L’addio di Bossi alla Lega.

Hanno vietato a Umberto Bossi di parlare a Pontida. Che è un po’ come fare il remake del Silenzio degli innocenti con Anthony Hopkins che è diventato vegano o quello di Basic Instinct con Sharon Stone che sotto il letto nasconde un depilatore elettrico invece di un punteruolo rompighiaccio. Perché ci sono cose che devono essere così come sono sempre state, perché si sono conficcate così nel nostro immaginario – e a una parola associamo una faccia, un suono, una foto, e non è che puoi sempre fare come Stalin che mano a mano che ammazzava i dirigenti bolscevichi li faceva cancellare dai libri di storia e da tutte le fotografie in circolazione.
Però quel Salvini lì la festa al Bossi gliel’aveva fatta già al Congresso di Parma, a maggio, con un gruppo di scherani che quando parlava il Senatùr avevano tirato fuori i cartelli con Salvini premier e s’erano messi a fischiare e urlare. E insomma, mica vero che adesso l’ha tolto dalla scaletta degli interventi per risparmiargli i fischi, a meno che non voglia riferirsi ai fischi che organizza proprio lui, il Salvini premier.
Così, in un mare di blu che pareva d’essere a una qualche convention di Forza Italia e che ha sostituito il ruspante verde padano s’è consumata definitivamente la parabola di Umberto Bossi da Cassano Magnago, sbranato da un giovanotto senza arte né parte che dalla Lega ha ciucciato il biberon e adesso sente d’essere arrivato il momento di tirar fuori le zanne e ululare al vento e dichiararsi capo del branco. Uuuuuuu.
Gli anni passano, certo, e a Bossi quell’ictus, benché lo abbiano salvato per i capelli, non gli ha mai più restituito vigore e baldanza. Cammina sbilenco, le parole gli rotolano dalla bocca e fai fatica a capirle, negli occhi serpeggia una cert’aria stralunata e non più quel guizzo guascone e malandrino che aveva affascinato popoli padani e spaventato partiti nazionali.
Se c’è un uomo che abbia incarnato il “populismo” nella politica degli ultimi trent’anni, quello è Bossi. Il Bossi in canottiera che si affaccia dai balconi delle ville di Berlusconi; il Bossi che fa il gesto dell’ombrello; il Bossi che dice che una pallottola costa poco e che ci sono centinaia di migliaia di fucili padani pronti a sparare; il Bossi che dà del mafioso al Berluskaz; il Bossi che non si spaventa a attaccare i vescovoni; il Bossi che fuma spavaldamente il sigaro e beve chinotto; il Bossi che raccoglie l’acqua del Dio Po in un’ampolla e la porta fino a Venezia; il Bossi che s’inventa il giuramento di Pontida e il titolo di Miss Padania; il Bossi che urla con la sua voce roca e tonante Roma ladrona. Bossi non aveva solo inventato un populismo, s’era inventato pure un popolo, quello padano.
Aveva energia da vendere allora. Sempre l’ultimo a andar via da osterie e pizzerie, dove parlava e parlava e parlava e la gente, la sua gente, il suo popolo – quello che non si sentiva ridicolo a mettersi un elmo in testa con le corna o a spingere un carro coi buoi e l’effigie di Alberto da Giussano – lo ascoltava rapito, lo toccava, manco fosse un monaco santo, un guaritore, e si facevano le foto e le tenevano care con sé manco fosse una reliquia di qualche santo sepolcro.
