisi. Perché una buona idea diventi una cosa reale «you do it step-by-step, year-by-year … sometimes even door-by-door / passo dopo passo, anno dopo anno, qualche volta anche porta dietro porta». Di nuovo, come ha già fatto Barack, è della militanza, dell’impegno che si parla.
Nel ricordare la rivoluzione d’indipendenza dall’Inghilterra, Hillary non si sofferma sulla retorica dei tamburini e delle bandiere al vento ma sulle differenze, sulle diversità delle prospettive di quegli uomini, che avevano idee diverse di come liberarsi del Re. E poi si parlarono, e si ascoltarono e raggiunsero un compromesso. Ecco, è questo il punto: parlarsi, ascoltare, cooperare, raggiungere un compromesso, andare avanti. Questa nazione è stata creata perché non ci fosse mai tutto il potere concentrato in un solo uomo – fosse stato per quello, allora, si tenevano il Re.
«America is once again at a moment of reckoning». Siamo alla resa dei conti. «There’s a lot of work to do / c’è tanto lavoro da fare».
The little girl nata a Chicago, Illinois, da una famiglia che veniva da Scranton, Pennsylvania, con radici scozzesi e inglesi e aveva iniziato lavorando in miniera, è arrivata sul cielo del mondo. Non sarà certo un bullo a fermarla.

Nicotera, 29 luglio 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 30 luglio 2016.

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