Niente tasse senza diritti: così nacque l’America.

Sulla Magna Carta del 1215 c’era scritto ben chiaro: i pagamenti dei baroni alla Corona inglese hanno un limite. E il limite è che il Parlamento li acconsenta. E la tassa sulle navi – lo ship money – non era sfuggita al patteggiamento: le città inglesi che stanno sulle acque dovranno in caso di guerra contribuire con la costruzione di una flotta o, in cambio, con il pagamento di una tassa. Poi, lungo tutto il medioevo, qualche volta la tassa veniva richiesta e qualche volta no, qualche volta accadeva non solo in tempo di guerra ma anche di pace. Sembrava dimenticata, senza mai essere estinta. Solo che a un certo punto, nel 1634 re Carlo I che stava traccheggiando con gli Spagnoli per fare guerra agli Olandesi aveva bisogno di denari, e qualcuno della corte gli suggerì di ripristinare lo ship money. Detto fatto. I malumori verso la Corona aumentarono, e John Hampden, un nobilotto, ricco proprietario terriero a sudest di Londra, Buckinghamshire, si rifiutò di pagare. Il Parlamento non aveva approvato quella tassa, quella tassa era iniqua. Fu trascinato in giudizio, ma fece in tempo a morire in battaglia nella guerra civile scoppiata contro re Carlo I.
Era alla fiera resistenza di John Hampden che Jonathan Mayhew si rifaceva nei suoi sermoni. Mayhew era un pastore della Old West Church, Boston, Massachusetts, nato da una famiglia di originari coloni di Martha’s Vineyard che prima di diventare secoli dopo una delle località più esclusive dei liberal americani era popolato da indiani. Per tradizione di famiglia, il primo Mayhew era un missionario, e così il secondo e così il terzo e via di seguito. Jonathan Mayhew era un missionario. Si laureò a Harvard nel 1744. Poi, iniziò i suoi sermoni.
Quando il parlamento britannico il 22 marzo del 1765 approvò una legge, lo Stamp Act, che imponeva alle colonie dell’America Settentrionale di pagare una tassa su ogni foglio stampato, incluse le carte di bordo, i documenti legali, le licenze, i giornali e tutte le altre pubblicazioni, tra le tredici colonie successe il finimondo. Anche questa volta, come per lo ship money, i soldi raccolti attraverso lo Stamp Act dovevano servire a sostenere le spese di guerra, quella dei sette anni contro la Francia e contro gli Indiani. Poi, gli Inglesi la tassa la ritirarono, ma non avevano alcuna intenzione di concedere rappresentanza ai coloni americani – il parlamento di Westminster rappresentava già gli interessi di tutto l’Impero – e non ritirarono quella del 1764 – il Sugar Act – con cui venivano tassati zucchero, caffè e vino, e quella successiva, del 1767 – il Townshend Act – con cui erano tassati vetro e pittura. E non ritirarono nemmeno il Tea Act, nel 1773, quella che fece traboccare il vaso. E che portò al Tea Boston Party, la notte in cui un gruppo di patrioti, i Sons of Liberty, travestiti da indiani, salirono sulle navi inglesi e buttarono a mare tutto il tè della Compagnia delle Indie. John Hancock, che era un ricco uomo d’affari – qualcuno lo accusava di essere solo un contrabbandiere – ma aveva sposato la causa dell’indipendenza americana, rilanciò lo slogan del pastore Mayhew: «No taxation without representation».
E ci fu la Rivoluzione americana.
Questo legame storico stretto tra tassazione e rappresentanza – quello che con tutti gli sforzi immaginabili ben difficilmente può sembrare un concetto sovversivo e sembra piuttosto appartenere a un’elementare raffigurazione della democrazia – andrebbe ricordato, quando si parla di nuova cittadinanza.
Dieci anni fa, secondo un Rapporto Caritas-Migrantes, gli immigrati contribuivano al 6,1 per cento del Pil e assicuravano al nostro paese un gettito fiscale pari a 3 miliardi e 749 milioni di euro, dei quali 3,1 miliardi per i soli versamenti Irpef.
Secondo una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa di Venezia, un comitato scientifico che si occupa prevalentemente dei temi dell’economia dell’immigrazione, il contributo economico e fiscale degli immigrati al nostro paese è ancora aumentato. La Lombardia è la Regione d’Italia con il maggior numero di contribuenti immigrati: 262mila per un gettito IRPEF totale di 774 milioni di euro. Dopo la Lombardia, è il Veneto la seconda regione italiana per numero di contribuenti (262mila), con un gettito IRPEF complessivo di 774 milioni di euro. Gli immigrati che vivono nel Nord Est versano al fisco 1,3 miliardi di euro, ovvero il 5,3 percento del totale. Si tratta, inoltre, di un gettito in aumento rispetto al 2016 (+7 percento), così come è in crescita il numero dei contribuenti (+3,1 percento).
Non è solo un “fenomeno” del Nordest: in Italia, nell’ultimo anno, i contribuenti nati all’estero che hanno versato l’imposta netta sono 2,3 milioni, pari al 7,5 percento del totale. L’Irpef complessivamente versata raggiunge i 7,2 miliardi di euro, pari al 4,6 percento del totale, con un aumento del 6,4 percento rispetto all’anno precedente. E non è neppure solo un “fenomeno” di nazionalità o di mestiere: i romeni sono al primo posto, seguiti da albanesi e marocchini; poi ci sono filippini, moldavi e indiani.
Dal 2010 al 2016 l’Irpef degli stranieri, che non votano, non eleggono rappresentanti e non possono essere eletti, è aumentato del 13,4 percento, mentre il gettito degli italiani, che votano, eleggono rappresentanti e possono essere eletti, è diminuito dell’1,6 percento.
Poi, c’è la singolare situazione degli italiani all’estero – italiani per ius sanguinis –, quelli che non pagano le tasse in Italia, ma che, attraverso la Circoscrizione estero, votano e eleggono rappresentanti al parlamento italiano, che a loro volta non risiedono in Italia e non pagano le tasse all’Italia.
Per carità, ci mancherebbe, sono italiani anche loro, e di serie A, certo. Ma che, quegli altri no?

