Mata Hari: la dea, la spia, la traditrice. Ma chi era?

15 ottobre 1917 – giusto un secolo fa – Castello di Vincennes, dove un tempo sorgeva un forte quasi distrutto dai prussiani durante l’assedio di Parigi del 1870. Alle sei e trenta di una fredda e nebbiosa mattina, un plotone di dodici soldati zuavi reduci dal fronte di guerra aspetta il comando dell’ufficiale per scaricare la sua fucileria. Di quei dodici fucili, uno è caricato a salve, come vuole il regolamento, perché ogni soldato possa pensare di non essere stato lui a tirare il colpo mortale. L’ufficiale si avvicina alla persona condannata a morte per coprire i suoi occhi con una benda. Lei, con un elegante gesto della mano, rifiuta. Guarda negli occhi i soldati, guarda negli occhi i suoi carnefici. Non ha paura.
È stata svegliata poco dopo le cinque al secondo piano di Saint-Lazare, il penitenziario femminile di Parigi, cella numero 12. Le monache le hanno già comunicato, qualche giorno prima, che la domanda di grazia presentata al presidente francese è stata respinta. Si aspetta perciò questa sveglia improvvisa all’alba. È il suo nome, d’altronde, occhio dell’alba, in lingua giavanese: Mata Hari. Almeno, era il suo nome d’arte, quando calcava le scene dei palcoscenici di tutta Europa, perché all’anagrafe è registrata come Margaretha Geertruida Zelle, nata a Leeuwarden, Olanda, il 7 agosto 1876. L’altro “nome d’arte”, quello che le è stato dato dai tedeschi per i quali ha lavorato come spia è: agente segreto H21. È l’agente segreto H21, la donna che i soldati zuavi stanno per fucilare. Anche se, tutti sanno che lei è la famosa Mata Hari.
Mata Hari si è vestita con calma nel carcere femminile di Saint-Lazare, indossando un lungo cappotto dai risvolti di pelliccia sul suo kimono, mettendo i guanti di pelle nera, e rassettando i capelli che ha tenuto insieme con un fermaglio, e sui quali ha poi poggiato un cappello di paglia di Firenze, legandolo al mento con un nastro perché non voli. Ha quarantun anni. Della intrigante bellezza che ha fatto impazzire ufficiali e nobili, trafficanti e coreografi, artisti e faccendieri della Belle Époque dev’essere rimasta ancora qualche traccia – e poi, arrestata a gennaio, ha vissuto con dolore e disperazione i lunghi mesi del processo iniziato a giugno, pieno di voltafaccia e colpi di scena: sa da tempo d’essere giunta al capolinea della sua lunga corsa. Ma il fascino è rimasto intatto: è una donna alta, dai capelli scuri, gli occhi di giada e la carnagione olivastra – e benché abbia avuto due gravidanze, il corpo è ancora sensuale, flessuoso e agile.
Dopo il breve tragitto dal carcere fino a Vincennes, i furgoni scortati dai dragoni a cavallo, Mata Hari è stata legata blandamente al palo dell’esecuzione – di certo lei non fuggirà, di certo lei non tremerà. La leggenda dice che proprio per mostrare quanto non abbia paura, Mata Hari d’improvviso faccia scivolare il suo lungo cappotto fino ai piedi e offra ai fucili il suo petto nudo. Vero o no, l’ufficiale, il maresciallo Petey, alza la sciabola, l’abbassa, fuoco. Degli undici colpi, otto vanno fuori bersaglio – forse un’estrema galanteria dei soldati francesi. Dei tre al corpo, uno colpisce una rotula, uno un fianco, il terzo va dritto al cuore. Il maresciallo Petey si avvicina per dare il colpo di grazia, anche se del tutto inutile. Poi annuncia: Mata Hari è morta. Un soldato zuavo, uno dei fucilatori, sviene.
