I pm e il fantasma di Gelli: sequestrate Villa Wanda, cinquant’anni dopo.

Ci volevano cinque filippini per tenerla in ordine, al tempo del suo splendore. Quando potenti e accattoni, ambiziosi in ascesa e arroganti in declino di ogni parte d’Italia venivano lì a riverirlo e chiedere favori. E lì tesseva la sua tela, il Gran Maestro Venerabile dell’Oscuro, Licio Gelli, lì a Villa Wanda, sul colle di Santa Maria delle Grazie nell’Aretino. L’aveva comprata per una somma anche all’epoca, 1968, non da capogiro, dodici milioni di lire da uno dei fratelli Lebole, Mario, che avevano fatto parte del miracolo italiano, con abiti pronti tipo sartoriale. “Ho un debole, per l’uomo in Lebole”, chi se lo ricorda? Ma l’aveva comprata con un mutuo ipotecario da trenta milioni presso l’allora Cassa di risparmio di Firenze. Non era ancora Licio Gelli. Era un ex direttore commerciale della Permaflex, materassi con le molle, un altro “miracolo” di quegli anni nato dall’idea di un ambulante di stracci, dove era entrato nel 1956 e dove aveva portato i contatti per il colpo di genio: primo stabilimento industriale a Frosinone, Cassa del Mezzogiorno. C’era la manina di Andreotti, certo, era il suo collegio elettorale. Quando era andato via sbattendo la porta – e portandosi dietro una storia intricata di un debito di trecento milioni – aveva appena procurato all’azienda contratti per la fornitura di materassi in tutte le carceri italiane, commesse per l’esercito e per gli ospedali. Poi, primi anni Settanta, per la Permaflex fu il declino. Ma Gelli era già da tempo Venerabile Maestro.
È solo una leggenda che a Villa Wanda siano stati trovati gli elenchi degli iscritti alla P2, la temibile Loggia Propaganda, che invece erano nel suo ufficio di Castiglion Fibocchi; ma è vero che lì si trovarono i suoi lingotti d’oro. Quando Gelli è morto, nel dicembre del 2015, la villa è passata nella proprietà di una società di Pistoia alla quale fanno capo l’ultima moglie di Gelli, Gabriela Vasile, la sua ex badante rumena, e il nipote Alessandro Marsili. E succede che, alla morte di Gelli, il questore di Arezzo Enrico Moja chiese prima il sequestro e poi la confisca della villa, attivando la procedura per le persone pericolose o sospettate di mafia anche se defunte, il decreto legislativo 159/2011. La richiesta del questore fu fatta propria nel settembre di quest’anno dal procuratore di Arezzo Roberto Rossi che a sua volta la inoltrò al tribunale.
E a ottobre la sentenza del Tribunale di Arezzo, presidente della sezione penale Gianni Fruganti: tredici pagine di motivazioni che si concludono con un dispositivo secco: «Il tribunale di Arezzo respinge la richiesta come sopra presentata da questore in Arezzo nei confronti degli eredi o aventi causa di Gelli Licio». Punto. Il nodo è il 18 ottobre 1968, il giorno nel quale viene steso dal notaio l’atto di cessione della villa: in aula non sono state portate le prove che prima di quella data il Venerabile fosse dedito abitualmente a attività delittuose o che Villa Wanda sia stata acquistata con il provento di reati, le due condizioni richieste dalla legge. «La pericolosità al tempo del Gelli (non) può essere ritenuta sulla base di un’operazione che pretenda di proiettare – così estendendola a ritroso – l’eventuale pericolosità successiva a un periodo precedente, nel quale di essa non vi siano tracce concrete».