Perché è questo aspetto qua che non s’è mai inteso bene, che quella del Nord è gente spirituale, magari lo sarà pure di una qualche religione pagana, celtica, o che, ma è gente di passioni, di animosità, di speranza. E non s’è mai inteso bene che quella padana non era una rivolta di interessi fiscali, di padroncini che si vedevano tartassati e di meschini calcoli di contributi; era una rivolta del cuore. Era la rivolta di chi tirava la carretta ma si vedeva poi cacare in testa. E per queste cose qua ci voleva un profeta, non un politicante in giacca e cravatta, non un signorino cresciuto tra confortevoli certezze, ma un arruffone, uno che s’era preso la licenza di elettrotecnico con i corsi postali di Radio Elettra, uno che s’era iscritto a Medicina ma non aveva mai dato un esame, uno che sbrindellava la propria vita senza riuscire a applicarsi in nulla ma che sentiva dentro di sé una Voce.
Questo era Bossi, la Voce del Nord, roca, impastata, accentata da echi valligiani, ruvida come polenta, bollente. Quelli di via Montenapo a Milano non era la sua gente, quelli della Milano da bere non era la sua gente, quelli che avevano avuto almeno un doge nel proprio albero genealogico non era la sua gente. Bossi seppe dare voce alla sua gente. Con assurde allegorie, con mascheramenti da carnevale, con scadenze stralunate e appuntamenti surreali – dove tutto diventava grottesco ma era invece preso tremendamente sul serio da persone reali, che la mattina si alzavano per andare a lavorare, che pagavano le tasse, che si sentivano turlupinati dalle banche a cui non finivano mai di restituire soldi. E che i politici prendevano per i fondelli.
Ecco. Poi sono venuti i Grillo con i suoi vaffanculo e senza destra né sinistra, poi sono venuti i Renzi con la sua rottamazione e la sinistra che sembra la destra, ma chi davvero rivoluzionò nel bene e nel male il linguaggio e le pratiche della politica italiana, statica nella sua forma dal referendum costituzionale del 1946, è stato Umberto Bossi da Cassano Magnago.
Quella spinta si è esaurita, e non l’ha certo spenta il familismo amorale – come fosse un qualunque contadino meridionale – del Bossi, col cuore e portafogli in mano per figli e fratelli e moglie; né lo scandalo dei diamanti e i traffici di Belsito. S’è esaurita perché non si riusciva a dare forma politica a quel movimento sociale – il secessionismo divenne presto un’opzione assurda e il federalismo di Miglio non trovava modo e sponda per diventare costituzione materiale e formale. Forse la Lega è apparsa troppo presto, oppure troppo tardi.
Ma il partito nazionale di Salvini non è la prosecuzione della Lega, è solo un’altra opzione partitica che va a collocarsi a fianco dei Cinquestelle, della sempiterna (almeno finché vivrà Berlusconi) Forza Italia, del Pd renziano: un partito come gli altri. Tutti stanno diventando – anche i Cinquestelle, basta guardare come si vestono, che sembrano allievi di un corso sottufficiali della polizia, ve lo immaginate un Di Maio in canottiera? – un partito come gli altri.
Per il vecchio leone sdentato e spelacchiato è ora di ritirarsi. Chissà che anche il suo popolo non l’abbia già capito.

