Quando Turi Lombardo, leggendo i giornali che lo accusavano, disse: «Questo Lombardo qui è colpevole!».

Nell’imbarazzante scambio di accuse e repliche tra Giovanni, il fratello di Peppino Impastato, e Claudio Fava, intorno la presentazione alle elezioni regionali siciliane della lista “Cento passi”, non è facile prender partito: per un verso, sembra aver ragione Fava, quando rivendica una sorta di “proprietà intellettuale” sul famosissimo film (dal cui titolo, la lista) di cui contribuì a scrivere la sceneggiatura, ricavato peraltro da un capitolo così intitolato di un suo libro sulla vicenda, quando rivendica, insomma, un suo ruolo non secondario nell’aver conficcato nell’immaginario nazionale quella storia; per un altro, più sostanziale, tocca il cuore la malinconica protesta di familiari e amici di Peppino che si sono sentiti abbandonati per anni, in cui da soli hanno sostenuto le battaglie legali e di opinione per affermare una verità che a fatica è emersa, benché gridata fin dalle prime ore, e sostengono che quel “titolo” – in cui peraltro alcuni sembrano proprio non riconoscersi, come una storiella edulcorata per poter diventare più fruibile – rimanda con ogni evidenza a una persona, a un percorso non solo individuale, a una storia, ormai conosciuta in tutt’Italia anche dai ragazzi delle scuole, e quindi è un “uso improprio” di una vicenda dietro cui “farsi belli”. Senza neanche averli interpellati. Non sappiamo se questo aspetto dell’averne parlato o meno sia in questi termini, ma sarebbe davvero sgradevole se come siano andate le cose si debba appurare per via di querele e di giudizio in tribunale.
Quello che di questa storia sembra più importante è che ha riacceso un po’ di attenzione sulla figura del militante siciliano ucciso da una bomba della mafia – una verità che ci ha messo più di vent’anni per essere affermata nei tribunali – e che a volte i pellegrinaggi alla casa di famiglia, ormai un museo, mettono un po’ in ombra, sull’onda di sentimenti pur nobili. Ma c’è anche una storia “minore” che però vale la pena raccontare, anche se davvero – e lo diciamo subito – non c’entra proprio nulla con la polemica. E è la storia di Turi Lombardo.
Turi Lombardo non è Raffaele Lombardo, catanese e medico psichiatra, già governatore della Sicilia, fondatore di un Movimento per le Autonomie che si diffuse fino al profondo Nord, e poi caduto nella polvere per accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso che lo fecero dimettere dalla carica nel 2012 e, dopo diversi anni e giudizi, si sono rivelate proprio nella primavera di quest’anno inconsistenti, condannandolo comunque per voto di scambio e restituendolo ormai sgonfio alla società civile – a quella politica, per ora, un po’ di lato. Però, Turi Lombardo condivide con Raffaele Lombardo, e con una nutrita pattuglia di politici siciliani – per citarne uno “di peso”, Calogero Mannino detto Lillo, ministro di questo e di quello nella Prima repubblica, accusato nel 1994 e definitivamente assolto nel 2010, con una coda per la trattativa mafia-Stato nel 2012 e assolto nel 2015 – la sorte di quelli “sporcati” da un’accusa infamante da cui, nonostante le assoluzioni benché tardive, non si riprendono più. Per dire: Paolo Piccione, anche lui finito nel tornado delle indagini degli anni Novanta – circa metà dell’Assemblea regionale siciliana era indagata – quando era presidente dell’Ars, per accuse di corruzione e turbative d’asta, da cui andò poi assolto. Fu, quel tornado, la fine dell’autonomia siciliana disegnata a misura di democristiani e socialisti e la premessa per quel clamoroso risultato elettorale del berlusconismo nel 2001 quando conquistò tutti i collegi tutti: 61 a zero, una cosa mai vista da nessuna parte, né prima né dopo.
Fu, quel tornado, l’applicazione di un “teorema giudiziario”: in Sicilia non è possibile essere politici di livello se non si hanno rapporti stretti con i mafiosi, e lo scambio di voti trova la sua ragion d’essere attraverso gli appalti per i lavori pubblici. Era, anche, l’applicazione del “teorema Andreotti”: più l’accusa sembra sostanziata da una prova inverosimile – in quel caso il “bacio” con Riina – e più può sembrare sofisticata: chi mai accuserebbe Andreotti di scambiarsi baci – mica era Totò Cuffaro vasavasa – se non avesse in mano inconfutabile prova provata?