Nicotera, 19 giugno 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 giugno 2017

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Russiagate e Watergate: Trump come Nixon?

Poco dopo mezzanotte, Frank Wills, guardia di sicurezza al Watergate Complex, facendo il suo giro di controllo, notò che pezzi di nastro adesivo bloccavano i fermi della serratura di alcune porte, che conducevano dal parcheggio sotterraneo a diversi uffici, che così sembravano chiuse ma in realtà erano aperte. Immaginò che l’impresa delle pulizie li avesse messi per avere più facilità nel lavare le scale e poi dimenticati, e li rimosse. Continuò il suo giro. Un’ora dopo, ritrovò quelle stesse porte con i fermi di nuovo bloccati da pezzi di adesivo. Chiamò la polizia di Washington. La polizia arrivò e bloccò cinque uomini – Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis – che furono trovati a rovistare, filmare, microfonare negli uffici del Comitato nazionale del Partito democratico, l’organizzazione per la campagna elettorale e la raccolta fondi, che all’epoca occupava l’intero sesto piano dell’edificio in cui si trovava anche il Watergate Hotel.
Era il 17 giugno 1972. Quei cinque uomini arrestati facevano parte dei “White House Plumbers” – gli idraulici della Casa Bianca – e venivano usati per i lavori sporchi. Fu l’inizio del Watergate – la campagna giornalistica del «Washington Post» – che portò all’ipotesi di impeachment per Nixon che invece si dimise prima che il procedimento potesse iniziare.
Quarantacinque anni esatti dopo, il «Washington Post» rivela che «il procuratore speciale che sovrintende all’inchiesta sul ruolo della Russia nelle elezioni del 2016 interrogherà alti dirigenti dell’intelligence come parte di una più ampia indagine che ora include l’esame dell’ipotesi se il presidente abbia tentato di ostruire la giustizia». Una frase assolutamente neutra e burocratica per dire che il procuratore speciale Robert Mueller avvierà degli interrogatori per prendere in esame la possibilità di accusare il presidente Trump di “ostruzione alla giustizia”.
Il titolo 18, parte I, capitolo 73, paragrafo 1503 del Codice americano definisce: Influencing or injuring officer or juror generally (Influenzare o nuocere a un pubblico ufficiale o un giurato in generale), e recita così (è molto lungo e ve la faccio breve): «Whoever […] corruptly or by threats or force, or by any threatening letter or communication, influences, obstructs, or impedes, or endeavors to influence, obstruct, or impede, the due administration of justice, shall be punished as provided / Chiunque attraverso la corruzione, le minacce, la violenza o qualsiasi lettera o comunicazione minatoria, influenza, ostruisce o impedisce o si comporta per influenzare, ostruire o impedire il dovuto corso della giustizia, sarà punito come previsto». E giù, le pene previste per il reato.
Quarantacinque anni esatti dopo, Trump può essere accusato della stessa cosa che fece dimettere Nixon. E il «Washington Post» – ora di proprietà di Jeff Bezos, padrone di Amazon, uno degli uomini più ricchi del mondo – è ancora lì, a raccontare la stessa storia.
Quarantacinque anni fa, quando scoppiò il Watergate nessuno voleva credere che Nixon fosse implicato. Che bisogno aveva – in quella campagna presidenziale contro George McGovern, in cui si batteva per la rielezione e era dato in estremo vantaggio da tutti i sondaggi – di fare “lavori sporchi”? Quelle elezioni, a novembre, di fatti li stravinse: si portò a casa 520 grandi elettori e ne lasciò solo 17 a McGovern, con una differenza di percentuale di voti sopra il venti percento. Una débâcle che piegò le gambe del Partito democratico per anni. Una cosa che non si ripeterà più.
A Agosto Nixon in una conferenza-stampa dichiara: «I can say categorically that no one in the White House staff, no one in this Administration, presently employed, was involved in this very bizarre incident / Affermo categoricamente che nessuno dello staff della Casa Bianca, nessuno di questa Amministrazione era coinvolto in questo bizzarro incidente».
I’m not a crook, non sono un truffatore, continuò a dire mentre lo scandalo montava. Poi venne fuori la “smoking gun”, la pistola fumante dei nastri registrati che fu costretto a consegnare, benché avessero provato a cancellare alcune delle cose più compromettenti. Lui continuava a tenere duro. Poi, il Partito repubblicano lo mollò. E, dopo due anni di tira e molla, nel 1974 si dimise.
Non gli perdonarono di avere mentito al popolo americano.
Sembra assurdo, ma sta capitando la stessa cosa a Trump. Alla fine della fiera, che gli hacker russi possano averlo aiutato a sputtanare la Clinton, non interessa più di tanto a nessuno. Alla fine della fiera, che qualcuno dei suoi uomini abbia avuto qualche rapporto coi russi – di affari o anche solo di chiacchiericcio politico sugli scenari possibili – non interessa più di tanto a nessuno. Ma che abbia chiamato James Comey nel suo studio e gli abbia chiesto se c’era un’indagine sul suo conto, e gli abbia lasciato intendere che era meglio lasciar perdere su Michael Flynn, e poi abbia ripetutamente affermato che mai e poi mai aveva messo il naso in questa storia, beh questo forse gli americani non glielo perdonano.
Forse.

Nicotera, 15 giugno 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 giugno 2017

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