Catalogna, aspettando martedì 10: ognuno al posto suo.

Carles Puigdemont, presidente della Generalitat, aveva convocato il parlamento catalano per lunedì, ma il premier spagnolo Rajoy lo ha sconfessato. Il parlamento catalano è stato allora riconvocato per martedì 10 ottobre. Molti si attendono per martedì la DUI (Declaración unilateral de independencia), la dichiarazione formale di indipendenza che aprirebbe il percorso di distacco da Madrid e la rottura formale di ogni rapporto e un succedersi di eventi che allo stato delle cose – ovvero le ripetute dichiarazioni di Rajoy – nessuno è in grado di determinare e sembra volgere al peggio. Nel frattempo, ci sono diversi tentativi di “mediazione” – della chiesa, a esempio – o alcune manifestazioni che chiedono di “parlarsi”, ma si moltiplicano anche le ostinate iniziative a frapporre un muro tra la volontà dei catalani espressa in un referendum e la volontà di Madrid di non tenere in alcun conto questa volontà.
Questo, almeno finora, è il risultato più evidente del referendum dell’1 ottobre: ognuno si è messo al suo posto.
Al suo posto si è messo Felipe de Borbon y Borbon-dos Sicilias che con la sua “comparsata” televisiva ha scelto di schiacciarsi sul governo Rajoy, soprattutto dopo la violenza poliziesca su elettori inermi, e invece di rappresentare l’insieme della cittadinanza ha scelto di separare tra cittadini spagnoli di serie A e cittadini catalani di serie B. Un comportamento che ha creato non pochi malumori e sdegno e ha ulteriormente ampliato la distanza tra una monarchia “di maniera” e una volontà repubblicana.
Al suo posto s’è messo Rajoy che intende rappresentare “l’uomo forte” della Spagna e ha scelto la via militare, prima con ripetute e maldestre sentenze che dichiaravano incostituzionale il referendum, e dopo mandando Guardia civil e Policia nacional a impedirne lo svolgimento sequestrando urne e schede e picchiando senza riguardo (una tendenza europea alla “macelleria cilena” che ci è già stato dato modo di vedere e sperimentare). Ora, con l’invio dell’esercito, di sue unità “speciali”: forze speciali dei servizi di sicurezza sono state inviate in infrastrutture strategiche in Catalogna, come l’aeroporto El Prat. Secondo quanto scrive l’agenzia stampa spagnola Europa Press, che cita fonti della polizia, almeno 150 agenti del Gruppo di azione rapida (Gar) della Guardia Civil si trovano in un hangar dell’aeroporto El Prat di Barcellona “pronti a far fronte ai gruppi indipendentisti che minacciano di prendere il controllo” di infrastrutture come porti e frontiere. La missione delle teste di cuoio, almeno per quanto riguarda questo scalo, è quella di guidare la squadra che rafforzerà la sicurezza della torre di controllo e del centro di controllo del traffico aereo. Gli indipendentisti catalani intendono “prendere militarmente” l’aeroporto? È, con ogni evidenza, una scusa per una vera e propria “occupazione militare”. E, d’altronde, proprio questa richiesta – il ritiro dal territorio catalano di tutte le forze militari inviate, vissuto come una “pistola alla tempia” oltre che una vergogna – è ormai considerata da Puigdemont, ma non solo (a esempio, il sindaco di Barcellona, Ada Colau), una questione irrinunciabile.
Il “condimento” di questa iniziativa è stato l’invio di una formale accusa da parte dei tribunali di Madrid – anche loro si sono messi al proprio posto – di “sedizione” contro Josep Lluís Trapero, il capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, un tentativo palese di riprendere il controllo della “forza” e della catena di comando militare. E davanti ai magistrati spagnoli, in Audiencia nacional, sono stati chiamati, per le stesse accuse, i due leader indipendentisti Jordi Sanchez, presidente dell’Asemblea Nazionale Catalana, e Jordi Cuixart, numero uno dell’associazione Omnium Cultural. Anche i sindaci catalani filo-indipendentisti sono indagati dalla procura.
