Non aveva l’età. Gigliola Cinquetti e l’Italia del 1964.

Non la voleva cantare. Niente, s’era impuntata. Una ragazzina capricciosa e testarda. «Io questa canzone non la canto, inutile insistere, proprio non me la sento».
Lei, la ragazzina, sedici anni, era Gigliola Cinquetti, che oggi compie settant’anni, auguri. E il luogo e il tempo erano il XIV Festival della Canzone Italiana – Salone delle Feste del Casinò Municipale di Sanremo, 30-31 gennaio, 1 febbraio 1964. Presentano Mike Bongiorno e Giuliana Lojodice. E ci mise del bello e del buono, il suo impresario per convincerla. Con lei che gli diceva – ma non mi piace questa cosa che aspetta e spera, l’amore non è un fatto anagrafico. E lui che le diceva – sei la faccia giusta, la voce giusta. E con lei che gli diceva – quelli della mia età penseranno che sto fingendo. E con lui che le diceva – sei la faccia giusta, la voce giusta.
Aveva ragione lui, l’impresario. Non ho l’età (per amarti), di Mario Panzeri, Nicola Salerno e Gene Colonnello, cantata da Gigliola Cinquetti e Patricia Carli vince la XIV edizione del festival di Sanremo. Non solo, diventa un successo internazionale e regala all’Italia la prima vittoria all’Eurofestival. Un mix perfetto di malizia e pudore.
Un successo da dare alla testa – resta a tutt’oggi la più giovane vincitrice del festival, ma la ragazzina tenace aveva la testa sul collo – e che diventa un trappolone per la sua carriera, un tormentone, un modo proverbiale che entra nel linguaggio colloquiale italiano. Esattamente cinquant’anni dopo, il 24 febbraio del 2014, Matteo Renzi si presenta davanti al Senato per chiedere la fiducia iniziando il suo discorso così: «Io non ho l’età per sedere al Senato. Non vorrei cominciare con la citazione colta di Gigliola Cinquetti ma è così. E fa pensare che oggi davanti a voi siamo qui non per inseguire un record anagrafico, non per allungare il curriculum, siamo qui per parlare un linguaggio di franchezza».
Quel festival comunque segnò una vera svolta. Per la presenza di giovanissimi cantanti: tra i debuttanti di Sanremo 1964 ci sono i due giovanissimi vincitori del Festival di Castrocaro, la sedicenne Gigliola Cinquetti e il diciottenne Bruno Filippini, ma anche altre importanti promesse come Robertino (17 anni), Bobby Solo (18), Lilly Bonato (16) e Fabrizio Ferretti (18). Per l’abolizione del voto in sala e la decisione che le venti giurie dislocate nel territorio siano composte per metà da minorenni. Per la decisione della Rai di trasmettere non solo la serata finale ma anche la seconda serata. E, soprattutto, per l’introduzione dei cantanti stranieri, ai quali viene affidata la seconda esecuzione dei brani in gara. E così, nella città dei fiori arrivano grandi stelle internazionali come il ventiduenne canadese Paul Anka, diventato famoso sette anni prima con Diana, successo mondiale bissato in seguito da You Are My Destiny. Anka è abbinato al debuttante Roby Ferrante, in gara con Ogni volta. È tra i favoriti.
Dagli Stati uniti arrivano Ben E. King, Frankie Avalon, Bobby Rydell, Frankie Laine. Dall’Inghilterra invece sbarca Gene Pitney, abbinato a Little Tony (Quando vedrai la mia ragazza) e a Fausto Cigliano, in gara con E se domani. Nomi grossi. Quasi tutti gli stranieri cantano in italiano. Diventerà uno stile, un modo, una moda.
