Renzi, padre e figlio: informazione e soap opera.

– ‘O figlie: Tu ha da riciri ‘a verità, ggiura. Ggiura ca nun ricuordi.
– ‘O pate: T’o ggiuro, nun m’arricuord nniente.
– ‘O figlie: Ggiurale ‘ncoppa a Maronna ‘e Pumpei.
– ‘O pate: ‘O ggiuro, ncoppa a Marunnina nuost’. Nun m’arricuordo nniente.
– ‘O figlie: E nun mmiettiri ‘a mmiezzu ‘a mamma. ‘Nce fa’ passa’ nu guaie.
– ‘O pate: No, t’o ggiuro, ‘a mamma, no.
– ‘O figlie: Statte bbuono. E accuorto.
Non è un dialogo spoilerato dell’ennesima puntata dell’ennesima stagione della saga dei Savastano, insomma della fiction Gomorra. Piuttosto una verace traslazione, dal toscano del “giglio magico” al napoletano più proprio della notitia criminis (tutto ruota intorno il napoletano imprenditore Alfredo Romeo), dell’ennesima puntata dell’ennesima stagione di intercettazioni intorno “casa Renzi” – secondo la sceneggiatura di Marco Lillo, casa di produzione «il Fatto Quotidiano». La quale casa di produzione pubblica (cioè spoilera, fregando il segreto delle procure) un fitto e drammatico dialogo tra figlio e padre Renzi riguardo l’incontro con uno degli imputati del caso Consip. Come se fosse, appunto, la conferma di quanto ha sempre sostenuto – un appalto “mafiosizzato”, in cui imprenditori, facilitatori, politici e commissari si tengono insieme da un patto scellerato di corruzione – e non, piuttosto, quanto è lampante, evidente. Che cioè, l’allora presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico non ne sapesse proprio una beneamata mazza, e che, pure, tutto quest’ambaradam è stato costruito “ad arte” per colpirlo. Come è possibile questo, cioè che l’una cosa venga spacciata per l’altra? È possibile per lo stesso meccanismo per il quale se un personaggio muore in una stagione di una fiction può capitare che risorga due stagioni dopo: quello che conta cioè è la “cornice narrativa”, per un verso, e la disponibilità dello spettatore, per l’altro. E anche la cosa più inverosimile, cioè che un morto resusciti, viene passata per buona. Vedete, è la stessa risposta di Marco Travaglio quando gli si fa notare che tutto è un po’ illegittimo. E lui che dice? Non è questo che conta, è la “sostanza” che conta. La “sostanza” è solo il racconto. Uno è cornuto? Travaglio lo fa sciupafemmine. Uno è zoppo? Travaglio gli fa correre e vincere i cento metri a ostacoli. È inverosimile? Non è questo che conta, conta la “sostanza”.
La tensione drammatica del dialogo tra figlio e padre Renzi c’è tutta. Un figlio deve chiedere conto al padre di un certo comportamento. Di un episodio, di una cosa. È un uomo fatto, ormai, e l’altro è sulla strada del declino. È un destino, questo, che prima o poi tocca tutti. Ma non a tutti tocca prendere di petto il proprio padre, incalzarlo di domande, metterlo all’angolo perché sia limpido, almeno per una volta, per questa volta. Accenna a qualcosa d’altro – e toccando proprio un tasto che sa l’altro ha proprio a cuore, la fede – per fargli capire che non è proprio aria, che non sorvolerà come magari altre volte è accaduto. Sa che il padre indulge alla bugia, magari piccola piccola, di quelle che si dicono per il bene – è un insegnamento che i cattolici conoscono a perfezione. O forse solo all’omissione. Lo ha fatto con lui, chissà quante volte quand’era piccino, e adesso ancora, adesso che è l’uomo più potente d’Italia, lo ha fatto con un suo braccio destro, Luca Lotti. «E non farmi dire altro», questo dice Matteo Renzi a suo padre. L’altro sa di cosa stia parlando il figlio, capisce, tace. Non farmi dire altro: è una frase forte, potente. Terribile.