Al suo posto s’è messo Puigdemont. Puigdemont, un democratico liberale, è stato eletto premier per dichiarare l’indipendenza della Catalogna, a volte sembra ci si dimentichi di questo “particolare”. All’interno del parlamento catalano, il fronte pro-indipendenza è rappresentato dalla coalizione Junts pel sì (Insieme per il sì), composta da quattro partiti (Convergència Democràtica de Catalunya, Sinistra Repubblicana di Catalogna, Democratici di Catalogna e Movimento delle Sinistre) di diversa estrazione politica che tuttavia condividono l’obiettivo di staccarsi dal governo di Madrid, e dalla formazione politica di sinistra radicale, Candidatura di unità popolare (Cup). Le due forze, insieme, contano 72 deputati eletti (10 del Cup e 62 di Junts pel Sì), detenendo la maggioranza dei 135 seggi totali. È stato attraverso un accordo tra Junts pel Sì e Cup che è stato eletto Puigdemont, scartando l’ipotesi di rieleggere Arturo Mas, che la Cup non avrebbe mai votato. Nel 2016 la CdC si è sciolta per formare un nuovo soggetto, denominato Partito Democratico Europeo Catalano. Puigdemont può sconfessare se stesso, il suo governo, la sua alleanza? Può andare a casa, certo, ma non verrebbe neppure più eletto come amministratore di un condominio a Girona, la sua città, che è la più indipendentista di tutte.
Al suo posto s’è rimesso proprio Artuto Mas, tra i più “conservatori” degli indipendentisti, che sembra ripetere le stese parole di Puigdemont («l’indipendenza non è una cosa che accade dalla sera alla mattina») ma va prudentemente tirando il freno a mano.
Al suo posto s’è messo lo schieramento di minoranza al parlamento catalano, che conta 63 seggi in totale, e è formato dal Partito popolare di Rajoy, (11 deputati), da Ciudadanos (25 deputati), dal Partito socialista operaio spagnolo (16 deputati) e da Iniziativa per la Catalogna verdi e sinistra unita e alternativa (11 seggi). Tutti, insieme – erano al governo fino al 2003 – chiedono di rinunciare all’indipendenza. È questa minoranza (che c’entra la “maggioranza silenziosa”?) di forze politiche che promuove manifestazioni “unioniste” sotto la bandiera della Spagna – è il posto loro – che urlano a gran voce contro la secessione. Potevano pure andare a votare, potevano, no, se erano sicuri di vincere.
Anche il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa annuncia urbi et orbi d’essere contro l’indipendenza catalana. Solo che non è esattamente al posto suo, essendo peruviano. Ma Llosa – una giovinezza da magnifico scrittore, una “maturità” scadente – ci ha un po’ abituato nel tempo ai cambi di collocazione. Già che si trova, potrebbe pure chiedere la restituzione del suo paese, il Perù, ai conquistadores spagnoli.
Al suo posto s’è messo El Cercle de economía, come una nostra Confindustria, che rappresenta i grandi gruppi bancari e le grandi famiglie del capitalismo catalano: il suo presidente, Juan José Brugera, ha avuto un incontro a Girona con Puigdemont chiedendogli apertamente di rinunciare alla DUI, perché sarebbe «una bomba para la economía»
I due più grandi gruppi bancari con sede in Catalogna, “La Caixa” e “Sabadell”, hanno già annunciato il trasferimento della loro sede, una forma di pressione fortissima che lascia intendere ulteriori iniziative. Anche altre società hanno già deciso o stanno per lasciare Barcellona e la Catalogna, come la Sociedad General Aguas de Barcelona e Gas Natural. L’economista Santiago Niño-Barreto sostiene che è impossibile che si possa verificare in Spagna un “corralito” come quello che colpì l’Argentina nella crisi del 2001-2002, ovvero la restrizione alla libera disposizione dei propri depositi di denaro in contanti, con una corsa incontrollabile agli sportelli: ma è questa la minaccia dei grandi gruppi bancari. Niño-Barreto dice che tutto questo muoversi delle banche serve solo a diffondere e accrescere “el miedo”, la paura.