Ineccepibile, anche se può far storcere il naso. Ma il procuratore Rossi, che si è distinto nei confronti di Banca Etruria e che già nel 2013 aveva ottenuto il sequestro della villa perché riteneva che il passaggio di proprietà dalla società dei figli a quella di moglie e nipoti fosse un modo di frodare l’erario – e poi Gelli se la cavò con la prescrizione – non ci sta e presenta ricorso. Eccepisce che all’epoca dell’acquisto contrariamente a quanto affermato nel suo verdetto dal giudice Fruganti, Licio Gelli, pur non essendo formalmente coinvolto in gravi vicende giudiziarie, preparava la sua ascesa, quella che ne avrebbe fatto uno dei protagonisti di molti misteri degli ultimi anni di cronaca italiana. Il giudizio di pericolosità deve essere dunque antedatato a prima del 1968. Secondo il procuratore infine, non sarebbero chiari neppure i passaggi d’acquisto della villa.
E qui entriamo nella materia oscura. Perché il tempo diventa una variabile dipendente: dai punti di vista e dalle intenzioni. Se tu, mettiamo, nel 1998 hai commesso un reato ma nel 1968 – anno fatale – “sembrava” che non facessi alcunché di penalmente rilevabile ma “coltivavi” dentro di te l’intenzione di commetterlo trent’anni dopo, ebbene questa curvatura del tempo va letta tutta a partire dal 1998. E come potrebbe mai essere dimostrabile l’incontrario? Siamo, si potrebbe dire, “portatori sani” di reato – che prima o poi commetteremo, sottoponendo perciò la nostra intera vita, la professionalità, le proprietà, al giudizio. Le prove? Beh, il reato di “dopo”.
E c’è poi un’ulteriore elemento di angoscia: non sarebbero chiari i passaggi di proprietà della villa. Non ci sono bonifici, IBAN, RID che dimostrino che effettivamente dei soldi, a scadenza fissa e verificata e con motivazione accertata, siano passati dal nuovo proprietario A (Gelli) al vecchio proprietario B (Lebole). Che importa che all’epoca non si registrassero in questo modo i versamenti? Atto dal notaio, firme di Lebole, potrebbe essere stato tutto estorto, tutto finto. E se passaggio di denaro reale c’è stato, quei soldi potrebbero essere stati il frutto di reato. Le prove? Beh, così è andata dopo, per tante cose, perciò.
Il che getta nel panico chiunque per qualunque oggetto. Un po’ come la storia dell’immigrato fermato dalla polizia perché aveva una bicicletta troppo nuova e, siccome non è la prima volta, cammina con lo scontrino in tasca. Dio non voglia ci capiti di commettere tra qualche anno un reato, dobbiamo cercare di recuperare gli scontrini per ogni oggetto, grande o piccolo, per ogni proprietà in nostro possesso? Il vincolo dei cinque anni per questo tipo di movimenti deve estendersi a tutta la vita? Dovremo affittare dei box per tenere in scatoloni e tutti ben identificati con anno e oggetto i versamenti che facciamo?
Mi sa che conviene farsi un elenco. Hai visto mai.