Matteo Renzi è un maschio alfa, un capo branco. Ha fatto presto, forse anche troppo presto, a misurare la sua forza, i suoi denti, la sua zampata con i vecchi capi del suo branco – non erano di già sdentati. Li ha rottamati a cornate, a unghiate, a morsi. Per quello che era la storia del suo partito era poco più di un cucciolo – la gerontocrazia vigeva sovrana nei partiti comunisti d’occidente. e pure d’oriente. Eppure, quel cucciolo – all’inizio guardato con sufficienza nella sicurezza di domarlo al primo impatto – ha mostrato che era impastato di smisurata ambizione e forza. S’era addestrato in casa, prima. Forse presto, troppo presto, aveva già preso a cornate il proprio padre. Il primo, probabilmente, a essere rottamato. Vedete, in letteratura, c’è il complesso di Edipo, l’amore del figlio verso la madre e l’ostilità verso il padre, e il complesso di Elettra, per spiegarlo dalla parte delle bambine, e il complesso di Giocasta, l’amore morboso di una madre per il figlio. Ma non c’è letteratura, e nominazione, per un complesso del padre verso il figlio. Quell’uomo è tornato adesso come un incubo. E anche gli altri – quelli che ha rottamato politicamente – sono tornati come un incubo. Tutto troppo presto: nei racconti tutto questo accade quando il personaggio è ormai in agonia, negli ultimi giorni di vita, in cui rivede a ritroso la propria storia e tutti quelli che ha “fatto fuori” per il potere, quel dannato potere, tornano come fantasmi malmostosi. Chi sta accelerando il corso degli eventi narrativi? Qual è la manina che scrive?
Che di soap opera si tratti è ormai evidente. Gli ingredienti ci sono tutti. Il malloppo, anzitutto, ovvero: l’avidità. E poi, il militare infedele, le carte false, il giudice che non decide su fatti e reati ma se gli atteggiamenti di uomini e donne siano o meno integerrimi, le gazzette ciarliere, gli azzeccagarbugli, la famiglia, quella naturale e quella allargata della Massoneria, e soprattutto: isso, issa e ‘o malamente. Dove isso e issa è abbastanza facile identificarli, in Renzi e in Maria Teresa Boschi. Non c’è niente che unisca il caso Consip e il caso Banca Etruria, certo, a parte l’appartenere entrambi i personaggi principali, le dramatis personae, allo stesso “pacchetto di mischia”. Non c’è niente che unisca il caso Consip e il caso Banca Etruria, tranne il fatto che siano due giornalisti – de Bortoli e Lillo – le “gole profonde”. Scrivono e trascrivono, orecchiano e intercettano, alludono e illudono. A un certo punto, combaciano pure. Nella tempistica, intendo. Escono allo scoperto.
Sono loro, i due scrivani, ‘o malamente? Due persone, in carne, ossa e testata, per un solo personaggio?
Qualcosa si va sfaldando nella storia. Il militare infedele – che avrebbe dovuto “sacrificarsi” – va in giro a raccontare come sono andate davvero le cose. A chi rispondeva. Gli era stato ordinato di fare così, non è farina del suo sacco. Quasi, dice, ho solo obbedito agli ordini. E addita il responsabile. È stato il magistrato che indagava a voler lasciare intendere che i servizi segreti si stessero interessando della cosa – non c’è proprio traccia di questa storia, ma un faldone che racconta di come probabilmente i servizi segreti si sarebbero potuti interessare di questa storia. E le trascrizioni un po’ abborracciate, in cui l’uno veniva scambiato con l’altro, e quello che aveva detto l’uno veniva messo in bocca all’altro, beh, sì, quelle forse sono state un mio errore – dice l’infedele – però, dovete capirmi, ero sotto stress, quello – il giudice – voleva dei risultati e io non avevo in mano niente. Lo chiamava di notte, mentre compulsava ancora le sudate carte, il giudice Woodcock al capitano Scarfato per chiedergli conto di cosa fosse riuscito a concludere quel giorno? O lo chiamava all’alba, mentre iniziava a compulsare le sudate carte, per incitarlo a concludere finalmente qualcosa quel giorno? Che qua, di risultati, se ne vedevano pochini. Ah, che stress per il povero capitano. A un certo punto deve aver capito che sarà solo lui a pagare, a finire a dirigere il traffico a Forlimpopoli, e non ci sta. Tutto l’impianto narrativo rischia di impazzire come la maionese.