Al suo posto s’è messo il Manifesto di Saragozza, firmato il 24 settembre, da Podemos, En Comú Podem (la formazione che ha eletto Ada Colau a sindaco di Barcellona), i partiti autonomisti (baschi, galiziani, maiorchini), Izquierda unida e i catalani del Pde Cat (di Puigdemont) e Esquerra republicana (del vice-presidente della Generalitat Junqueras). Quello che chiedono sono le dimissioni di Rajoy e la formazione di un nuovo governo in grado di trattare con la Catalogna: ma i numeri non bastano, nel parlamento spagnolo, e servirebbe l’apporto del Partito socialista.
Ada Colau (eletta nel 2015 da una coalizione di movimenti sociali, da Podemos, da Izquierda unida e da Iniziativa per la Catalogna Verdi) spinge, come d’altronde Iglesias, il leader di Podemos, a un’iniziativa in questo senso di Sanchez, leader del Pose, a formare una nuova maggioranza. Ma i socialisti sono divisi: la vecchia guardia, soprattutto, non ne vuol sentir parlare.
Al suo posto s’è messo il “vecchio leone” socialista Felipe Gonzales che critica Rajoy da destra: non capisce perché il premier non si sia già appellato all’articolo 155 della Costituzione, che sospende l’autonomia regionale, e respinge ogni idea di una “mediazione europea”.
Al suo posto s’è messa la Cup. La Cup ha già dichiarato chiaramente che non c’è alcuna possibilità che il parlamento di Catalogna non dichiari la propria indipendenza. Carles Riera ha annunciato che «por fidelidad y coherencia» il parlamento deve esercitare l’autodeterminazione, dopo che il popolo l’ha già fatto l’1 ottobre: «Es el momento de que las instituciones se pongan a la altura y también hagan este ejercicio de autodeterminación / è il momento che le istituzioni si mettano all’altezza della situazione e configurino questo diritto all’autodeterminazione».
La Cup continua a ripetere che la Dichiarazione d’indipendenza deve aprire un processo costituente della repubblica catalana, per approvare finalmente una costituzione in sei mesi. «L’1 ottobre è una opportunità storica». In relazione alle voci di una possibile rottura entro la JpS e dei patti che tengono insieme le due coalizioni se la Jps decidesse di non dichiarare l’indipendenza, Riera ha detto che «se questo accadesse, lo prenderemo in considerazione, ma al momento non è sul tavolo».
La Cup continua a ripetere che la Dichiarazione d’indipendenza deve aprire un processo costituente della repubblica catalana, per approvare finalmente una costituzione in sei mesi. «L’1 ottobre è una opportunità storica».
Al proprio posto si sono messi i milioni di cittadini che hanno votato l’1 ottobre e tutte quelle associazioni e comitati che in questi anni hanno lavorato per il referendum e l’1 ottobre l’hanno reso possibile.
Questo è il quadro delle cose. Si prende partito.

p. s. = anche in Italia, rispetto ai sommovimenti catalani, ognuno s’è messo al suo posto, in parecchi farfugliando tra nazionalismi, socialismi e secessionismi. Ma ci sembra meno interessante.

Nicotera, 8 ottobre 2017

Pubblicato in politiche | Lascia un commento

Gandhi, Sands, Pannella, quando il digiuno fa paura al potere.

«Partinico, 27 novembre 1955. A tutti. Invito ogni persona che ha una responsabilità, che sente di avere una responsabilità pubblica, a digiunare almeno per un giorno per rinfrescare alla sua memoria, se mai l’abbia saputo, cosa significa stare digiuno – come troppo spesso stanno milioni di nostri fratelli, bambini e vecchi compresi, nel mondo, in Italia».
