Catturato in Spagna Igor il russo.

Lo cercavano in Serbia, da dove tutto era cominciato, perché Igor il russo era in realtà serbo. Forse lì aveva una madre e una sorella, ma non è certo. Niente è certo, nella storia di Igor. Raccontava di essere stato un militare dell’Armata rossa che aveva combattuto in Cecenia – un modo per dire che era capace di qualunque porcata, perché tutto il mondo sa quali porcate l’Armata rossa abbia fatto in Cecenia. Però, con quel nome, Igor Vaclavic, con cui era stato arrestato e con cui aveva passato anni in carcere per alcune rapine, aveva ingannato le autorità italiane, perché quando i serbi ci avevano chiesto se per caso nelle nostre patrie galere ci fosse un serbo di nome Norbert Feher, di cui chiedevano l’estradizione per reati di violenza e stupro, noi avevamo riposto, certo che no. Lo cercavano in Austria: il pm Marco Forte, titolare dell’indagine della Procura di Bologna, era stato in questi giorni a Vienna insieme ad alcuni carabinieri, per un raccordo con le forze di polizia austriache. Forse aveva dei contatti in Austria, forse una pista portava lì. Niente è certo nella storia di Igor.
E lo cercavano in Spagna. Perché tra le sue cose avevano trovato un vocabolario spagnolo, e se hai un vocabolario spagnolo vuol dire che stai provando a imparare qualche parola e non è che vai in Colombia o in Argentina, se sei Igor e tutto il mondo ti cerca, forse vai proprio in Spagna. E così lo cercavano tra Madrid, Valencia e Malaga. Come dire un ago in un pagliaio. E Igor in Spagna c’era davvero ma da tutt’altra parte. E nessuno sa quando c’era arrivato. Magari passando prima dalla Serbia e poi dall’Austria. Niente è certo nella storia di Igor.
Quello che è certo è che lo hanno beccato. Perché in Spagna – dove stava da tutt’altra parte di dove lo cercavano – s’era messo a fare le stesse cose che faceva nelle campagne della Bassa ai confini fra il Bolognese e il Ferrarese, cioè assaltare fattorie isolate. E poi lo erano venuti a stanare, due poliziotti della Guardia civil e un terzo uomo. Non come da noi, dove, dopo l’omicidio del barista Davide Fabbri, in un bar di Riccardina di Budrio, nel Bolognese, l’1 aprile, e dopo quello della guardia ecologica volontaria Valerio Verri e il ferimento grave di un uomo della polizia provinciale, Marco Ravaglia, in ottocento o forse di più, forse in millecinquecento, battevano la campagna con le cartine militari come in Afghanistan e con i visori notturni. C’erano venuti i paracadutisti del Tuscania da Livorno, a cercarlo, e le squadre elitrasportate dei Cacciatori di Calabria di base in Aspromonte, e gli uomini dell’Uopi, l’Unità Operativa Pronto Intervento del Viminale che con gli elicotteri spazzavano la campagna a bassa quota. Niente. Il resto di niente.
Fiorirono leggende, in quei giorni, che fosse capace di trasformarsi come un Fregoli e sembrare tutto un altro uomo, che fosse capace di stare in acqua per ore con solo una cannuccia per respirare, che era stato addestrato a sopravvivere nelle condizioni più difficili. Neanche fosse Rambo. Disperati e frustrati, i familiari e gli amici del barista Davide diedero vita a un’associazione che ricorse alla più antica delle forme di giustizia: una taglia di decine di migliaia di euro a chi avesse fornito indicazioni precise per catturarlo. Speravano probabilmente che qualcuno che lo stava proteggendo e nascondendo si decidesse a tradirlo e venderlo. Ma non è andata così.
I due poliziotti della Guardia civil e l’altro uomo vanno per vedere che sta succedendo in quella fattoria intorno El Ventorillo, tra i comuni di Andorra e Albalete del Arzobispo. Si chiamano Víctor Romero Pérez, 30 anni, e Víctor Jesús Caballero Espinosa, 38 anni: facevano parte di una squadra del distaccamento di Alcaniz dedicata a indagini sui furti nell’ambiente rurale, come fattorie o allevamenti di bestiame. Il terzo è José Luis Iranzo, un proprietario di ranch che stava accompagnando i due agenti alla ricerca di un uomo che il 5 dicembre aveva assaltato una fattoria in zona ferendo due persone: quel giorno, era successo che un uomo di 72 anni aveva tentato di entrare nella sua casa di campagna, accompagnato da un fabbro, per cambiare la serratura che da alcuni giorni risultava bloccata. I due erano stati sorpresi da un uomo, che gli aveva sparato a bruciapelo, ferendo il fabbro a un braccio e il proprietario della casa nel fianco. I tre perciò vanno a vedere e stanno all’erta, ma Igor è più svelto e li ammazza tutti e tre e prende le loro armi. Torna a fuggire. Poi, un incidente, con quel grosso pick up con cui è scappato. Un banale incidente, almeno questo sembra. Perché niente è ancora certo, niente è mai certo quando si parla di Igor il russo. Di certo ora è detenuto a Cantavieja, nella provincia di Teruel. Siamo in Aragona. Lontani da Madrid, da Valencia e da Malaga, ma parlano lo spagnolo anche qui e forse quel vocabolario gli è tornato utile.
I figli della guardia ecologica volontaria Valerio Verri uccisa da Igor non si danno pace, pensando che il padre, un civile, un pensionato, era stato mandato disarmato a perlustrare una zona dove si riteneva ci fosse quella belva sanguinaria di Igor. La vedova del barista Davide dice che vuole giustizia contro quel bastardo anche se non lo sa se c’è giustizia qui. E nelle parole semplici di questa donna semplice senti la collera divina.
Ezechiele 25.17: «E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te».
Era uno dei nomi che usava Igor, quello di Ezechiele.

Messina, 15 dicembre 2017
pubblicato su “il dubbio” quotidiano del 16 dicembre 2017

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