Ci sono nomi grossi anche tra i big italiani: Claudio Villa, Domenico Modugno, Pino Donaggio, Tony Renis, Milva, Giorgio Gaber e Gino Paoli. Modugno non vuole cantare abbinato con Paul Anka per una vecchia storia tra di loro, ma è sicuro di vincere. Quando il verdetto lo colloca al secondo posto, con la sua Che me ne importa a me, si lascerà andare a esclamazioni irripetibili qui. Terzi arrivano Tony Dallara e Ben E. King che cantano Come potrei dimenticarti. Ma il vero casino lo combina Bobby Solo. S’è beccato una faringite e non può cantare. Allora, i suoi discografici lo convincono a cantare in playback. La squalifica è assicurata ma la canzone avrebbe avuto comunque il miglior palcoscenico possibile. Alla fine viene deciso che Una lacrima sul viso, qualora sia ammessa alla finale, sia considerata fuori concorso. Ed è proprio ciò che accade. Poi, sarà il vero successo del festival: in poche settimane, un milione di copie. Una cosa incredibile: credetemi, io c’ero. Piccola curiosità: E se domani di Fausto Cigliano passa senza lasciare traccia; ci penserà Mina, anni dopo, a farla diventare una hit, un classico del suo repertorio e della canzone italiana nel mondo.
Quell’anno, il 1964, sarà segnato, fra l’altro, da due episodi importanti per la storia del nostro paese. Uno era “il piano”. Il “piano” era che se la sinistra comunista fosse scesa in piazza, organizzando scioperi e manifestazioni contro una deriva reazionaria, allora loro, i Carabinieri, sarebbero intervenuti e avrebbero assunto il potere per mantenere l’ordine e la democrazia. Era il Piano Solo. Tutto era cominciato nel dicembre del 1963, quando si era formato il primo governo di centro-sinistra, presidente del Consiglio Aldo Moro e vicepresidente Pietro Nenni. Finirà – quel “tintinnar di sciabole” – con un notevole passo indietro sui programmi del precedente governo.
L’altro è la morte, in agosto, di Palmiro Togliatti a Yalta, in Ucraina, dove era in vacanza e era stato colpito da un malore. Aveva 71 anni. Ai funerali, che si svolgeranno il 25 a Roma, partecipano oltre un milione di persone e tutti i leader del comunismo mondiale. Il 26 agosto Luigi Longo è eletto segretario del Pci.
A settembre, per decisione di Longo, viene pubblicato Il Memoriale di Yalta, sorta di testamento politico di Togliatti. C’è una virulenta polemica nel movimento operaio internazionale tra cinesi e russi e Togliatti critica i cinesi. Ma fa anche caute aperture a che si discuta delle difficoltà economiche e politiche dentro i paesi socialisti. Sempre con prudenza. Riporto comunque qui solo questo breve passaggio del Memoriale, a proposito degli Stati uniti: «Dagli Stati Uniti d’America viene oggi il pericolo più serio. Questo paese sta attraversando una profonda crisi sociale. Il conflitto di razza tra bianchi e negri è soltanto uno degli elementi di questa crisi. L’assassinio di Kennedy ha palesato fino a che punto può giungere I’attacco dei gruppi reazionari. Non si può in nessun modo escludere che nelle elezioni presidenziali debba trionfare il candidato repubblicano (Goldwater), che ha nel suo programma la guerra e parla come un fascista. Il peggio è che l’offensiva che costui conduce sposta sempre più a destra tutto il fronte politico americano, rafforza la tendenza a cercare in una maggiore aggressività internazionale una via d’uscita a contrasti interni e la base di un accordo con i gruppi reazionari dell’Occidente europeo. Ciò rende la situazione generale assai pericolosa».
E insomma, la geopolitica sembra non avere mai l’età.