È l’incipit del testo di Danilo Dolci – riportato poi nel suo libro del 1956, Processo all’articolo 4 – con cui comunicava l’inizio della lotta nonviolenta in Sicilia per il lavoro. Per le scuole e il lavoro. «Almeno: 1) occorre mandare tutti i piccoli fino a quattordici anni a scuola: trasformando le attuali cosiddette scuole, in scuole vere che si può; 2) occorre assistenza alle famiglie dei carcerati e dei «banditi»; 3) occorre quindi dare lavoro subito ai disoccupati». In uno dei luoghi a più alto tasso di “criminalità”, Partinico, Palermo, Sicilia, Dolci si batte perché il lavoro possa costruire quella dignità che manca, perché la scuola possa educare i ragazzi a desiderare un futuro migliore. Il 30 gennaio 1956 Danilo Dolci, «noto agitatore politico», organizza lo sciopero della fame «nonostante sia stato diffidato a verbale ad astenersi da qualsiasi manifestazione in quanto non autorizzata». Anche se dispersi dalla polizia i pericolosi manifestanti si ostinano a digiunare. A metterci il carico da undici, la sera dell’1 febbraio il giornale «L’Ora» di Palermo annuncia per l’indomani lo sciopero alla rovescia. A centinaia vanno verso la “trazzera vecchia”, distante tre chilometri del paese e iniziano i lavori di sterramento. Intimati a fermarsi, non ubbidiscono. Partono i regolamentari tre squilli di tromba e poi le cariche. Dolci e i suoi non si muovono, trascinati a forza. Alla rovescia, perché spiegherà Dolci, noi avevamo “il dovere” di riparare la trazzera, richiamandosi all’articolo 4 della Costituzione che recita: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Processati, interverranno intellettuali come Vittorini, Levi, Bobbio, Calamandrei a deporre a suo favore.
Chissà se Pannella pensava alla straordinaria figura di Dolci quando iniziò il suo primo sciopero della fame.
«Cari amici, vi comunico che a partire da lunedì 10 novembre inizierò, con il compagno ed amico Roberto Cicciomessere della LID di Roma ed esponente del partito radicale, in attesa che eventualmente altri compagni possano associarsi a questa iniziativa, uno sciopero della fame ad oltranza». È l’articolo de «Il Divorzista» dell’8 novembre 1969. Pannella si è reso conto che il dibattito parlamentare sul divorzio non è prioritario ma, in realtà, è condotto come se fosse una noiosa e fastidiosa incombenza da eludere e svuotare. Peraltro, c’è il rischio di una nuova crisi di governo e questa darebbe ottime ragioni per eluderlo. Decide di fare qualcosa. A modo suo. Come farà per anni. Anche minando il proprio fisico.
Lo sciopero della fame è un’esperienza durissima, che mina il fisico, il normale funzionamento del metabolismo, e spesso – se sopravvivi – lascia danni irreparabili e permanenti. Quando è prolungato, dopo un certo numero di giorni, subentra peraltro uno stato di eccitazione dei sensi che sembra dare lucidità, ma è uno stato di esaltazione, se così si può dire in quanto in realtà il fisico è fortemente frustrato, che finisce con il creare un senso di assolutezza: sei determinato a andare avanti fino alla fine perché le tue richieste vengano accolte, benché tu sappia con certezza che la fine può essere la tua morte.
Io credo che in una situazione simile si sia trovato – e parlo di cronaca di questi giorni – Doddore Meloni, l’indipendentista sardo arrestato il 28 aprile scorso per reati fiscali proprio mentre andava a costituirsi e che aveva subito iniziato lo sciopero della fame e della sete, era stato ricoverato temporaneamente in alcune strutture ospedaliere, era tornato in carcere dove aveva continuato la sua forma di protesta, fino alla morte il 5 luglio: sessantasei giorni di sciopero della fame. Benché il suo avvocato avesse fatto presente la situazione che sembrava senza vie d’uscita se non la concessione degli arresti domiciliari, l’istanza era stata respinta dal Tribunale di sorveglianza: le condizioni del carcere erano compatibili. Doddore Meloni – nove anni di detenzione per un “complotto indipendentista sardo”, un coinvolgimento in indagini sugli indipendentisti veneti, una clamorosa forma di protesta, quando insieme a una decina di persone occupò poco più che uno scoglio proclamando la Repubrica di Malu Entu – è morto nel silenzio generale.
