È morto Riina, il viddanu che si fece re.

Viddanu, figghiu di viddanu e frati di viddanu. Questo era, per natura, Totò Riina, atto di nascita: 16 novembre 1930. Il padre era un contadino, uno che si spaccava la schiena zappando la terra, il fratello era un contadino, uno che si spaccava la schiena zappando la terra. A Corleone.
Corleone non è uno sperduto paese in culo alla luna. Alla rivolta dei Vespri del 1282, in Sicilia, sono Palermo e Corleone i primi a insorgere. E la bandiera siciliana fu fatta con il rosso di Palermo e il giallo di Corleone. Quando scoppiarono i Fasci, alla fine dell’Ottocento, tra i primi luoghi a organizzare braccianti e metateri c’è Corleone. E lo sciopero agrario che durò dall’agosto al novembre del 1893, coinvolgendo decine di paesi con oltre centomila contadini e braccianti aderenti fu preceduto dalla stipula dei “Patti di Corleone” definiti nell’ambito del congresso nazionale socialista. E ancora, nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, quando i contadini siciliani si mossero per l’occupazione delle terre, è a Corleone che ci si batte. È a Corleone che viene ucciso dalla mafia Placido Rizzotto.
Padre e fratello gli muoiono assieme mentre provano a estrarre della dinamite da una bomba inesplosa, nel 1943. Anche il fratello più piccolo, Gaetano, rimane ferito. Riina cresce da solo. Tra i suoi amici di sempre ci sono Calogero e Leoluca Bagarella. I Bagarella sono una storica famiglia mafiosa a Corleone. Totò è innamorato di Ninetta, che si fa maestra – un avanzamento sociale, e la dimostrazione di un carattere forte e indipendente. Sarà la prima donna inviata a un soggiorno obbligato. E lo seguirà per tutti gli anni della latitanza, dandogli quattro figli, e della vita sanguinaria. In un’intercettazione durante un colloquio con uno dei figli, Riina gli dispensa consigli: «Se ti sposi, te la devi prendere di Corleone. Non di Palermo».
Ha da poco compiuto diciott’anni e entra in carcere la prima volta, l’accusa è grave: l’omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a dodici anni. Ne fa otto: esce dall’Ucciardone nel 1956. Quando torna a casa, a Corleone si va facendo strada Luciano Leggio. È lui, suo compaesano che per un errore di trascrizione di un brigadiere passerà alla storia come Luciano Liggio, a farlo entrare in Cosa nostra. È alto un metro e cinquantotto, che gli vale il soprannome di Totò u curtu, ma fa già paura, e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Leggio.
È con Liggio che Riina impara che il potere nasce dalla canna del fucile. È con Liggio che impara a colpire prima d’essere colpito. È con Liggio che impara a fare il tragediatore, a mettere zizzania tra gli avversari e isolarli, a non mostrare mai i propri sentimenti e a fingerli.
La lotta per il potere di Liggio e dei suoi comincia nel 1958 con l’eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone. Liggio li fa fuori tutti e ne prende il posto. Totò diventa il suo vice. Nella banda c’è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano, Binnu, u tratturi. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all’Ucciardone per uscirne, dopo un’assoluzione per insufficienza di prove, nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l’isola scegliendo una latitanza durata una vita. Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d’onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. L’ascesa in Cosa nostra è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l’ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dopo la cattura di Liggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a  Stefano Bontate e Tano Badalamenti.
Il primo a parlare del boss corleonese, nel 1973, fu Leonardo Vitale, il “picciotto” della borgata di Altarello le cui rivelazioni rimasero inascoltate fino alla sua uccisione. Vitale sottolineò l’enorme potere di cui godeva già a quel tempo Riina e disse di averlo conosciuto personalmente in una riunione. Il 29 marzo 1973 Vitale si presentò alla questura di Palermo e venne accompagnato nell’ufficio di Bruno Contrada, all’epoca commissario della squadra mobile, a cui dichiarò che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; si autoaccusò di due omicidi, di un tentato omicidio, di estorsione e di altri reati minori, fece i nomi di Salvatore Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e rivelò per primo l’esistenza di una “Commissione”, descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa Nostra e l’organizzazione di una cosca mafiosa. Vitale finì al manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto e tutti andarono assolti per insufficienza di prove. Dopo essere stato dimesso dal manicomio nel 1984, Vitale venne ucciso una domenica mattina con due colpi di lupara alla testa sparati da un uomo non identificato che lo raggiunse all’uscita dalla chiesa dei Cappuccini di Palermo mentre era in compagnia della madre.
