Come ci è potuto capitare Trump?

trump-supportersL’operaio americano è una figura tragica. Che fosse irlandese o italiano e scavasse nelle viscere della terra americana per cavarne carbone, che fosse indiano Mohawk e lavorasse a vertiginose altezze per costruire grattacieli, che fosse polacco e stazionasse accanto gli altiforni a vomitare acciaio, che fosse svedese e accumulasse il grano delle sue praterie in enormi silos, che fosse scozzese e guidasse mandrie verso il Rio Bravo o bucasse la terra per vedere sprizzare il petrolio, ha sempre lavorato duramente, è sempre stato patriottico, si è sempre lasciato guidare dalle parole della Bibbia. Amen. Ma nessuno lo ha mai amato veramente. Nessuno gli ha mai eretto statue nei piccoli villaggi, nessuno lo ha mai dipinto nei suoi quadri, nessuno lo ha mai cantato nei cori della scuola. I russi, quelli sì che amavano i loro operai. Ma per gli americani, l’eroe è sempre stato l’uomo venuto dal nulla che diventava capitalista. E se non diventi ricco in America – la terra delle opportunità – sei un looser, un perdente.
Oh sì, noi abbiamo avuto i grandi cantori americani dell’epopea degli sconfitti. Abbiamo avuto i libri di Steinbeck – The Grapes of Wrath (Furore) – e di Faulkner. Abbiamo avuto Walker Evans e Dorothea Lange con le loro fotografie struggenti della Grande Depressione. Abbiamo avuto le canzoni, Phil Ochs che cantava Joe Hill, la storia del grande organizzatore degli scioperi: «He headed out to the California shore / there things were just as bad / so he joined the Industrial Workers of The World / ‘cause the union was the only friend he had – Si diresse verso le coste della California / ma lì le cose erano storte uguale / così si unì agli IWW / perché il sindacato era l’unico amico che avesse». E abbiamo avuto il cinema, tanto cinema.
Eppure, gli americani non parlano mai dei loro operai. Quando non parlano dei vincenti, dei golden boy della Silicon Valley, che sono diventati miliardari inventandosi una qualche diavoleria informatica e sono anche buoni perché fanno tanta filantropia – proprio come i robber barons degli inizi del capitalismo, i Vandebilt, i Gould, i Carnagie, i Rockfeller –, parlano della middle class. Sono tutti preoccupati della middle class e di come sia stata colpita dalla crisi. Un pasticcio di tacchino in cui ci sono tutti, insegnanti e laureati, afro-americani che sono stati al college e ispanici che hanno messo su il loro piccolo business, italoamericani con il loro ristorante di successo e asiatici che scrivono programmi di informatica. C’è tutto il melting pot americano, nella middle class. Meno loro, la working class.
Poi c’è Bruce Springsteen. Perché lui, nato a Long Branch, New Jersey, nel cuore del lavoro americano di fabbrica, scrive cose così, in Youngstown: «From the Monongahela valley / To the Mesabi iron range / To the coal mines of Appalachia / The story’s always the same – Dalle valli della Pennsylvania / alle terre dell’acciaio di Mesabi / alle miniere di carbone degli Appalachi / la storia è sempre la stessa».
Ecco, come è potuto accadere che gli operai di Springsteen siano diventati sostenitori di Trump?
Perché le percentuali, un poco più o un poco meno, dicono questo: il maschio bianco americano – the white male – sta con Trump e contro Hillary. Da diversi sondaggi risulta che se i giovani con laurea, le donne e le minoranze sono poco rappresentante da Trump (e hanno trovato una buona voce in Bernie Sanders), il maschio bianco più adulto e con scarsi studi alle spalle lo supporta entusiasta. Il Nobel Joseph Stiglitz prova a spiegarla così questa cosa: «Il salario medio americano di un maschio che lavora a tempo pieno è oggi più basso che 42 anni fa, e è sempre più difficile per chi ha studi limitati trovare un lavoro full-time che abbia paghe decenti». Non ci dovrebbe sorprendere perciò che chi ha un livello di vita stagnante o che va declinando abbia raggiunto una semplice conclusione: «America’s political leaders either didn’t know what they were talking about or were lying (or both) / o i leader politici americani non sanno di che cosa stanno parlando o mentono (o entrambe le cose)». Stanno qui the grapes of wrath contro Washington, su cui fa leva la demagogia di Trump.
Quello che è anche interessante è l’identificazione dei “distretti geografici” dove Trump va forte, perché non è facilmente classificabile con le usuali divisioni delle “postazioni” politiche americane: Nord e Sud, liberal e conservatori, aree rurali e suburbane. Un elemento comune è che sembrano tutti luoghi dove si è perduta la transizione di generazione dagli Stati uniti nazione della manifattura a quella di economia dell’informazione, profondamente collegata e intrecciata con il resto del mondo. Dice William Frey, un demografo della Brookings Institution: «It’s a nonurban, blue-collar and now apparently quite angry population / è la popolazione operaia, non-urbana, e adesso evidentemente molto arrabbiata». È gente che non si è spostata molto (parecchi vivono nelle case-mobili), e le cose sono cambiate lontano da loro, mentre loro continuano a stare in aree che considerano immobili per tanti punti di vista.
Mr. Trump è andato forte nelle contee del carbone degli Appalachi e nelle zone rurali dell’Alabama e del Mississippi. Sono le terre di cui canta Springsteen. Non è che non sia andato forte anche tra i maschi bianchi ricchi – d’altronde, vuole tagliargli ancora di più le tasse. Ma, per capirci, a Revere, Massachusetts, un suburbio operaio di Boston, alle primarie repubblicane Trump ha preso il 73 percento. E non è che per forza a tutti piaccia prendere le ragazze per la passera.
Stiglitz, ragionando sulle possibilità di vittoria di Trump, parla di “roulette russa” – solo una pallottola su sei. L’immagine, forte, mi ricorda una delle scene più terribili del Cacciatore, il magnifico film di Cimino su un gruppo di operai immigrati ucraini di un’acciaieria della Pennsylvania finiti nella guerra del Vietnam. La roulette russa è praticata dagli aguzzini vietnamiti contro gli amici, che riescono a girarla a proprio vantaggio e fuggire, ma dopo è diventato il veleno mortale di uno di loro, che continua a giocarla nei locali di Saigon. Quando, alla fine, Michael, De Niro, si siederà di fronte a lui, e cercherà di riportarlo alla vita, Nick, Christopher Walken, si sparerà. Questa è l’America dopo il Vietnam.
Non sappiamo cosa potrebbe diventare l’America dopo Trump.
God bless America.