E qua ‘o malamente iesce ‘a fora.

Nicotera, 16 maggio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 maggio 2017

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Quando De Gaulle fermò il Tour per stringere la mano al leone del Mugello.

Non è una cosa da tutti avere un canale televisivo con il proprio nome. Neanche se sei un campione. Eppure a Gastone Nencini è successo. Nel 2012 in Toscana gli è stato intitolato un canale televisivo regionale che si chiama, per l’appunto, Gastone Nencini; un canale che trasmette solo servizi relativi al ciclismo, che da quelle parti è uno sport amato anche tra i giovanissimi. Il ricordo del “leone del Mugello” perciò continua a essere vivo – e proprio ieri l’altro a palazzo del Pegaso, sede del Consiglio regionale, è stata inaugurata una mostra fotografica curata dalla figlia Elisabetta. L’occasione d’altronde è notevole: quest’anno, sono sessant’anni esatti dalla vittoria di Nencini al Giro d’Italia.
In verità, avrebbe dovuto vincere già quello del 1955. A due giornate dall’arrivo a Milano, in una tappa che poteva essere più che tranquilla Nencini, che era maglia rosa, fora due volte consecutive – e allora forare era proprio una iattura, anche se l’Ammiraglia ti stava vicino i tempi per cambiare una ruota erano lentissimi, e due volte poi. Forse ci fu un eccesso di fiducia, Nencini stava dietro a controllare la corsa. Ma Coppi e Magni si misero d’accordo e attaccarono. Quando scattarono e macinarono un po’ di vantaggio, Nencini partì alla rincorsa – e lì bucò due volte. Lo dichiararono “vincitore morale”, ma sull’albo d’oro il nome per il 1955 non è il suo. Si giustificò, quasi, poi l’Airone, dicendo che stava diventando “vecchio” e quella sarebbe potuta essere la sua ultima vittoria, e quindi andava acchiappata l’occasione – Nencini era giovane e avrebbe avuto tutto il tempo per rifarsi. In realtà, sull’albo d’oro il nome è quello di Fiorenzo Magni, e Coppi si piazzò solo secondo – e dopo quella vittoria di tappa a San Pellegrino non vinse, davvero, più nulla di importante.
Una combine, insomma. Nel ciclismo queste cose succedevano. D’altronde, il Giro del 1957 Nencini lo vinse anche per la rivalità che Charly Gaul, grandissimo campione lussemburghese, magnifico scalatore, aveva con Louison Bobet, campione francese. A poche tappe dalla fine, diciottesima tappa, Gaul è maglia rosa, e d’altronde aveva vinto il Giro l’anno precedente, è in formissima, forse il suo momento migliore. Alla partenza Gaul aveva 56 secondi di vantaggio su Nencini e un minuto e diciassette secondi su Bobet. Sulla strada che da Como porta alla vetta sconsacrata del Bondone, dopo 102 chilometri, Gaul si attarda per una sosta – insomma, deve fare pipì. I francesi allora attaccano, e Nencini e la sua squadra vanno con loro. Quando Gaul si rende conto dello sgarbo prova a riacciuffarli ma deve fare tutto da solo, si stanca a strappare e arriva con dieci minuti di ritardo, un’enormità, che gli saranno fatali. La tappa è vinta da Poblet, uno spagnolo buon passista che andava fortissimo in salita – per tre anni era stato campione di Spagna degli scalatori. Nencini è maglia rosa. Ma ha solo un pugno di secondi di vantaggio su Bobet. Il giorno dopo, in una tappa determinante, a Levico Terme Nencini fora e Bobet attacca, ma Gaul si schiera con Nencini, lo riporta sul gruppo, sibila a Bobet, “Questo giro tu non lo vinci perché mi hai tradito. Questo Giro lo vince Nencini”, e va a vincere la tappa, e arrivano quasi tutti insieme. Nencini vincerà quel Giro. Un risarcimento morale per quello del ’55.