Colpevole o meno di tradimento, il processo a Mata Hari, in piena guerra e con uno stato maggiore che non sta proprio dando gran prova di sé sul piano militare contro un nemico tedesco straordinariamente capace, serve per rinsaldare il fronte interno. E salda i conti aperti nello spionaggio francese fin dal tempo del caso Dreyfus.
Come ha scritto Julie Wheelwright, autrice di The Fatal Lover: Mata Hari and the Myth of Women in Espionage, dal momento della sua esecuzione l’esotica danzatrice Margaretha “Gretha” Zelle sposata MacLeod – universalmente nota come Mata Hari – è diventata sinonimo del tradimento sessuale femminile. Giudicata da un tribunale militare francese per passare segreti al nemico durante la Prima guerra mondiale, fu condannata come la “più grande spia del secolo”, responsabile di aver mandato alla morte più di ventimila soldati alleati. Ma il suo status di straniera – era, appunto, olandese – e di donna divorziata, assolutamente non pentita di avere dormito con ufficiali di tutte le nazionalità, ne fecero un perfetto capro espiatorio nel 1917.
Era nata in una famiglia più che benestante, nella capitale della Frisonia, Olanda. Il padre era proprietario di un mulino, ma le sue speculazioni in affari di petrolio lo portarono sul lastrico e, senza un soldo, partì per l’Aia. La madre morì quando Greta aveva solo quindici anni, e fu data in custodia presso degli zii. A diciott’anni rispose a un annuncio di cuori solitari su un giornale, quattro mesi dopo era sposata a Rudolph “John” MacLeod, un uomo che aveva il doppio dei suoi anni, era un forte bevitore e era militare di stanza nell’esercito in India. Da un padre volgare finì nelle mani di un marito volgare.
Il matrimonio fu rovinoso fin dall’inizio. Dopo la nascita del primo figlio, Norman, nel 1897, Gretha e il marito navigarono verso le Indie orientali, dove la loro vita si spese per quattro anni in guarnigioni militari. La tragedia arrivò dopo la nascita della figlia, Non, quando entrambi i bimbi furono avvelenati: la piccola sopravvisse, il piccolo morì. Quando John poté andare in pensione, la coppia tornò in Olanda e si separò. È il 1902.
Eppure questa “mangiauomini”, che ballò a La Scala di Milano e all’Opera di Parigi e nei salotti privati di mezzo mondo, era disgustata dal sesso. Nuovi documenti – finora i biografi avevano avuto accesso solo alla trascrizione del processo francese e alle sue lettere in prigione – gettano un’altra luce sulla sua vita: «Mio marito mi ha dato un tale disgusto per le cose sessuali che non posso dimenticarlo mai». Dal marito aveva contratto la sifilide, nelle Indie occidentali, e per precauzione la figlia Non era stata sottoposta alle cure di mercurio.
Dopo la separazione lei ebbe la custodia della figlia, ma si rifiutò di pagare una intermediazione finanziaria, e la mancanza di sostegni familiari e l’assenza di una qualche attività professionale finirono per dare la bimba al marito. Decide così di andare a Parigi. Più tardi scrisse: «Pensavo che tutte le donne che si separavano dal marito andavano a Parigi».
A Parigi, cercò in ogni modo di guadagnarsi rispettabilmente da vivere, sempre con l’obiettivo di riprendersi la bambina, dando lezioni di piano, insegnando il tedesco, facendo la dama di compagnia, e come commessa in un negozio di abbigliamento. Meno rispettabile, ma più remunerativo era lavorare come modella per pittori di Montmartre. Ritorna brevemente in Olanda, come comparsa in una compagnia di teatro, ma confessa in una lettera di “dormire con uomini” per denaro.