Di sciopero della fame si può morire. Se ne può morire come accadde a Holger Meins, membro della Rote Armee Fraktion, detenuto in attesa di un processo che non veniva mai fissato e che decise di protestare. Dopo due mesi di sciopero della fame, il 9 novembre 1974, Holger Meins morì. Era alto un metro e ottantatré centimetri e pesava ormai solo trentanove chili.
Di sciopero della fame morì Bobby Sands, dell’Ira, arrestato nell’ottobre del 1976 e detenuto insieme a decine di prigionieri politici irlandesi nel carcere di Maze, nel famigerato H-Block. Era proprio questo status di prigionieri politici che lui e i suoi compagni volevano venisse ripristinato (il governo l’aveva abolito per tutti i reati dopo il marzo del 1976) e che le autorità inglesi non avevano alcuna intenzione di concedere. Avevano iniziato con la “protesta delle coperte”, rifiutando di indossare le divise dei detenuti e coprendosi solo con le coperte del carcere; poi avevano continuato con la “protesta sporca”, imbrattando i muri delle celle con i propri escrementi, dato che ogni volta che dovevano buttare il bugliolo le guardie li pestavano; il 27 ottobre 1980 iniziarono il primo sciopero della fame. Lo smisero, dopo cinquantasei giorni, quando la Thatcher formulò delle vaghe promesse che, comunque, non mantenne. Allora, 1 marzo 1981, iniziò il secondo sciopero della fame – e stavolta i detenuti in sciopero furono diversi e iniziavano a intervalli regolari, così da allargare e allungare la protesta. Fu durante questo sciopero che Bobby Sands fu eletto al parlamento inglese il 9 aprile 1981 con 30.492 voti. Ma solo tre settimane dopo, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, Bobby Sands morì. Altri nove uomini morirono dopo Bobby Sands tra maggio e agosto del 1981.
Di sciopero della fame morì Mary Jane Clarke, una delle prime organizzatrici del movimento delle suffragette per ottenere il diritto di voto per le donne in Inghilterra e Irlanda che era stata arrestata il Black Friday del 1910: quando in parlamento si era discusso di concedere a un numero limitatissimo di donne il voto e le suffragette organizzarono una protesta. Furono aggredite dalla polizia, buttate a terra, palpeggiate con una violenza inaudita. Più di un centinaio di loro finì in carcere. E qui, Mary Jane iniziò lo sciopero della fame. Ma il governo, che già aveva fatto una fuguraccia e che vedeva crescere un’opinione pubblica scandalizzata da quel comportamento brutale, pensò che non voleva una martire e decise per l’alimentazione forzata. Fu proprio l’alimentazione forzata – la bocca tenuta aperta a forza, intrugli calati giù per la gola con violenza – che uccise la Clarke.
Animati dallo stesso spirito inerme erano le proteste del Mahatma Gandhi. Ahimsa, non nuocere, era la parola chiave, lo spirito che animava la Satyagraha, la disobbedienza civile. Gandhi aveva studiato Thoreau, tra gli altri, e praticò con costanza l’idea della disobbedienza a leggi ingiuste e, spesso, stupide. Fece lo sciopero del sale, una lunga marcia con migliaia e migliaia di poveri che si rifiutavano di pagare una tassa sul sale; fece lo sciopero dei vestiti, rifiutando di indossare vestiti “coloniali” e fabbricando da sé i suoi abiti; fu incarcerato diverse volte e fece diverse volte lo sciopero della fame, anche contro alcune leggi della nuova India indipendente.
Gandhi iscriveva questa sua pratica in una dimensione religiosa; a una stessa dimensione religiosa si richiamò apertamente Martin Luther King nella sua lunga battaglia per i diritti civili dei neri americani; Dolci prima e Pannella poi le diedero in Italia una dimensione laica.
E lo sciopero della fame, protesta drammatica, non ha mai smesso di essere uno straordinario strumento di lotta.

Nicotera, 6 ottobre 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 7 ottobre 2017.

Pubblicato in società | Lascia un commento