Nencini era diventato professionista nel 1953 quando la stella di Bartali andava ormai spegnendosi – si ritirerà l’anno dopo – e quella di Coppi avrà il suo fulgore – è l’anno in cui diventa campione del mondo su strada – per poi finire in un destino malvagio. Ma non sarà una vita facile, la sua. Nuovi campioni emergono – i belgi, i francesi, soprattutto, e, tra gli italiani, Ercole Baldini.
Nencini è un corridore anomalo. Quanto Coppi era elegante e tattico, e Bartali agonista e tenace, Nencini manda all’aria tutte le strategie che pure sono necessarie soprattutto nelle corse a tappe. È un corridore di passione, d’istinto, d’agonismo. Toscano come il Bartali, ma di tutt’altro carattere – uomo taciturno lui, quanto loquace quello e sempre a punzecchiare – che non amava la ribalta e anzi si schermiva (la figlia ricorda come non sia rimasto nulla delle sue storiche maglie di vittoria, che regalava, e dei suoi trofei, che teneva in cantina, e l’unico dei quali stesse in mostra serviva da fermaporta), non disdegnava sigari e mangiate; diverse foto lo ritraggono mentre a bordo strada, riposandosi, spipacchia il suo tabacco. Era fisicamente forte, molto forte. Un pezzo d’uomo di un metro e ottanta e molto atletico. Tenebroso, faceva stragi di cuori. E dava spettacolo.
Era questo che lo faceva amare dal pubblico. In discesa andava giù come un demonio, era il suo punto di forza – lui audace, gli altri prudenti. Cadeva anche lui, certo; una prima volta al Tour, proprio nel 1957, l’anno della sua vittoria al Giro: siamo alla diciassettesima tappa, e lui si fa una ferita profonda al gomito e tutti sono convinti che si ritirerà; invece, il giorno dopo si presenta e batte tutti, compreso quel Jacques Anquetil che dominò quella Grande Boucle. La seconda volta fu nel 1961, sulle Croci di Calenzano, riportando una profonda ferita alla testa e la frattura di alcune vertebre, e di fatto lì si chiuse la sua carriera.
Ma erano soprattutto gli altri, a cadere, nel tentativo di stargli dietro in discesa. La più drammatica di questa cadute fu quella che toccò a Roger Rivière, buon ciclista, grandissimo pistard – fu anche campione del mondo nell’inseguimento: al Tour de France 1960, durante la 14ª tappa, nella discesa del Col de Perjuret, Massiccio centrale, Rivière uscì di strada mentre inseguiva Nencini, suo rivale per la vittoria finale – da cui aveva due minuti di distacco –, precipitando in un dirupo. Nella caduta riportò la frattura della colonna vertebrale e rimase paralizzato alle gambe. Una tragedia.
Nencini vinse quel Tour, rifacendosi del Giro perso da Anquetil primo a Milano per soli ventotto secondi, e lo vinse in una maniera assolutamente anomala: senza conquistare una tappa. Aveva imparato a gestire le corse.
Quel Tour però passò alla storia per un’altra cosa – oltre la rovinosa caduta di Rivière e l’ennesima vittoria di un italiano. È la ventesima tappa, la penultima, e manca ormai un niente per Parigi. Nencini guida la classifica, è in maillot jaune, in maglia gialla. Allora succede che il generale De Gaulle, che era nella sua residenza a Colombey-les-Deux-Eglises, ferma il Tour e tutto il plotone, va incontro a Nencini, gli stringe la mano e gli dice: «Bonne chance, Monsieur Nencini, vous allez gagner le Tour».
Non è una cosa da tutti che De Gaulle ha fermato il Tour per stringerti la mano – a quante persone De Gaulle avrà stretto la mano? Anche se sei un campione.
Beh, a Gastone Nencini è capitato.

Nicotera, 12 maggio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 13 maggio 2017

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