Nicotera, 19 ottobre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 ottobre 2016

foto: john moore – «new york magazine»

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Il Nobel a Dylan, e a una generazione di ribelli e poeti.

the-freewheelin-bob-dylanLa motivazione è in perfetto stile dell’Accademia di Svezia «som skapat nya poetiska uttryck inom den stora amerikanska sångtraditionen / per avere creato una nuova espressione poetica all’interno della grande tradizione della canzone americana». Ma per chi la vuole capire, il Nobel per la letteratura l’hanno dato a lui, Bob Dylan, e a Woodrow Wilson Guthrie, meglio noto come Woody Guthrie. Perché la grande tradizione della canzone americana è lui, Woody. L’uomo che cantava le lotte dei wobblies, le battaglie sindacali, l’uomo sulla cui chitarra c’era scritto: «this machine kills the fascists». Perché il Bob Dylan premiato è il folksinger. Quello delle prime canzoni. Il suo primo pezzo, prima di Blowing in the wind (1963), prima di The Times They Are a-Changin’ (1964), prima di Mr Tambourine Man (1964), prima di Like a Rolling Stone (1965), prima di Subterranean Homesick Blues (1965), prima di Knockin’ On Heaven’s Door (1973), prima di ogni cosa, si chiamava così: Song to Woody (1962). Anzi, lui ci mise solo le parole, ma la musica era dello stesso Woody, e veniva da 1913 Massacre, dedicato alle lotte dei minatori in sciopero.
Copper County, la Contea del Rame, Calumet, Michigan: è il luglio del 1913 e la Western Federation of Miners organizza uno sciopero a oltranza contro le condizioni di lavoro. A Natale sono ancora lì che combattono. Hanno resistito grazie alla mobilitazione di tutti i lavoratori americani. E così, per Natale alla Italian Hall, che è sede della Società Mutua Beneficenza Italiana, una associazione di soccorso e solidarietà, si organizza una serata per i bambini e le famiglie. Sono tantissimi. Cinquecento. Qualcuno grida “al fuoco” e è un fuggi fuggi generale, un calpestarsi addosso l’uno con l’altro. Moriranno in settanta, perlopiù bambini. Guthrie aveva letto la storia della Italian Hall nella biografia di Ella Reeve Bloor, una delle prime donne sindacaliste e poi attive nel movimento socialista e comunista americano. Mother Bloor, così la chiamavano. E gli era venuta l’idea della canzone. Almeno questa è la storia che raccontava Pete Seeger.
Perché il Nobel l’hanno dato anche a lui, al vecchio Pete, che se n’è andato un paio d’anni fa strimpellando ancora le sue canzoni. Eh sì, We Shall Overcome, è sua. Eh, sì, If I had a Hammer, è sua. Eh sì, Where Have All the Flowers Gone? è sua. Seeger a Guthrie l’aveva conosciuto negli anni Trenta, e aveva lasciato gli studi di sociologia a Harvard e s’era messo a girare per il paese. C’era Roosevelt presidente e Eleanor stava alla Casa Bianca e tante speranze. Questa era l’America. Almeno fino a McCarthy. Ma Seeger era rimasto lo stesso, e quando ci fu il Vietnam lui era lì, in tv, a cantare le sue canzoni contro Lyndon Johnson e quella sporca guerra. Quando è morto, il presidente Obama disse: «Over the years, Pete used his voice – and his hammer – to strike blows for worker’s rights and civil rights; world peace and environmental conservation / da sempre, Pete usava la sua voce – il suo martello – per stare dalla parte dei diritti dei lavoratori e i diritti civili, per la pace nel mondo e per la conservazione dell’ambiente». E lo ringraziava «reminding us where we come from and showing us where we need to go / per ricordarci da dove veniamo e mostrarci dove bisogna andare». Era un Nobel pure questo. Questa è l’America.