Nell’agosto 1978, in seguito alle “confidenze” raccolte dal boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, anche lui poi assassinato, i carabinieri stilarono l’ennesimo rapporto a carico del capomafia: «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo – affermò Di Cristina – soprannominati per la loro ferocia “le belve” sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio.
Una descrizione che concorda perfettamente con quella fatta dal più importante “pentito” della mafia, Tommaso Buscetta, che descrisse «la ferocia e il ruolo fondamentale di Riina nelle più torbide vicende di Cosa Nostra». Buscetta raccontò che all’inizio degli anni ’80 si era radicalizzato il contrasto esistente all’interno dell’organizzazione tra Totò Riina e Stefano Bontade, tanto che quest’ultimo aveva confidato allo stesso Buscetta di volerlo uccidere personalmente durante una riunione della commissione.
I viddani di Corleone hanno sfidato la mafia della città. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche. È la seconda guerra di mafia. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato, Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia. In poche settimane restano a terra decine di cadaveri.
È stagione di sangue a Palermo. I viddani – come li chiamava il boss Stefano Bontate, lui che girava in principe di Galles sartoriale, viaggiava per il mondo e aveva sposato una donna dell’aristocrazia palermitana –, i Corleonesi di Totò Riina hanno deciso di non guardare in faccia a nessuno. Da quando Luciano Liggio non comanda più e a reggere le cose c’è Totò u curtu, e le cose sono cambiate. Pure a un cugino dei potentissimi Salvo, amici degli amici, amici dei potenti, di Andreotti, l’hanno sequestrato e si sono presi i soldi e manco il corpo gli hanno dato. Per farci dispetto ai vecchi boss. I viddani hanno deciso la guerra. La guerra contro i ricchi, pure se sono amici degli amici, la guerra contro la politica, la guerra contro lo Stato. La guerra contro la stessa mafia. Contro i vecchi boss. Bontate, come altri, pagherà con la vita avere sottovalutato i viddani. «’Assali curriri sti cavaddi, cca annu ‘u venunu», diceva Bontate dei viddani. Lasciali correre sti cavalli, che tanto qui devono passare. Non andò così.
Maggio 1978, i viddani ammazzano il boss Di Cristina. Marzo 1979 i viddani ammazzano il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. Luglio 1979, i viddani ammazzano il commissario Boris Giuliano. Settembre 1979, i viddani ammazzano il giudice Cesare Terranova. I viddani non si fermano. Non si fermeranno più. Ai vecchi boss tutto questo sparaspara, tutte queste ammazzatine non gli vanno troppo a genio. Loro sono più felpati, hanno un sistema rodato di connivenze con la politica e con gli affari. Hanno in mano gli appalti, hanno il Comune e la Regione. Passerà tutto nelle mani dei Corleonesi.
Settembre 1982. Uccisione del generale dalla Chiesa.
Riina la belva, come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all’ergastolo durante il “maxiprocesso” viene inchiodato dalle rivelazioni dei primo pentito di rango, Tommaso Buscetta. Totò “u curto” si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxi diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d’onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di redde rationem con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti.
È la stagione delle stragi che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa nostra siano d’accordo. Il 12 marzo 1992 muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo ventiquattro anni anni di latitanza. La moglie, Ninetta, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore.

Nicotera, 17 novembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 novembre 2017.

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1958: l’anno in cui uscimmo dai mondiali. Rapine, governi, scandali, bordelli.

Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos, Orlando, Zito, Bellini, Garrincha, Didì, Vavà, Pelè, Zagallo. Chiunque avesse i calzoni corti in quell’anno saprà ripetervi a memoria questa formazione, la Seleçao più amata della storia, il calcio come non si è mai più visto, quella che vinse i mondiali in Svezia del giugno 1958. Pelè, o Rei; Garrincha l’allegria del popolo; Didì, per l’eleganza, il Principe; Nilton Santos, per l’immensa conoscenza calcistica, è l’Enciclopedia; e Djalma, da sempre e per sempre, è «o lateral eterno», il terzino eterno. Il commissario tecnico Feola, un panzone che mangiava durante gli allenamenti, decide alla seconda partita, di sostituire Altafini (Altafini!) con Pelè, che ha appena 17 anni. Un fenomeno. Uno che in finale riceve un assist nell’area svedese, stoppa di petto la palla, pallonetto per saltare l’accorrente difensore Gustavsson e riprende la sfera al volo battendo il portiere Svensson. Da allora, lo chiamano “sombrero”.
