È morto Riina, il viddanu che si fece re.

Viddanu, figghiu di viddanu e frati di viddanu. Questo era, per natura, Totò Riina, atto di nascita: 16 novembre 1930. Il padre era un contadino, uno che si spaccava la schiena zappando la terra, il fratello era un contadino, uno che si spaccava la schiena zappando la terra. A Corleone.
Corleone non è uno sperduto paese in culo alla luna. Alla rivolta dei Vespri del 1282, in Sicilia, sono Palermo e Corleone i primi a insorgere. E la bandiera siciliana fu fatta con il rosso di Palermo e il giallo di Corleone. Quando scoppiarono i Fasci, alla fine dell’Ottocento, tra i primi luoghi a organizzare braccianti e metateri c’è Corleone. E lo sciopero agrario che durò dall’agosto al novembre del 1893, coinvolgendo decine di paesi con oltre centomila contadini e braccianti aderenti fu preceduto dalla stipula dei “Patti di Corleone” definiti nell’ambito del congresso nazionale socialista. E ancora, nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, quando i contadini siciliani si mossero per l’occupazione delle terre, è a Corleone che ci si batte. È a Corleone che viene ucciso dalla mafia Placido Rizzotto.
Padre e fratello gli muoiono assieme mentre provano a estrarre della dinamite da una bomba inesplosa, nel 1943. Anche il fratello più piccolo, Gaetano, rimane ferito. Riina cresce da solo. Tra i suoi amici di sempre ci sono Calogero e Leoluca Bagarella. I Bagarella sono una storica famiglia mafiosa a Corleone. Totò è innamorato di Ninetta, che si fa maestra – un avanzamento sociale, e la dimostrazione di un carattere forte e indipendente. Sarà la prima donna inviata a un soggiorno obbligato. E lo seguirà per tutti gli anni della latitanza, dandogli quattro figli, e della vita sanguinaria. In un’intercettazione durante un colloquio con uno dei figli, Riina gli dispensa consigli: «Se ti sposi, te la devi prendere di Corleone. Non di Palermo».
Ha da poco compiuto diciott’anni e entra in carcere la prima volta, l’accusa è grave: l’omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a dodici anni. Ne fa otto: esce dall’Ucciardone nel 1956. Quando torna a casa, a Corleone si va facendo strada Luciano Leggio. È lui, suo compaesano che per un errore di trascrizione di un brigadiere passerà alla storia come Luciano Liggio, a farlo entrare in Cosa nostra. È alto un metro e cinquantotto, che gli vale il soprannome di Totò u curtu, ma fa già paura, e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Leggio.
È con Liggio che Riina impara che il potere nasce dalla canna del fucile. È con Liggio che impara a colpire prima d’essere colpito. È con Liggio che impara a fare il tragediatore, a mettere zizzania tra gli avversari e isolarli, a non mostrare mai i propri sentimenti e a fingerli.
La lotta per il potere di Liggio e dei suoi comincia nel 1958 con l’eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone. Liggio li fa fuori tutti e ne prende il posto. Totò diventa il suo vice. Nella banda c’è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano, Binnu, u tratturi. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all’Ucciardone per uscirne, dopo un’assoluzione per insufficienza di prove, nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l’isola scegliendo una latitanza durata una vita. Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d’onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. L’ascesa in Cosa nostra è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l’ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dopo la cattura di Liggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a  Stefano Bontate e Tano Badalamenti.
Il primo a parlare del boss corleonese, nel 1973, fu Leonardo Vitale, il “picciotto” della borgata di Altarello le cui rivelazioni rimasero inascoltate fino alla sua uccisione. Vitale sottolineò l’enorme potere di cui godeva già a quel tempo Riina e disse di averlo conosciuto personalmente in una riunione. Il 29 marzo 1973 Vitale si presentò alla questura di Palermo e venne accompagnato nell’ufficio di Bruno Contrada, all’epoca commissario della squadra mobile, a cui dichiarò che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; si autoaccusò di due omicidi, di un tentato omicidio, di estorsione e di altri reati minori, fece i nomi di Salvatore Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e rivelò per primo l’esistenza di una “Commissione”, descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa Nostra e l’organizzazione di una cosca mafiosa. Vitale finì al manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto e tutti andarono assolti per insufficienza di prove. Dopo essere stato dimesso dal manicomio nel 1984, Vitale venne ucciso una domenica mattina con due colpi di lupara alla testa sparati da un uomo non identificato che lo raggiunse all’uscita dalla chiesa dei Cappuccini di Palermo mentre era in compagnia della madre.