Nicotera, 19 dicembre 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 dicembre 2017

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Catturato in Spagna Igor il russo.

Lo cercavano in Serbia, da dove tutto era cominciato, perché Igor il russo era in realtà serbo. Forse lì aveva una madre e una sorella, ma non è certo. Niente è certo, nella storia di Igor. Raccontava di essere stato un militare dell’Armata rossa che aveva combattuto in Cecenia – un modo per dire che era capace di qualunque porcata, perché tutto il mondo sa quali porcate l’Armata rossa abbia fatto in Cecenia. Però, con quel nome, Igor Vaclavic, con cui era stato arrestato e con cui aveva passato anni in carcere per alcune rapine, aveva ingannato le autorità italiane, perché quando i serbi ci avevano chiesto se per caso nelle nostre patrie galere ci fosse un serbo di nome Norbert Feher, di cui chiedevano l’estradizione per reati di violenza e stupro, noi avevamo riposto, certo che no. Lo cercavano in Austria: il pm Marco Forte, titolare dell’indagine della Procura di Bologna, era stato in questi giorni a Vienna insieme ad alcuni carabinieri, per un raccordo con le forze di polizia austriache. Forse aveva dei contatti in Austria, forse una pista portava lì. Niente è certo nella storia di Igor.
E lo cercavano in Spagna. Perché tra le sue cose avevano trovato un vocabolario spagnolo, e se hai un vocabolario spagnolo vuol dire che stai provando a imparare qualche parola e non è che vai in Colombia o in Argentina, se sei Igor e tutto il mondo ti cerca, forse vai proprio in Spagna. E così lo cercavano tra Madrid, Valencia e Malaga. Come dire un ago in un pagliaio. E Igor in Spagna c’era davvero ma da tutt’altra parte. E nessuno sa quando c’era arrivato. Magari passando prima dalla Serbia e poi dall’Austria. Niente è certo nella storia di Igor.
Quello che è certo è che lo hanno beccato. Perché in Spagna – dove stava da tutt’altra parte di dove lo cercavano – s’era messo a fare le stesse cose che faceva nelle campagne della Bassa ai confini fra il Bolognese e il Ferrarese, cioè assaltare fattorie isolate. E poi lo erano venuti a stanare, due poliziotti della Guardia civil e un terzo uomo. Non come da noi, dove, dopo l’omicidio del barista Davide Fabbri, in un bar di Riccardina di Budrio, nel Bolognese, l’1 aprile, e dopo quello della guardia ecologica volontaria Valerio Verri e il ferimento grave di un uomo della polizia provinciale, Marco Ravaglia, in ottocento o forse di più, forse in millecinquecento, battevano la campagna con le cartine militari come in Afghanistan e con i visori notturni. C’erano venuti i paracadutisti del Tuscania da Livorno, a cercarlo, e le squadre elitrasportate dei Cacciatori di Calabria di base in Aspromonte, e gli uomini dell’Uopi, l’Unità Operativa Pronto Intervento del Viminale che con gli elicotteri spazzavano la campagna a bassa quota. Niente. Il resto di niente.
Fiorirono leggende, in quei giorni, che fosse capace di trasformarsi come un Fregoli e sembrare tutto un altro uomo, che fosse capace di stare in acqua per ore con solo una cannuccia per respirare, che era stato addestrato a sopravvivere nelle condizioni più difficili. Neanche fosse Rambo. Disperati e frustrati, i familiari e gli amici del barista Davide diedero vita a un’associazione che ricorse alla più antica delle forme di giustizia: una taglia di decine di migliaia di euro a chi avesse fornito indicazioni precise per catturarlo. Speravano probabilmente che qualcuno che lo stava proteggendo e nascondendo si decidesse a tradirlo e venderlo. Ma non è andata così.
I due poliziotti della Guardia civil e l’altro uomo vanno per vedere che sta succedendo in quella fattoria intorno El Ventorillo, tra i comuni di Andorra e Albalete del Arzobispo. Si chiamano Víctor Romero Pérez, 30 anni, e Víctor Jesús Caballero Espinosa, 38 anni: facevano parte di una squadra del distaccamento di Alcaniz dedicata a indagini sui furti nell’ambiente rurale, come fattorie o allevamenti di bestiame. Il terzo è José Luis Iranzo, un proprietario di ranch che stava accompagnando i due agenti alla ricerca di un uomo che il 5 dicembre aveva assaltato una fattoria in zona ferendo due persone: quel giorno, era successo che un uomo di 72 anni aveva tentato di entrare nella sua casa di campagna, accompagnato da un fabbro, per cambiare la serratura che da alcuni giorni risultava bloccata. I due erano stati sorpresi da un uomo, che gli aveva sparato a bruciapelo, ferendo il fabbro a un braccio e il proprietario della casa nel fianco. I tre perciò vanno a vedere e stanno all’erta, ma Igor è più svelto e li ammazza tutti e tre e prende le loro armi. Torna a fuggire. Poi, un incidente, con quel grosso pick up con cui è scappato. Un banale incidente, almeno questo sembra. Perché niente è ancora certo, niente è mai certo quando si parla di Igor il russo. Di certo ora è detenuto a Cantavieja, nella provincia di Teruel. Siamo in Aragona. Lontani da Madrid, da Valencia e da Malaga, ma parlano lo spagnolo anche qui e forse quel vocabolario gli è tornato utile.
I figli della guardia ecologica volontaria Valerio Verri uccisa da Igor non si danno pace, pensando che il padre, un civile, un pensionato, era stato mandato disarmato a perlustrare una zona dove si riteneva ci fosse quella belva sanguinaria di Igor. La vedova del barista Davide dice che vuole giustizia contro quel bastardo anche se non lo sa se c’è giustizia qui. E nelle parole semplici di questa donna semplice senti la collera divina.
Ezechiele 25.17: «E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te».
Era uno dei nomi che usava Igor, quello di Ezechiele.

Messina, 15 dicembre 2017
pubblicato su “il dubbio” quotidiano del 16 dicembre 2017

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