Fu il primo campionato del mondo trasmesso per televisione ovunque. È così che noi che avevamo i calzoni corti all’epoca abbiamo visto tutto. Noi che avevamo masticato amaro per quell’esclusione della nazionale azzurra per mano dell’Irlanda del Nord. E sì che in squadra c’erano due campioni mondiali, Schiaffino e Ghiggia, uruguagi di quella formazione che aveva espugnato il Maracanà brasiliano nel 1950, provocando una tragedia nazionale. E non erano i soli oriundi. C’erano anche Montuori, un argentino che veniva dal Cile e giocava nella Fiorentina, e Da Costa, un brasiliano che giocava nella Roma. Ma in una partita in cui sarebbe bastato un pareggio, il commissario tecnico Foni decise di impiegarli tutti e di aggiungerci Pivatelli che era il bomber del Bologna. Cinque attaccanti puri. Un disastro. L’Italia, sconfitta a Belfast il 15 gennaio, non partecipava per la prima volta alla fase finale del campionato del mondo di calcio.
L’anno cominciava sotto un segno infausto. E a gennaio la proposta di legge Merlin giunge alla Camera. Le case chiuse autorizzate sono cinquecentosessanta, per un totale di duemilasettecento prostitute. Ogni prestazione costa da un minimo di duecento lire (cinque minuti in un bordello di terza categoria) fino a quattromila (un’ora in una casa di lusso). Ogni ragazza serve da trenta a cinquanta clienti al giorno. Il denaro non finisce solo in mani private, ma anche allo Stato, che incamera una percentuale sul ricavato per un totale di cento milioni di lire all’anno in cambio di alcuni servizi, fra cui il controllo sanitario delle lavoratrici. È dal 1948 che se ne parla, e ora sembra si sia arrivati in dirittura d’arrivo. Due anni prima Indro Montanelli, nel suo Addio, Wanda aveva scritto: «Tette e bandiera, Signora. Sono il riassunto della storia d’Italia, i suoi inseparabili pilastri, il suo motore, la chiave per comprenderla. Abolire l’uno significa distruggere l’altro. Un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede Cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre grandi istituzioni trovavano la più sicura garanzia».
Alla Camera, il dibattito è violento, surreale. Angelo Rubino, medico sifilografo, del Partito monarchico: «Ancora più importanti sono i dati pervenutimi da Milano, dove nel 1954 si sono avuti 350 casi di sifilide, da Bologna dove se ne sono avuti 97, con notevole aumento rispetto al precedente anno 1953, quando se ne erano registrati solo 13, a Bari con 220 casi nuovi nel 1954, da Pavia con 50 casi mentre nel 1953 se ne erano registrati solo 37 e nel 1952 solamente 14. A Pavia negli ultimi mesi del 1953 e primi del 1954 due prostitute girovaghe, successivamente ospedalizzate, sono state responsabili di 29 casi di contagio nella città di Pavia e 15 a Voghera».
Gli risponde a muso duro Gisella Floreanini del Partito comunista: «Riferendoci all’Unione Sovietica notiamo che gli affetti da malattie veneree erano il 50 percento negli ultimi anni del regime zarista; dopo il 1917 furono subito e solo il 6 percento e oggi là, come accadrà da noi grazie all’approvazione di questa legge, non esiste più la prostituzione». Chissà come si sarà procurata quei dati. Comunque, la legge Merlin è approvata definitivamente dall’assemblea della Camera dei deputati con 385 voti a favore e 115 contrari.
Giusto il tempo di godersi il Festival di Sanremo. Ci sono Nilla Pizza, Tonina Torrielli (i cui reciproci fan si dividono animosamente), Claudio Villa, Natalino Otto, il duo Fasano, Gino Latilla, insomma la crema della voce italiana. Ma c’è uno strano esordiente, Domenico Modugno, da Polignano a Mare, praticamente uno sconosciuto. Secondo alcuni giurati, Domenico Modugno non poteva cantare la sua canzone, Nel blu dipinto di blu, perché l’aveva scritta lui e al Festival non era mai accaduto che un autore fosse anche l’interprete. Nel regolamento, però, niente parla di questa eccezione e Modugno viene ammesso. Canta in coppia con Johnny Dorelli, al debutto sul palco di Sanremo. L’assistente di studio per le riprese televisive si accorge durante le prove che le braccia di Modugno, spalancate nel ritornello, davano problemi con le inquadrature. A differenza degli altri interpreti, che se ne stavano sempre composti, lui era tutto uno slancio. Nel ritornello, poi, muoveva di continuo le braccia verso l’alto. Il regista non era mai pronto a seguire con l’inquadratura il movimento delle braccia. Così, l’assistente si avvicina a Modugno: «Guardi che il regista vorrebbe che lei stesse un po’ più fermo». Modugno lo guarda senza capire. Dalla platea si levarono delle risate. Nella prima serata, al termine dell’esecuzione, si levarono applausi a non finire. Era un trionfo, una rivoluzione. Volare oh oh.