Fa la ballerina al Perroquet bleu, esibendosi in una «danza delle bayadere». E qui s’incontra la sua genialità con quella di un impresario che vede in lei l’incarnazione di un desiderio d’Oriente: Gretha s’inventa ascendenze indiane, di avere partecipato a segreti riti e d’avere imparato le movenze di danze sacre – ci sono i gesti, c’è la caduta dei veli e la nudità finale. L’occidente non vede l’ora di perdere la testa per l’oriente. Gumet mette intorno ai gesti lascivi di Gretha vasi, décor, musiche, tende, gioielli, crea una mistica. È così che nasce il mito di Mata Hari. Qualcosa che era nell’aria e che d’improvviso prende corpo in una donna, in un corpo, in una danza.
Tra il 1904 e il 1906, Mata Hari calca i palcoscenici più importanti, viene contesa dagli impresari più grandi, desiderata da tutti gli uomini. E lei passa dalle braccia di un barone tedesco a quelle di un imprenditore francese, da un nobile spagnolo a un ufficiale inglese o russo. È all’apice del successo. Poi, vive di rendita.
Quando i colpi di pistola di Sarajevo pongono fine alla Belle Époque e danno inizio alla Grande guerra viene reclutata dai tedeschi. Vogliono sapere di impianti industriali, lei che è dentro quel mondo, di segreti militari – gli uomini a letto parlano, si vantano, sono tronfi.
I sospetti cominciano a aleggiare su di lei: i francesi provano a tenderle una trappola, lei si offre per un doppio gioco. Spera di tornare in Olanda, e così salvarsi. L’attirano in un tranello, e forse sono gli stessi tedeschi a disfarsene perché è ormai “bruciata”, oppure commettono una grave impudenza utilizzando un codice di trasmissione che era stato già decifrato, insomma l’arrestano. È la fine.
Eppure, inventandosi quel passato orientale, quella conoscenza di riti e di culti, fu proprio Gretha la vera creatrice di se stessa e di un proprio doppio, Mata Hari.
È questa forza d’animo, questa capacità di reinventarsi ogni volta, di risollevarsi dalla disperazione, non importa quel che costi, che fa di Gretha Zelle un personaggio così straordinario, così moderno. Mata Hari era una donna forte, e questo è un giudizio che va oltre le sue azioni, reali o presunte.

Nicotera, 12 ottobre 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 13 ottobre 2017.

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Barcellona è sola?

«Demanes diàleg i et responen posant el 155 damunt la taula. Entesos». È il tuit in catalano – ore 21.57, 11 ottobre – del presidente Puigdemont: chiedi dialogo e ti buttano sul tavolo l’articolo 155, ne prendiamo atto.
Le parole con cui Rajoy e il suo governo hanno chiesto a Puigdemont se ha effettivamente dichiarato l’indipendenza o meno martedì 10, riportando al parlamento catalano il risultato del referendum dell’1 ottobre, non sono una dichiarazione politica o una richiesta di chiarimento, ma l’inizio del procedimento per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione – quello che potrebbe portare alla sospensione dell’autonomia regionale. L’articolo 155 della Costituzione spagnola del 1978 – che è una traduzione quasi letterale dell’art. 37 della Costituzione federale tedesca del 1949 [«Art. 37. – (I) Se un Land non adempie agli obblighi federali che gli incombono in base alla presente Legge fondamentale o ad un’altra legge federale, il Governo federale, con l’assenso del Bundesrat, può prendere le misure necessarie per obbligare coattivamente il Land all’adempimento dei suoi doveri».] – recita così: «Articolo 155 – 1. Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi». E la procedura prevede che abbia cinque giorni (il tempo ”concesso” da Rajoy) per precisare le sue parole e, in caso affermativo, che abbia ancora altri cinque giorni «para corregir y regresar al orden constitucional – per correggerle e ritornare all’ordine costituzionale».
