I serenissimi indagati per una pala meccanica.

tanko_san_marco_1997Rosa Cassata è una donna siciliana che di mestiere fa la veterinaria e di passione fa l’indipendentista. Vive praticamente isolata, circondata da cani pastori maremmani abruzzesi, che non sono propriamente delle bestie docili, in un bosco in provincia di Messina. All’alba del 2 aprile 2014 si vide piombare addosso un blitz dei carabinieri. Sollecitata dalla procura di Brescia, soprattutto nel Veneto e Lombardia, ma anche in Sicilia e Sardegna, era scattata un’operazione militare con l’impiego di trecento carabinieri. Si effettuarono perquisizioni a tappeto, non solo nelle case, in ogni luogo a disposizione degli indagati, persino nelle automobili private: insomma, un setaccio scrupoloso. Si cercarono documenti contraffatti, proclami, ricevute di movimenti finanziari, visori notturni, divise, armi. L’accusa della procura di Brescia era da far tremare i polsi: 270 bis del Codice penale, associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico. Ma c’era dell’altro nell’accusa, e stava nel reato ipotizzato dall’articolo 110 della legge 895 del 1967, che recita: «Chiunque senza licenza dell’autorità fabbrica o introduce nello Stato o pone in vendita o cede a qualsiasi titolo armi da guerra o tipo guerra…». Che già solo a sentirlo.
Una settantina di indagati, tra fondatori e partecipanti del progetto eversivo, una ventina di arresti e tutti gli altri a piede libero. L’accusa della procura sembrava tendere a smantellare una rete eversiva davvero ramificata. Solo che non si trovò nulla, neanche uno spillo di eversivo. E di arma da guerra. A parte il Tanko, ovviamente, che quello era ben visibile.
Eh sì, si sta parlando di nuovo del Tanko veneto che nel 1997 arrivò in piazza San Marco a Venezia, da cui i Serenissimi indipendentisti fecero in tempo a issare una bandiera, lanciare un proclama col megafono e poi – dopo che era stato mobilitato praticamente un esercito – furono sloggiati nell’imbarazzo generale: avevano goffamente ricoperto un trattore, o poco più, mimetizzandolo da carro armato: c’erano cascati tutti.
Solo che questo è un altro Tanko, il Tanko 2, cioè lo stesso ma meglio: stavolta si tratta di una pala meccanica, e di lamiere da venticinque e quarantacinque millimetri, insomma roba seria. E la stessa, più o meno, era l’azione pensata: arrivare in piazza San Marco, bardati di tutto punto, e aspettare. Aspettare che la cosa provocasse una qualche reazione, un intervento militare, a cui loro – i novelli Serenissimi – barricati nel Tanko 2, con tanto di acqua, kit medico e maschere antigas, non avrebbero fatto altro che resistere. Resistendo, di sicuro una qualche televisione internazionale – siamo a piazza San Marco, mica a Forlimpopoli – avrebbe fatto un servizio di informazione, e a quel punto poteva succedere di tutto, che so, che la Russia chiedeva: «Chi sono quelli?», oppure la Cina, oppure la Nigeria. E loro avrebbero risposto: «Siamo per l’indipendenza del Veneto, siamo ambasciatori del Serenissimo Governo Veneto». E questo scambio qua sarebbe equivalso a un riconoscimento internazionale. Giuro, era questo che pensavano.
Due anni di indagini: gli arresti e le perquisizioni del 2014 erano il risultato di due anni di appostamenti, intercettazioni, fotografie, riprese video, e attività investigativa varia. E di duecentoventidue pagine di rinvio a giudizio. Mentre i nuovi Serenissimi, il sabato mattina – quando erano liberi dal lavoro – piallavano prima (ne avevano fatto una sagoma in legno) e saldavano dopo le loro piastre metalliche sulla pala escavatrice, i carabinieri li seguivano passo passo. In verità, avevano pensato di comprarne sei, di pale escavatrici, ma poi i soldini raccolti tra di loro non bastavano e così il progetto si era ridimensionato.
A un certo punto, o perché la procura si fosse convinta che stesse per scattare l’occupazione di piazza San Marco o perché non si cavava un ragno dal buco, partono le perquisizioni e gli arresti. Il Tribunale del Riesame di Brescia ci mette due settimane per mandare a gambe all’aria tutto l’impianto accusatorio: «l’occupazione di piazza San Marco, in Venezia, e di altri luoghi emblematici ubicati in altre località d’Italia (quale Brescia), l’incursione del “tanko” e i seguiti di massa previsti in altre piazze nazionali sono stati concepiti come atti a scopo prettamente dimostrativo». Punto. Tutti a casa. Insomma, niente di effettivamente pericoloso. Neanche il tanko, che benché vistoso rimane poco più che quello per cui è nato, una pala meccanica. Anche se sulla torretta era stato progettato un tubo dalla forma di cannoncino – eccola, la fabbricazione dell’arma da guerra –, che poteva essere poco meno offensivo di un tubo per innaffiare.
D’altronde, proprio su una sorta di “evidenza di inoffensività”, nel 2011 – dopo quattordici anni – la Corte di Cassazione aveva definitivamente chiuso la questione dell’assalto al campanile di piazza San Marco del 1997 – la madre di tutti i tanki –, sciogliendo da ogni accusa i Serenissimi di allora: «l’organismo associativo in questione, pur perseguendo un programma eversivo dell’ordine democratico e pur proponendosi atti di violenza, era tuttavia strumentalmente inidoneo al perseguimento dello scopo eversivo, data l’assoluta carenza di disponibilità strumentali che tale programma potessero attuare». Qualcuno di quei Serenissimi d’allora stava pure nei Serenissimi d’adesso. Qualcuno, dopo il Tanko 1, aveva partecipato a costruire il Tanko 2 (e per la verità se l’era ricomprato il Tanko 1 e l’aveva pure restaurato). Li hanno sequestrati entrambi. Tanto per non sbagliare.
Che c’entra una veterinaria siciliana, benché indipendentista, con un progetto che immagina di occupare con una pala meccanica piazza San Marco a Venezia e di attendere che la Russia, la Repubblica di San Marino o la Nigeria chiedano chi son costoro? C’entra perché – come alcuni sardi e altri di altrove – hanno partecipato a qualche incontro in cui si fondava l’Alleanza per i popoli dalle Alpi al Mediterraneo, niente poco di meno che. E questa “Alleanza” è quella che la procura di Brescia ha sinora considerato come matrice di progetti eversivi, scissionisti dell’unità italiana, e in grado di schierare armi di guerra, cioè il tanko. Non so se il pubblico ministero Lesti del Tribunale di Brescia abbia mai letto L’uomo senza qualità di Musil, e la progettata Azione parallela di Kakania, che tanto vorrebbe ma nulla fa perdendosi in progetti straordinari e in chiacchiere ancora più stupefacenti, però non avrebbe fatto male.
Oggi, udienza a Brescia davanti al giudice per le indagini preliminari. S’è costituito parte civile offesa lo Stato e pure la Regione Veneto, quella del governatore Zaia e della Lega Nord, niente poco di meno che. Speriamo che tutta questa storia finisca subito: perché qualunque cosa se ne possa pensare e dei governi serenissimi e dei tanki, forse sono stati già spesi troppi soldi dei contribuenti.