E a volare davvero ci pensano quelli della rapina di via Osoppo. Milano, 27 febbraio. La leggenda racconta che se ne siano andati con 614 milioni di lire, l’equivalente di sei milioni di euro di oggi. In realtà, quanto ci fosse dentro, lo sapevano solo loro, gli autori del colpo del secolo. Milano zoppicava tra le macerie. Appena fuori dal centro storico c’era chi aveva conosciuto la fame vera. La gente della ligera, i piccoli criminali milanesi, bazzicavano nei bar, studiando espedienti per tirare a campare. La città brulicava di immigrati provenienti dal Sud in cerca di lavoro. Grana in giro ne circolava poca. Immaginarsi cosa voleva dire 614 milioni. E Milano, il 27 febbraio 1958, diventa il set di un western. Era giorno di paga. Gli stipendi stavano tutti dentro un furgone. In via Osoppo si presentarono in sette, vestiti con tute blu da operai. E fu questione di secondi: una macchina superò il furgone, zigzagando; un Leoncino Om lo speronò in un frontale. Un altro si affiancò, per caricare il bottino. Uno dei banditi tramortì il poliziotto di scorta. Altri due, imbracciando i mitra, tennero alla larga i passanti. Erano armati fino ai denti, ma per cacciare i curiosi non spararono un colpo. Li guardarono e con la bocca fecero solo il verso degli spari: “ta-ta-ta-ta”. In realtà non ce n’era un gran bisogno. Perché tutti furono distratti dal particolare più geniale della rapina: l’auto che, piazzatasi dietro al furgone per impedirne la retromarcia, partì e andò a schiantarsi sul muro di fronte, attirando tutte le attenzioni. Poi, la fuga. Niente panico, niente danni, niente spari. Un piano perfetto. È uno smacco per le forze dell’ordine: per stanarli, furono mobilitate praticamente tutte le forze che si potevano mobilitare. Molti anni dopo, chiesero a Arnaldo Gesmundo, la mente del colpo, che chiamavano “Jess il bandito” perché avessero indossato quelle tute, e lui: «Fu un’idea mia e di Ciappina. Avevamo letto qualcosa sui libri. La banda che aveva formato Stalin prima di salire al potere si travestiva da guardie zariste. Noi scegliemmo le tute blu. Avremmo dato meno nell’occhio. In più era un modo efficace di apparire tutti uguali, tutti saremmo stati la stessa persona».
Scrisse (ancora) Montanelli: «Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo tale da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori ed è rimasta male quando ha appreso la notizia dell’arresto…I rapinatori di via Osoppo ci avevano dato l’illusione che l’Italia stesse uscendo da questo stadio arcaico. Nel campo del delitto, d’accordo. Ma cosa conta da cosa si comincia? L’importante è cominciare».
Almeno nel cinema, e grazie a Fellini, l’Italia è però uscita dallo stato arcaico: a marzo, alla 30ª edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar a Los Angeles, in una serata dominata dalle sette statuette vinte da Il ponte sul fiume Kwai, la statuetta per il miglior film straniero va a Le notte di Cabiria. È la seconda, e consecutiva dopo quella dell’anno prima, istituita apposta per il film La strada. È la consacrazione internazionale di Fellini, e dell’Italia. Fellini non ha ancora in mente nulla che riguardi il suo prossimo successo, La dolce vita. Però, la “dolce vita” si sta già animando. A novembre scoppierà lo scandalo per la festa della contessa Olghina di Robilant, organizzata dal miliardario statunitense Vanderbilt al ristorante Rugantino a Trastevere. Aiché Nanà, una bella danzatrice turca “imbucata”, aveva già iniziato a spogliarsi; via i sandali da sera, l’attillato abito senza maniche, la sottoveste, le calze e il reggiseno. Gli uomini sono storditi, estasiati. I gentiluomini stendono giacche per terra e la ballerina ancheggia, si muove sinuosa, inarca la schiena e si stende mostrandosi soltanto con uno slip velato di merletto nero. Irrompe la polizia, e conduce Aichè in stato di fermo. La ballerina viene processata per atti osceni in luogo pubblico e la Corte d’ appello confermerà poi la condanna a due mesi di reclusione e la sua espulsione dall’Italia. Rugantino viene chiuso a tempo indeterminato. Le foto faranno il giro del mondo.