Perciò, l’articolo 155 è già stato attivato, è già operativo: il successivo passaggio è al Senato, dove il Ppe, il partito di Rajoy, ha la maggioranza assoluta e dove può comunque contare sull’appoggio del Psoe, il partito socialista di Sanchez, e di Ciudadanos, il partito di Rivera, che sinora hanno sostenuto il suo atteggiamento. Per mediare con il Partito socialista catalano, che comunque è sempre stato contro il referendum ma avrebbe certo “qualche difficoltà” a difendere l’atteggiamento brutale del governo centrale nelle piazze oggi e domani nelle urne, Sanchez offre e rivendica di avere trattato con Rajoy future imprecisate “modifiche” della Costituzione.
La comunità internazionale sembra non voler capire che la situazione non è per nulla “fluida” (come si è pronunciato il Fondo monetario internazionale), e che quella adottata dal governo catalano non è la “formula slovena”, quando Lubiana aveva dichiarato l’indipendenza e l’aveva sospesa per mesi, per arrivare a un divorzio negoziato con Belgrado. Qui siamo già quasi oltre ogni limite di mediazione, e servirebbe perciò uno sforzo, una volontà politica che nessuno pare voler mettere in campo; Francia, Germania e Italia hanno confermato la linea anti-indipendenza: «Una dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarebbe illegale e non sarebbe riconosciuta», ha dichiarato la portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer. «Sarà illegale qualunque dichiarazione unilaterale di indipendenza avanzata dalle autorità della Catalogna», ha detto una portavoce del ministero degli Esteri francese. E Gentiloni: «È necessario rispettare il quadro costituzionale e le leggi spagnole». Amen.
«Informiamo la comunità internazionale e le autorità dell’Unione europea della costituzione della Repubblica catalana e della proposta di negoziati con la Spagna», così c’è scritto nella dichiarazione firmata alle 22.40 dell’11 ottobre da settantadue deputati del parlamento catalano (di Junts pel Sì e Cup che costituiscono la maggioranza e il governo). «Costituiamo la repubblica catalana, come stato indipendente e sovrano, democratico e sociale, disponiamo l’entrata in vigore della legge di transizione politica e di fondamento della repubblica, iniziamo il processo costitutivo, democratico, basato sui cittadini, trasversale, partecipativo e vincolante» – e questo è il cuore della dichiarazione.
C’è poco da restare appesi a una qualche interpretazione “semantica” delle parole di Puigdemont, come sembra fare, tra gli altri, Iglesias di Podemos: «Non ha dichiarato l’indipendenza, ed è una buona notizia». Podemos ha provato sinora a giocare una propria partita, tutta politica, per la caduta del governo di Rajoy, ma i margini per continuare a chiedere una qualche mediazione si sono precipitosamente ridotti. Le cose sono invece chiare. Ora la questione è un’altra: l’Europa è sorda a qualunque richiesta catalana. Eppure è proprio sul processo di indipendenza aperto dai catalani che si può aprire un nuovo percorso per una nuova Europa. I catalani sono europeisti convinti, tanto da essersi più volte, e ancora ieri, appellati alla comunità europea. Eppure, Barcellona oggi sembra sola. L’Europa si gira dall’altra parte.
E oggi è il 12 ottobre, giorno della Hispanidad, festa nazionale che celebra la scoperta dell’America da parte di Cristóbal Colón, che poi sarebbe Cristoforo Colombo (per dire invece: il disegno della “estelada”, la bandiera indipendentista catalana, si ispirò a quella di Cuba indipendente del 1902). Sul paseo de la Castellana de Madrid, per la prima volta dopo molti anni, sfilerà la Policía nacional. Manca la Falange e stiamo proprio al completo. Non è difficile immaginare gli applausi fragorosi che verranno riservati alla Polizia e alla Guardia civil – proprio quelli che hanno scatenato una violenza brutale contro i cittadini catalani. Magari sarebbe il caso – per i media internazionali che, come dice Puigdemont, sembrano tutti concordi in una “narrazione” che accusa i catalani di “golpismo” – di chiedersi se Rajoy non abbia dato la stura a una “nostalgia” di franchismo.
Ognuno sceglie da che parte stare.

Nicotera, 12 ottobre 2017
per antudo.info

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