Le prove non sempre risultarono provate, ma le carriere finirono spesso a gambe all’aria: d’altronde, era “senso comune” che i politici facessero affari con i mafiosi, no?
A Turi Lombardo toccò sorte simile: fu accusato, da una sorta di “ministro” degli appalti mafiosi, di avere le mani in pasta. Ci ricamarono sopra, ci costruirono sopra architetture complesse di rapporti e relazioni e scambi: quando – lo racconta sempre lui stesso, questo aneddoto – fu restituito alla famiglia, agli arresti domiciliari dopo mesi di detenzione, e si mise a compulsare tutti i giornali che avevano parlato del suo caso, e che aveva chiesto alla moglie di conservare, leggendo questo e quello non poté fare a meno di esclamare: «Questo Lombardo è colpevole!». Ma lui non era quel Lombardo lì, quello raccontato in quel modo dai giornali, quello che filtrava dalle stanze della Procura. Ci mise un po’ a dimostrarlo: intanto si era dimesso da assessore regionale.
Che c’entra Turi Lombardo, socialista, palermitano, avvocato e professore universitario, con la storia di Peppino Impastato? C’entra, perché agli inizi lui era lì. Era lì, a Cinisi, in veste di militante civile e in veste di avvocato. Quando intorno agli Impastato s’era fatto il deserto, e solo i compagni suoi stretti – quelli di Democrazia proletaria, quelli del Centro di documentazione di Palermo – ebbero il coraggio di dire come stavano le cose. Ebbero il coraggio di dire che a Peppino l’aveva ammazzato la mafia, la mafia di Cinisi. Non era stato un suicidio, non era stato un maldestro tentativo di piazzare una bomba: la mafia l’aveva condannato da tempo, e aspettò il momento giusto. Lo sequestrarono, lo picchiarono, lo strordirono, lo piazzarono sui binari, gli fecero scoppiare una bomba in petto.
Quando il pomeriggio del 9 maggio 1978 – mentre l’Italia intera trattiene il respiro perché è stato ritrovato il corpo di Aldo Moro in una R4 rossa in via Caetani – a decine compagni e cittadini si recano a Cinisi, tra loro c’è Turi Lombardo, socialista e avvocato, che insieme all’avvocato Di Napoli, redigerà l’esposto dei familiari e per un certo periodo seguirà le indagini.
Quando il 19 maggio a Cinisi si svolge una manifestazione indetta dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, dalla Federazione giovanile socialista, dal Movimento lavoratori per il socialismo, da Democrazia proletaria e dal Comitato di controinformazione, dal Partito radicale, dal quotidiano «Lotta continua», a parlare dal palco c’è anche Turi Lombardo.
Quando, l’anno dopo, il 17 febbraio al cinema Alba di Cinisi, Radio Aut (che era la radio di Peppino), Democrazia proletaria di Cinisi e il Comitato di controinformazione Peppino Impastato organizzano un convegno su “Potere mafioso e lotta di classe”, con il fratello Giovanni, Giuseppe Di Lello (giudice antimafia), Michele Pantaleone, Umberto Santino, Salvo Vitale (uno dei più stretti compagni di Peppino), ci sono anche gli avvocati Di Napoli e Turi Lombardo.
Poi, certo, le strade si dividono, la politica politicante, e spesso degli affari, è una cosa, la militanza di informazione e denuncia un’altra. E non basta certo una “singolare” coincidenza dell’agire giudiziario – pieno di depistaggi e ipotesi costruite “a arte” nel caso di Peppino, pieno di suggestive interpretazioni nel caso di Lombardo – a accomunare biografie e percorsi distantissimi.
Rimane però un dato: che in Sicilia perché si faccia luce sulle vicende giudiziarie ci vuole un tempo imprecisabile. Nel caso di Peppino, c’è stata l’attività costante e determinata di un pugno di parenti, amici e compagni che ne ha tenuto viva la storia; e non a tutti va così.

Nicotera, 29 settembre 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 30 settembre 2017.

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Cinquant’anni fa, moriva el Che.