Credete che il Nobel a Dylan gliel’abbiano dato perché si lasciò con Joan Baez – tanti anni dopo, lei disse: «Da lui mi aspettavo sempre di più. Sono stata una stupida perché Bob ci aveva già dato il meglio assoluto di sé con le sue canzoni», quale epitaffio migliore per un amore finito? – e disse che non voleva avere più niente a che fare con i movimenti dei diritti civili? Credete che il Nobel a Dylan gliel’abbiano dato perché mollò l’armonica a bocca e decise che doveva suonare – una bestemmia, una bestemmia – con la chitarra elettrica? Credete che il Nobel a Dylan gliel’abbiano dato perché cantò davanti a papa Wojtyla a Bologna nel 1997?
No, no. Gliel’hanno dato perché «You Don’t Need A Weatherman To Know Which Way The Wind Blows / non devi essere un meteorologo per sapere dove tira il vento». Che era un verso di Subterranean Homesick Blues (1965). E perché si intitola proprio così il documento con cui Bill Ayers e Bernardine Dohrn e Mark Rudd e tanti altri uscivano dall’SDS, l’organizzazione democratica che aveva organizzato le lotte degli studenti nelle università americane per dare vita a un movimento che propugnava la lotta violenta. Weather Underground Organization, si chiamava così. Ma loro, li conoscevano come i Weathermen. Capitolo 1: obiettivi: «the goal [of revolution] is the destruction of US imperialism and the achievement of a classless world: world communism / la distruzione dell’imperialismo americano e un mondo senza classi: comunismo mondiale». Non un grammo di meno. Questa era l’America. Tanti anni dopo, Ayers e la Dohrn stanno ancora insieme, e dicono ancora delle cose. Questa è l’America.
Forse il Nobel l’hanno dato anche a Suze Rutolo, che è andata via un paio d’anni fa, e che è la ragazza italoamericana nata in una famiglia comunista durante l’era McCarthy e che gli spiegò, a Robert Allen Zimmerman, al giovanotto che veniva da Duluth, Minnesota, non ancora Bob Dylan, come stavano le cose del mondo, e cosa significasse libertà e uguaglianza e lo aiutò a pensare le prime canzoni – lei sta lì, abbracciata a lui, infreddoliti in un inverno di New York, nella copertina di The Freewheelin’ Bob Dylan (1963).
La lista dei migliori cento artisti, secondo la rivista «Rolling Stone», vede ai primi quattro posti: 1. The Beatles, 2. Bob Dylan, 3. Elvis Presley, 4. The Rolling Stones. Tolti i morti, li potete trovare al Desert Trip, Indio, California. L’evento del secolo. Doveva durare tre giorni, dal 7 al 9 ottobre, è stata aggiunta una settimana. Così, stasera, Dylan, premio Nobel per la letteratura 2016, sarà di nuovo sul palco. E come la sera del 7, sarà con i Rolling Stones – Paul McCartney e Neil Young sono il 15 e Roger Waters e i Who sono il 16. Insieme, metteranno qualcosa come mille anni di età.
La prima sera, Bob e i Rolling hanno cantato Come together, dei Beatles. Qualcuno si aspettava che da dietro le quinte sbucasse Paul e la facessero tutti insieme. Ma sarebbe venuto giù il cielo, e a quel punto ti potevi aspettare anche che arrivasse Elvis resuscitato. Perché vedete, questa cosa qua, che questa generazione che ha vissuto intensamente gli anni Sessanta e Settanta continua a essere viva e dire delle cose, io lo capisco, è una cosa contro natura – i poeti, gli eroi, muoiono a venti, trent’anni, poi diventano stucchevoli, va sempre così, no? – e fa andare in puzza tutti quelli venuti dopo, quelli degli anni Ottanta e Novanta, quelli degli inizi del nuovo millennio, quelli che balbettano un po’ di cose e rimasticano le cose dette da quelli.
Però, che volete farci, è stata baciata dagli dei. E è un gran privilegio appartenervi. Dai, cantiamo insieme The Times They Are a-Changin’. Forse non è vero, però, chissa’.
Ora, sdoganata la poetica delle ballate, non ci resta che aspettare che il prossimo Nobel lo diano a Leonard Cohen. Anche se, a dire il vero, non c’è una grande tradizione della canzone canadese.

Nicotera, 13 ottobre 2016

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