Nell’agosto 1978, in seguito alle “confidenze” raccolte dal boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, anche lui poi assassinato, i carabinieri stilarono l’ennesimo rapporto a carico del capomafia: «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo – affermò Di Cristina – soprannominati per la loro ferocia “le belve” sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio.
Una descrizione che concorda perfettamente con quella fatta dal più importante “pentito” della mafia, Tommaso Buscetta, che descrisse «la ferocia e il ruolo fondamentale di Riina nelle più torbide vicende di Cosa Nostra». Buscetta raccontò che all’inizio degli anni ’80 si era radicalizzato il contrasto esistente all’interno dell’organizzazione tra Totò Riina e Stefano Bontade, tanto che quest’ultimo aveva confidato allo stesso Buscetta di volerlo uccidere personalmente durante una riunione della commissione.
I viddani di Corleone hanno sfidato la mafia della città. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche. È la seconda guerra di mafia. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato, Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia. In poche settimane restano a terra decine di cadaveri.
È stagione di sangue a Palermo. I viddani – come li chiamava il boss Stefano Bontate, lui che girava in principe di Galles sartoriale, viaggiava per il mondo e aveva sposato una donna dell’aristocrazia palermitana –, i Corleonesi di Totò Riina hanno deciso di non guardare in faccia a nessuno. Da quando Luciano Liggio non comanda più e a reggere le cose c’è Totò u curtu, e le cose sono cambiate. Pure a un cugino dei potentissimi Salvo, amici degli amici, amici dei potenti, di Andreotti, l’hanno sequestrato e si sono presi i soldi e manco il corpo gli hanno dato. Per farci dispetto ai vecchi boss. I viddani hanno deciso la guerra. La guerra contro i ricchi, pure se sono amici degli amici, la guerra contro la politica, la guerra contro lo Stato. La guerra contro la stessa mafia. Contro i vecchi boss. Bontate, come altri, pagherà con la vita avere sottovalutato i viddani. «’Assali curriri sti cavaddi, cca annu ‘u venunu», diceva Bontate dei viddani. Lasciali correre sti cavalli, che tanto qui devono passare. Non andò così.
Maggio 1978, i viddani ammazzano il boss Di Cristina. Marzo 1979 i viddani ammazzano il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. Luglio 1979, i viddani ammazzano il commissario Boris Giuliano. Settembre 1979, i viddani ammazzano il giudice Cesare Terranova. I viddani non si fermano. Non si fermeranno più. Ai vecchi boss tutto questo sparaspara, tutte queste ammazzatine non gli vanno troppo a genio. Loro sono più felpati, hanno un sistema rodato di connivenze con la politica e con gli affari. Hanno in mano gli appalti, hanno il Comune e la Regione. Passerà tutto nelle mani dei Corleonesi.
Settembre 1982. Uccisione del generale dalla Chiesa.
Riina la belva, come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all’ergastolo durante il “maxiprocesso” viene inchiodato dalle rivelazioni dei primo pentito di rango, Tommaso Buscetta. Totò “u curto” si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxi diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d’onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di redde rationem con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti.
È la stagione delle stragi che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa nostra siano d’accordo. Il 12 marzo 1992 muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo ventiquattro anni anni di latitanza. La moglie, Ninetta, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore.

Nicotera, 17 novembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 novembre 2017.

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