Nicotera, 29 settembre 2016

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Primo confronto tv fra Clinton e Trump.

prima_tv_clinton_trumpL’America ha già deciso chi sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati uniti. Solo che dovremo aspettare il martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre – come recita la legge federale del 1845 che mise ordine in una materia costituzionale fino a quel momento selvatica – perché il mondo lo sappia. Mancano quarantadue giorni all’8 novembre.
Il primo dibattito televisivo tra Clinton e Trump – che si è tenuto nell’università di Hofstra a Hempstead nello Stato di New York, moderato da Lester Holt, anchorman di NBC Nightly News, compassato e quasi ingessato – non ha cambiato lo stato dell’arte: chi pensava già di votare l’uno o l’altro dei due candidati non avrà avuto alcun motivo per ripensarci.
È abbastanza difficile credere che i prossimi due (un terzo è previsto per i due candidati vicepresidenti) – l’uno, lunedì 9 ottobre alla Washington University a St. Louis in Missouri, l’ultimo a Las Vegas nell’università del Nevada mercoledì 19 ottobre – provochino dei notevoli cambiamenti nell’umore e nello schieramento degli elettori.
L’irruzione di Donald Trump ha radicalizzato la politica americana: il 26 sera, si sono fronteggiate due ben distinte ipotesi. Sull’economia, a esempio, Trump ha rispolverato la ricetta reaganiana della riduzione generalizzata delle tasse e una maggiore liberalizzazione per le imprese, a evitare che vadano altrove e schierandosi apertamente contro i trattati internazionali del commercio, in primis il TPP Trans Pacific Partnership, mentre Clinton ha insistito perché i ricchi paghino le tasse, e che i minimi salariali debbano crescere. Sui conflitti del mondo, Trump propone una sorta di isolazionismo – una sirena antica del conservatorismo americano – anche riguardo il ruolo della Nato e sul Medio Oriente, mentre Clinton insiste sul vantaggio delle alleanze internazionali per mettere ordine in quel caos che è diventato lo scenario geopolitico internazionale.
Non ci sono state gaffes di nessuno dei due candidati, non ci sono state provocazioni accese, non ci sono state cadute di stile, anche se se le sono date di santa ragione: Trump ha ricordato lo scandalo delle e-mail su un server privato quando era a capo del dipartimento di Stato, mettendo la Clinton per un momento in difficoltà; la Clinton lo ha attaccato sulla dichiarazione dei redditi e sul motivo per cui Trump continui a non mostrarla, facendo pensare o a degli imbrogli fiscali o a un disvelamento delle sue difficoltà finanziarie che ne colpirebbero l’immagine di imprenditore vincente. Trump non ha una ricetta per quasi nulla, ma non è questo che conta; lui sembra dire, a chi vorrebbe le mani libere in quasi tutto: eleggete me alla carica più alta, poi potrete fare quello che vi pare, che io vi coprirò. La Clinton, saputella e supponente, anche se è sembrata più smussata, sa che non sarà mai amata per il suo carattere e che in fondo rappresenta proprio l’establishment, ma è una donna dai nervi saldi e dalla grande determinazione: ha studiato da sempre da presidente degli Stati uniti e ora è dove deve essere.
Cento milioni di spettatori, quasi il numero di chi segue la finale del Superbowl, solo che qui non c’erano interruzioni pubblicitarie da milioni di dollari al nanosecondo. I commenti di tutte le testate del mondo, a cominciare da quelle americane, danno un vantaggio a Clinton o un sostanziale pareggio. La battuta migliore comunque è proprio la sua. Parlando di armi nucleari, la candidata democratica, ricordando il temperamento irruento di Trump, ha detto: «A man who can be provoked by a tweet should not have his hands anywhere near the nuclear codes / Un uomo che può essere provocato da un tweet, dovrebbe avere le sue mani ovunque purché lontano dai codici nucleari». Solo che.