Messina, 18 settembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 19 settembre 2017.

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Quel tintinnar di sciabole che piegò Nenni.

L’evolversi della vicenda Consip – «Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi» – e cioè l’intervento diretto dei carabinieri nella vita politica del paese fa ricordare quando avvenne l’ultima volta.
«President Segni aware this plan». È una frase contenuta nel telegramma inviato dal Comando generale delle Forze armate USA nell’Europa meridionale al comandante delle Forze armate USA in Europa, Verona, 26 giugno 1964. Un documento declassificato solo da qualche anno.
Il Presidente Segni è a conoscenza di questo piano. Il “piano” era che se la sinistra comunista fosse scesa in piazza, organizzando scioperi e manifestazioni contro una deriva reazionaria, allora loro, i Carabinieri, sarebbero intervenuti e avrebbero assunto il potere per mantenere l’ordine e la democrazia. Della polizia e di altre forze era meglio non fidarsi. Solo i carabinieri erano sicuri. Era il Piano Solo.
Un piano che prevedeva l’«enucleazione» di settecentotrentuno persone – sindacalisti, politici, militanti – da portare in una località protetta della Sardegna, un campo d’addestramento dei carabinieri, scelte sulla base dei dossier del SIFAR, il servizio d’informazione di cui era stato a capo de Lorenzo.
Il generale de Lorenzo, comandante dell’Arma, era ossessionato dalla formidabile macchina organizzativa dei comunisti, dalla loro capacità di infiltrarsi e costruire cellule in ogni ganglio dello Stato, dal loro reclutamento, dalla loro propaganda, dalla loro “tattica degli scandali”. Perfino la scuola di partito delle Frattocchie lo mandava ai matti, e cercava di saperne sempre di più.
In realtà, le cose non erano proprio in questo modo, i comunisti non erano all’offensiva, anzi. Il segretario della CGIL Novella aveva detto: «Nelle grandi aziende monopoliste la reazione operaia ai licenziamenti e alle riduzioni di orario è debole».
Tutto era cominciato nel dicembre del 1963, quando si era formato il primo governo di centro-sinistra, presidente del Consiglio Aldo Moro e vicepresidente Pietro Nenni. Democristiani e socialisti hanno stretto un’alleanza di governo. «l’Avanti» titola: “Da oggi ognuno è più libero”. Ci sono grandi aspettative, la scuola, la sanità, l’urbanistica, la programmazione economica, le “riforme di struttura”. I socialisti spingono sul tasto riformista e i democristiani su quello moderato. Nella Dc prende consistenza un coagulo conservatore e a guidarlo c’è proprio il presidente della Repubblica, Segni, che pure a Moro doveva tanto, anche l’elezione alla presidenza. Il 26 giugno del 1964, Moro rassegna le dimissioni.
Segni vorrebbe affidare il governo a un esponente del la destra DC (Scelba, Pella o Leone) o a una personalità tecnica come Merzagora; Moro, intanto, cerca di convincere i quattro partiti della coalizione a pronunciarsi compatti sul suo nome, in modo da obbligare Segni a conferirgli l’incarico. Sul «Corriere della Sera» appare questo editoriale: «Abbiamo bisogno d’un governo d’emergenza per una situazione d’emergenza».
Ma non ci sono alternative e a nessuno passa per l’anticamera del cervello di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Il pallino con l’incarico di formare il nuovo governo torna a Moro. Seguono tre settimane di trattative difficili tra socialisti e democristiani. Sono le tre settimane che poi Nenni definirà quelle del periodo del “tintinnar di sciabole”.
All’apertura della crisi di governo, i comunisti denunciano che «gruppi apertamente reazionari approfittano delle attuali difficoltà per rivolgere un attacco contro le istituzioni democratiche e repubblicane, e in questo modo preparare le condizioni dell’avvento di un regime autoritario». Segue invito alla più grande vigilanza per e forze democratiche, le masse popolari e le organizzazioni della classe operaia. Il 3 luglio, una mobilitazione nazionale raduna a piazza San Giovanni circa centomila persone, convenute per ascoltare Giorgio Amendola e Palmiro Togliatti. E Togliatti dice: «In Italia la via per qualunque involuzione reazionaria è sbarrata; chi volesse attentare alla nostra libertà sappia che non ci sono speranze». La manifestazione, inquadrata da un servizio d’ordine di circa tremila militanti del PCI, si svolge tranquillamente e non dà luogo a nessun incidente.
Il 18 luglio l’accordo è faticosamente raggiunto. Moro è di nuovo presidente del Consiglio. È un notevole passo indietro sui programmi del precedente governo. Riccardo Lombardi lascia la direzione dell’«Avanti» e il socialista lombardiano Antonio Giolitti, autore del piano di programmazione economica, rifiuta di partecipare al nuovo governo. Il centro-sinistra è rientrato all’ordine.
Del “Piano Solo” si persero le tracce, ma qualche anno dopo, nel 1967, fu giornalisticamente “svelato” su «l’Espresso» da Scalfari e Jannuzzi. Un generale dei carabinieri, de Lorenzo, che ordisce contro quella repubblica che dovrebbe custodire. Perché a quello sono “destinati” i carabinieri: «nei secoli fedele», a chi obbedire, a chi essere fedele? All’istituzione, all’ordinamento sociale, e se è la repubblica alla repubblica.
Così, quasi non riesci a credere che dei carabinieri fabbrichino con le proprie mani “una bomba” da mettere nelle mani di un giudice perché la faccia esplodere contro la presidenza del Consiglio.
Ora, con tutto il rispetto per il maggiore Scafarto, è lecito chiedersi: a chi era fedele? A chi ubbidiva, tacendo? Chi è il “grande vecchio”?

Nicotera, 15 settembre 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 settembre 2017.

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