Nicotera, 7 novembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 8 novembre 2017.

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Strage di Manhattan. Trump non trova di meglio che attaccare i Democratici.

Cinque argentini in gita a New York per festeggiare dopo trent’anni una rimpatriata, un belga travolto con loro e due newyorkesi colpiti da attacco di cuore e morti dopo in ospedale, e undici feriti: è questo il bilancio della corsa lunga un miglio del furgone preso in affitto e lanciato a tutta velocità sulla pista ciclabile che corre lungo l’Hudson, nel quartiere di Tribeca. Il furgone era guidato da un immigrato di ventinove anni, Sayfullo Saipov, che veniva da Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, entrato negli Stati uniti nel 2010, e che di mestiere faceva adesso l’autista di Uber, dopo essere stato autista di camion. Sposato, con tre figli, viveva a Paterson, New Jersey, dopo essere stato in Ohio e Florida. Mai nessuna indagine su di lui. Le persone che lo hanno conosciuto, immediatamente contattate da polizia e Fbi, ricostruiscono il profilo di un giovane qualunque e per nulla fanatico. «He liked the U.S. He seemed very lucky, and all the time he was happy and talking like everything is O.K. / gli piacevano gli Stati uniti, e tutto il tempo non faceva che ripetere come ogni cosa fosse ok, si sentiva davvero fortunato». Saipov, che è stato ferito da un agente dopo che aveva sbattuto il furgone contro uno scuolabus e cercava di fuggire brandendo due armi, che poi si sono rivelate una sparachiodi e una spara-inchiostro, urlava «Allah u Akbar». Nel furgone è stato trovato materiale che inneggiava all’Isis che, d’altronde, festeggia dai suoi siti. Se ha abbracciato il fanatismo fondamentalista, dev’essere successo da poco. Dentro gli Stati uniti.
È il più grave attentato a New York dopo l’11 settembre. Era Halloween e la gente si è comunque riversata per strade e piazze e locali – incoraggiata anche dalle parole del sindaco de Blasio e del governatore Cuomo che hanno sottolineato come sospendere o modificare il proprio stile di vita significherebbe arrendersi al terrorismo. Nonostante le agenzie governative in questi anni abbiano più volte ripetuto di avere intercettato e sventato una notevole quantità di attacchi programmati o anche solo ipotizzati, di certo c’è di nuovo paura a New York.
Fortunato, Saipov lo era stato davvero. Aveva “pescato” la mitica green card – ovvero la Permanent Resident Card, un’autorizzazione rilasciata dalle autorità degli Stati Uniti che consente a uno straniero di risiedere sul suolo americano per un periodo di tempo illimitato – attraverso il Diversity Visa Lottery Program, varato nel 1990, presidente George Bush, che serve a compensare le quote programmate di immigrazione guardando a quelle nazionalità e etnicità meno rappresentative numericamente, come appunto gli uzbeki, fissando un tetto di cinquantamila ingressi l’anno. Saipov era uno dei cinquantamila del 2010.
Trump, che ha più volte proposto una sorta di Muslim Ban, un bando all’ingresso di musulmani che le Corti hanno rigettato per l’evidente incostituzionalità, non ha trovato di meglio dopo l’attentato che scagliarsi contro il Diversity Visa Lottery e il suo primo firmatario, il senatore democratico per lo Stato di New York Chuck Schumer. Va detto non solo che comunque l’Uzbekistan non era nell’elenco di “Stati canaglia” della proposta di bando all’immigrazione voluta da Trump, ma che è sembrato a tutti insolito il suo frenetico cinguettare immediatamente a ridosso della strage di Tribeca, quando proprio in occasione della recente strage di Las Vegas – dove un uomo che aveva messo assieme letteralmente un arsenale di armi micidiali, regolarmente acquistate, ha ucciso cinquantotto persone e ferito centinaia – aveva invitato tutti a pregare e consolare. «This is an unspeakable tragedy. Today is a day for consoling of survivors and mourning those we lost / è una tragedia indescrivibile / Oggi è giorno per consolare i sopravvissuti e piangere chi abbiamo perduto», furono le parole di Sarah Huckabee Sanders, capo ufficio stampa della Casa Bianca. Ci sarà tempo e luogo per un dibattito politico, ma ora è il momento di unire il paese, disse ancora. Ma di un tempo e un luogo per un dibattito politico sulla legge delle armi non si è mai trovato modo.
Sull’uzbeko Sayfullo Saipov, Trump invece s’è scatenato. Questo non è giorno per consolare i sopravvissuti e piangere chi abbiamo perduto. Questo non è giorno per unire il paese. Trump non è certo forte in geografia e a mala pena saprebbe indicare dove si trova l’Uzbekistan – in uno dei suoi tweet ha scritto: «Senator Chuck Schumer helping to import Europes problems. We will stop this craziness! / il senatore Schumer aiuta a importare i problemi europei, fermeremo questa pazzia». Europei? L’Uzbekistan sta tra la Moldavia e la Bulgaria? Tra il Liechtenstein e la Svizzera? Il senatore Schumer gli ha prontamente risposto invitandolo soprattutto a non tagliare i fondi antiterrorismo. Ma in un momento di grave difficoltà di immagine per via della lunga lista di suoi collaboratori e familiari che hanno in qualche modo intrattenuto relazioni d’affari o di scambio di opinioni con il “nemico” russo, ci marcia con questa storia dell’uzbeko. E rilancia, provando a spaccare quel fronte di opposizione che continua a bocciargli le sue “riforme” e vede schierati non solo i democratici ma diversi uomini del suo partito repubblicano. Il Muslim ban deve sembrargli lo strumento adatto per recuperare anche nell’opinione pubblica.
«NOT in the USA», è un altro dei suoi tweet.
Che vadano a fottersi tutti gli altri. Se questa è la traduzione del suo slogan in campagna elettorale «America First», stiamo freschi.

Nicotera, 1 novembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 novembre 2017.

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