A Omero sarebbe piaciuto raccontare di Ernesto. Avrebbe detto del suo valore in battaglia, della sua dedizione alla patria, della sua prontezza a rinunciare a ogni cosa, a ogni sicurezza, a ogni affetto, se il suo coraggio era richiesto per combattere i nemici. Avrebbe detto anche che era condannato a morire. Gli dei capricciosi che governano il mondo sono conservatori, e per un rivoluzionario non c’è posto a lungo.
Nel marzo del 1965 Che Guevara ritorna all’Avana e si dimette da tutte le cariche istituzionali. Dopo Fidel, era l’uomo più importante a Cuba. Scrive ai genitori: «Riprendo la strada, scudo al braccio».
Forse era lo scudo forgiato da Efesto per Achille: «Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo / E il Sole infaticabile, e la tonda / Luna, e gli astri diversi onde sfavilla / Incoronata la celeste volta». O forse era meno ingombrante: per la guerriglia, bisogna portarsi dietro un bagaglio leggero, le leggi del combattimento sono cambiate dal tempo di Achei e Troiani.
Va in Africa, il Che. A combattere in Congo. Vuole spiegare le leggi della guerriglia e del marxismo ai Simba. La guerriglia va esportata in ogni dove, ovunque debbono accendersi i suoi fuochi – che sapore di farsa ha il pensiero che quarant’anni dopo saranno gli americani a proclamare che la loro democrazia va esportata in ogni dove. Ma i Simba, pur fieri e valorosi combattenti, non ci capiscono un’acca di guerriglia, figurarsi di marxismo. E poi si ritrovano contro mercenari inglesi, francesi, “consiglieri americani”. Uomini della Cia, che faranno le peggiori porcate in ogni dove.
Guevara molla i Simba – gli costa non poco. Ma di tornare a Cuba non vuole saperne. Stare seduto negli uffici a dirigere l’industria cubana non è cosa per lui. Quando aveva dovuto firmare, come direttore del Banco Nacional, le nuove banconote cubane, c’era stato come uno straniamento. Non bastano i manuali elementari di economia marxista per risollevare un paese stremato dalla guerra civile e dall’ostilità di mezzo mondo: ci sarebbero i russi, certo, pronti a dare sostegno e aiuto, ma a che prezzo. Gli eroi non stanno dietro le scrivanie. Lui non è Fidel, che è nato per essere il capo della nuova Cuba. Lui è un guerrigliero, per sempre. Rimane per un po’ ancora in Africa, indeciso se ripetere l’esperienza del Congo. Poi torna in America del Sud.
E va incontro al suo destino di morte. Il suo cadavere offeso, mutilato, nascosto, proprio come quello di Ettore.
L’Ottocento e il Novecento sono stati pieni di eroi simili. La storia europea dei Risorgimenti nazionali è inzeppata di ungheresi, polacchi, svizzeri, tedeschi che cadevano per combattere le monarchie, per la libertà dei popoli. Byron muore a Missolungi, in Grecia, dove era andato a portare aiuto ai Greci nella loro battaglia per l’indipendenza dai turchi. Era un uomo bellissimo, le cui conquiste femminili non si contavano, buon nuotatore e gran pugilatore – vengono in mente le note redatte dall’addestratore militare del Che, quando lo descriveva come il migliore del suo corso, lui che aveva scansato il servizio nell’esercito in Argentina per via dell’asma. E Byron ispirò migliaia e migliaia di giovani, con il suo veemente romanticismo. La moglie, che “inventò” la Byronmania, chiedeva ai pittori che lo dipingessero come un uomo d’azione, e non circondato da libri e penna e calamaio.
Il Che è diventato una figura iconica perché questo è stato il secolo dell’iconografia, della potenza delle immagini fotografiche e della loro facilità di riproduzione e diffusione. È diventato un’immagine pop, come d’altronde Warhol rese pop Mao e Marilyn nei suoi ritratti. Ma non era una celebrity. Era un rivoluzionario, era l’Eroe dei Due Mondi.
