Russiagate e Watergate: Trump come Nixon?

Poco dopo mezzanotte, Frank Wills, guardia di sicurezza al Watergate Complex, facendo il suo giro di controllo, notò che pezzi di nastro adesivo bloccavano i fermi della serratura di alcune porte, che conducevano dal parcheggio sotterraneo a diversi uffici, che così sembravano chiuse ma in realtà erano aperte. Immaginò che l’impresa delle pulizie li avesse messi per avere più facilità nel lavare le scale e poi dimenticati, e li rimosse. Continuò il suo giro. Un’ora dopo, ritrovò quelle stesse porte con i fermi di nuovo bloccati da pezzi di adesivo. Chiamò la polizia di Washington. La polizia arrivò e bloccò cinque uomini – Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis – che furono trovati a rovistare, filmare, microfonare negli uffici del Comitato nazionale del Partito democratico, l’organizzazione per la campagna elettorale e la raccolta fondi, che all’epoca occupava l’intero sesto piano dell’edificio in cui si trovava anche il Watergate Hotel.
Era il 17 giugno 1972. Quei cinque uomini arrestati facevano parte dei “White House Plumbers” – gli idraulici della Casa Bianca – e venivano usati per i lavori sporchi. Fu l’inizio del Watergate – la campagna giornalistica del «Washington Post» – che portò all’ipotesi di impeachment per Nixon che invece si dimise prima che il procedimento potesse iniziare.
Quarantacinque anni esatti dopo, il «Washington Post» rivela che «il procuratore speciale che sovrintende all’inchiesta sul ruolo della Russia nelle elezioni del 2016 interrogherà alti dirigenti dell’intelligence come parte di una più ampia indagine che ora include l’esame dell’ipotesi se il presidente abbia tentato di ostruire la giustizia». Una frase assolutamente neutra e burocratica per dire che il procuratore speciale Robert Mueller avvierà degli interrogatori per prendere in esame la possibilità di accusare il presidente Trump di “ostruzione alla giustizia”.
Il titolo 18, parte I, capitolo 73, paragrafo 1503 del Codice americano definisce: Influencing or injuring officer or juror generally (Influenzare o nuocere a un pubblico ufficiale o un giurato in generale), e recita così (è molto lungo e ve la faccio breve): «Whoever […] corruptly or by threats or force, or by any threatening letter or communication, influences, obstructs, or impedes, or endeavors to influence, obstruct, or impede, the due administration of justice, shall be punished as provided / Chiunque attraverso la corruzione, le minacce, la violenza o qualsiasi lettera o comunicazione minatoria, influenza, ostruisce o impedisce o si comporta per influenzare, ostruire o impedire il dovuto corso della giustizia, sarà punito come previsto». E giù, le pene previste per il reato.
Quarantacinque anni esatti dopo, Trump può essere accusato della stessa cosa che fece dimettere Nixon. E il «Washington Post» – ora di proprietà di Jeff Bezos, padrone di Amazon, uno degli uomini più ricchi del mondo – è ancora lì, a raccontare la stessa storia.
Quarantacinque anni fa, quando scoppiò il Watergate nessuno voleva credere che Nixon fosse implicato. Che bisogno aveva – in quella campagna presidenziale contro George McGovern, in cui si batteva per la rielezione e era dato in estremo vantaggio da tutti i sondaggi – di fare “lavori sporchi”? Quelle elezioni, a novembre, di fatti li stravinse: si portò a casa 520 grandi elettori e ne lasciò solo 17 a McGovern, con una differenza di percentuale di voti sopra il venti percento. Una débâcle che piegò le gambe del Partito democratico per anni. Una cosa che non si ripeterà più.
A Agosto Nixon in una conferenza-stampa dichiara: «I can say categorically that no one in the White House staff, no one in this Administration, presently employed, was involved in this very bizarre incident / Affermo categoricamente che nessuno dello staff della Casa Bianca, nessuno di questa Amministrazione era coinvolto in questo bizzarro incidente».
I’m not a crook, non sono un truffatore, continuò a dire mentre lo scandalo montava. Poi venne fuori la “smoking gun”, la pistola fumante dei nastri registrati che fu costretto a consegnare, benché avessero provato a cancellare alcune delle cose più compromettenti. Lui continuava a tenere duro. Poi, il Partito repubblicano lo mollò. E, dopo due anni di tira e molla, nel 1974 si dimise.
Non gli perdonarono di avere mentito al popolo americano.
Sembra assurdo, ma sta capitando la stessa cosa a Trump. Alla fine della fiera, che gli hacker russi possano averlo aiutato a sputtanare la Clinton, non interessa più di tanto a nessuno. Alla fine della fiera, che qualcuno dei suoi uomini abbia avuto qualche rapporto coi russi – di affari o anche solo di chiacchiericcio politico sugli scenari possibili – non interessa più di tanto a nessuno. Ma che abbia chiamato James Comey nel suo studio e gli abbia chiesto se c’era un’indagine sul suo conto, e gli abbia lasciato intendere che era meglio lasciar perdere su Michael Flynn, e poi abbia ripetutamente affermato che mai e poi mai aveva messo il naso in questa storia, beh questo forse gli americani non glielo perdonano.
Forse.

Nicotera, 15 giugno 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 giugno 2017

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