A maggio si svolgono le elezioni politiche per rinnovare il Parlamento. Le elezioni per la III legislatura registrano un’affluenza straordinaria: la più alta in percentuale dell’intera storia repubblicana. Per la Camera si presentano ai seggi 30.437.770 aventi diritto, cioè il 93,8 percento. Addirittura il 93,9 percento (27.391.239 elettori) per il Senato. Non c’è nessun vinto, benché ci sia un netto vincitore. La DC passa dal 40,1 al 42,4%; aumento del PSI; il PCI perde 3 seggi, le destre 20. Ma dopo le vicende d’Ungheria la conservazione del consenso è il massimo che lo schieramento comunista si potesse aspettare. A qualche settimana dalle elezioni, Amintore Fanfani forma il suo secondo governo (il primo, varato nel gennaio ’54, era durata meno di due settimane): l’onorevole Giulio Andreotti, già alle Finanze con Antonio Segni e Adone Zoli, è nominato ministro del Tesoro. La sarabanda di governi e incarichi tra i cavalli di razza democristiani inizia.
Quasi subito dopo essersi insediato, il presidente del consiglio Amintore Fanfani vola a Washington dove tiene un discorso al Congresso americano nel quale propone l’Italia come possibile mediatrice nelle relazioni tra gli Stati Uniti e i paesi arabi. Nel testo del comunicato emanato dalla Casa Bianca, sull’incontro tra Eisenhower e Fanfani si legge: «Il Presidente, il Segretario di Stato ed il Primo Ministro si sono scambiati punti di vista sul recenti sviluppi nel Medio Oriente e si sono trovati in soddisfacente accordo. Essi hanno anche convenuto sull’importanza della posizione dell’Italia rispetto ai suoi interessi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, e sulla conseguente importanza di assicurare i mezzi con i quali le opinioni dell’Italia possano essere tenute in conto su una base continuata». Il Medio Oriente è in fiamme. Nasser ha unito l’Egitto alla Siria, in una Repubblica araba unita, sotto lo sguardo compiacente dei russi e, di risposta, Giordania e Iraq si sono unificati, in una nuova Federazione araba, sotto la protezione degli americani. Ma Nasser ha adesso alimentato un colpo di stato in Iraq.
Intanto, gli americani inseguono i russi nella corsa allo spazio. Dopo lo shock del primo Sputnik e della cagnetta Laika, ci si mettono d’impegno. Da Cape Canaveral, verranno lanciati, nel corso dell’anno, lo Jupiter, il Vanguard e il Pioneer. Il generale Schriever, comandante della sezioni missili balistici dell’Aviazione, spiega: «Ora possiamo guardare all’astronautica con maggiore fiducia di prima». Nasce la Nasa, National Aeronautics and Space Administration.
Viene convocato il conclave a seguito della morte del papa Pio XII, avvenuta a Castel Gandolfo il 9 ottobre. Si svolge alla Cappella Sistina dal 25 al 28 ottobre, e, dopo undici scrutini, viene eletto papa il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, che assume il nome di Giovanni XXIII. Inizia il pontificato del papa buono. Tra i primi gesti, si reca in visita al carcere romano di Regina Coeli. I detenuti sono in visibilio, lui li saluta così: «Non potete venire da me, così io vengo da voi… Dunque eccomi qua, sono venuto, m’avete visto; io ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore… la prima lettera che scriverete a casa deve portare la notizia che il papa è stato da voi e si impegna a pregare per i vostri familiari».
A Cuba intanto alle 5 del mattino del 29 dicembre Che Guevara decide di dare avvio all’assalto di Santa Clara. L’impresa riesce, mentre, dopo diversi giorni di assedio, il 30 dicembre Camilo Cienfuegos espugna infine Yaguajay. Il dittatore Batista fa le valigie per gli Usa. La rivoluzione cubana ha vinto. I barbudos entrano all’Avana.

Nicotera, 14 novembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 15 novembre 2017.

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