Già, proprio come il nostro Garibaldi. Che non si era risparmiato per le rivoluzioni dei popoli in America latina e poi in Europa. Un altro di quelli che dietro le scrivanie proprio non ci riescono a stare. Un altro di quelli che rinunciano a prebende e onori facili. Un altro di quelli che riconoscono che per guidare un paese ci vogliono caratteri d’altri uomini, che siano Cavour o Fidel, ci vogliono i politici. Un altro di quelli pronti a riprendere la strada, scudo al braccio, che fosse l’Aspromonte o la Bolivia, cosa cambia.
Con un pugno d’uomini, il 2 dicembre 1956 il Che sbarca alla spiaggia di Las Coloradas, Cuba. Decimati, gli uomini saliranno sulla Sierra Maestra e da lì conquisteranno il potere. Ah, come lo amarono i contadini cubani, per lui e per loro, i barbudos, combatterono come leoni. Con mille uomini, l’11 maggio 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala e da lì conquistò la Sicilia e scacciò il Borbone. Ah, come lo amarono i picciotti siciliani, per lui e per loro, le camicie rosse, combatterono come leoni a Calatafimi.
Sono stati secoli romantici, l’Ottocento e il Novecento, che fosse l’indipendenza dei popoli o il comunismo, cosa cambia. Sono stati i secoli della lotta per la libertà, dalla tirannia di despoti e monarchie o da quella del capitale, cosa cambia. Sono stati secoli degli eroi.
Agli eroi è risparmiato il disonore – Garibaldi ebbe orrore di quello che i Savoia stavano combinando in Sicilia, dopo la conquista, provò a ripetere l’impresa sbarcando in Calabria per prendersi Roma ma lo fermarono “i suoi fratelli” bersaglieri regi, e poi tacque; Guevara non ebbe modo di sperimentare l’involuzione della rivoluzione cubana, circondata e minacciata certo, in un regime che soffocava ogni dissenso, pese cappello e andò a morire combattendo.
Fu proprio quella morte in una boscaglia della Bolivia a rendere il Che un guerrigliero del mondo, quella sua volontà di non fermarsi, di non trincerarsi nel “socialismo in un solo paese” – il realismo staliniano. Era bello, era romantico, la sua storia infiammò gli animi dei giovani degli anni Settanta del Novecento in tutto il mondo. Mille fuochi di guerriglia. Chi non vorrebbe essere Ettore, almeno per un giorno?
Il guevarismo e il maoismo – bombardate il quartier generale – sono state la forma propria assunta dai movimenti rivoluzionari europei e americani per sfuggire all’insopportabile conformismo del socialismo sovietico, una cosa da caserme. Gli intellettuali europei facevano la fila per visitare Cuba – bisogna dirlo: avevano fatto la fila anche per andare in Unione sovietica negli anni Trenta, in pieno stalinismo, e molti ne avevano riportato ritratti entusiasti. Forse queste rivoluzioni, “povere”, di contadini, sembravano riscattare quella, “operaia”, che aveva finito con il seppellire l’Urss sotto una cortina d’acciaio. La classe operaia s’è imborghesita, ha sposato l’american way of life, l’uomo ha ormai una sola dimensione, l’aveva detto un filosofo di Berkeley di origini tedesche, e c’era da credergli. Gli studenti di tutto il mondo si fecero avanti per essere loro la classe rivoluzionaria – d’altronde non lo erano stati anche per tutte le rivoluzioni nazionali dell’Ottocento? Se c’era un’immagine di rivoluzionario il più lontana possibile da quella del bolscevico, funzionario della rivoluzione, questa era quella del barbudo guevarista.
Guevara non appartenne più a Cuba dal momento della sua morte – certo, a Cuba continuano a adorarlo. Ma da quando le sue mani furono crudelmente mozzate a La Higuera, Bolivia, e il suo corpo esposto perché non ci fossero dubbi, la sua leggenda divenne presto patrimonio del mondo, patrimonio di ogni rivolta.
È sciocco chiedersi oggi quale ruolo ebbe nella crisi dei missili che portò il mondo sull’orlo della guerra, quali competenze avesse negli errori dell’industria cubana, quali fossero le sue capacità di organizzatore militare – il suo coraggio in battaglia rimane indiscutibile. Il Che è una leggenda, lo è diventato nella fantasia popolare.
Perché è di questo che si nutre la narrazione popolare, che poi è il racconto epico, omerico o meno: di eroi che riprendono la strada, scudo al braccio.

Nicotera, 22 settembre 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 23 settembre 2017.

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