Solo che è la vita americana che si è andata radicalizzando, questo è il punto. Il conflitto razziale, anzitutto, ha assunto una dimensione mai raggiunta prima, non per la violenza esplosiva di un ghetto o di una città, come accadeva negli anni Sessanta e Settanta (Charlotte o Ferguson possono ricordare Watts), ma perché ha ormai evidenti caratteri di riproduzione continua, e è davvero un paradosso, pensando che accade alla fine della presidenza Obama, il primo presidente afroamericano. Puoi diventare anche un nero di successo, ma sarai sempre un nero: questa società americana è bianca e appartiene ai bianchi. La polizia sta a garantirlo. Fine della storia.
La verità è che Obama non lascia eredità. È stato un grande, un grandissimo leader, ma non ce l’ha fatta a essere un altrettanto grande presidente. Ha tirato fuori il paese dalla crisi più spaventosa – non solo l’economia americana è tornata a muoversi ma anche l’occupazione – e ha cercato di dare forma a un nuovo ruolo degli Stati uniti nel mondo. Chi parla di declino americano sembra non rendersi conto che il problema sia stato l’improvviso tracollo dell’impero sovietico, dato che il ruolo di gendarme del mondo era legato soprattutto al contenimento dell’orso russo. A cominciare dal ruolo dell’Europa. Che si è, altrettanto improvvisamente, svuotato di senso.
Nello stesso tempo, il mondo è diventato americano. L’India, il Brasile o la stessa Cina non sono “modelli” di economia alternativi – come lo era la Russia – all’american way of life. In forme più o meno attenuate, con un ruolo più o meno invadente dello Stato, ogni economia del mondo, e va da sé quella occidentale, non ha fatto altro che fare propri i fondamentali dell’impero americano. L’America è ormai ovunque. E, come recitò un mantra del dopo 11 settembre ma in modo molto più profondo, verrebbe da dire se non suonasse superficiale perché è proprio il contrario: in modo molto più immateriale, siamo tutti americani.
Se l’America è ovunque, dov’è l’America?
L’America ha superato lo smarrimento e l’insicurezza, il vero choc dell’11 settembre, quando le Twin Towers vennero giù e la guerra si materializzò, come mai era accaduto prima se non nella guerra civile e a Pearl Harbor, sul territorio americano. Ci sono stati attentati, ci sono stati cani pazzi che si sono armati fino ai denti uccidendo all’impazzata, e probabilmente accadrà ancora, ma tutto questo non è completamente fuori dalla vita americana di sempre. L’America sta uscendo anche dalla crisi finanziaria del 2007: certo, i numeri non saranno mai più quelli dei Gloriosi trent’anni, ma questa è una questione che riguarda il mondo intero. Invece, l’America, e gli americani, sono completamente smarriti rispetto a quello che era il loro ruolo, il loro status, il loro senso.
È molto più grave del Vietnam: lì la società si lacerò, lì si scendeva in piazza e si manifestava, lì ci si schierava per il napalm o contro il napalm e l’orrore. Qui, è come se tutti fossero reduci da un conflitto di proporzioni gigantesche e fossero rientrati a casa, ma non ritrovando più la strada. Gli americani sono tutti veterani. I veterani di un mondo che non c’è più.
L’America non è New York e neppure Hollywood. Resta sempre il mondo di Holt, la nuova contea del Colorado inventata dalla trilogia della pianura di Kent Haruf, o il mondo di Yoknapatawpha, la contea immaginaria del sud degli Stati Uniti di Faulkner.
È lì che tutti i casini del mondo sono precipitati sulla terra.
E, a dire la verità, né Clinton né Trump sembrano al momento avere la stoffa per affrontarli.

Nicotera, 27 settembre 2016

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