Urbano Cairo, l’uomo che voleva essere Silvio, e forse ci riuscirà.

Excusatio non petita, accusatio manifesta. Non è per voler fare i maccheronici, ma è che non si saprebbe come definire altrimenti l’intervista concessa da Urbano Cairo al giornalista Maurizio Caverzan de «La Verità» – Non sarò io la figura terza tra Salvini e Di Maio – se non come una palese manifestazione del «Chi si scusa si accusa». O anche, in morettiana metafora: mi si nota di più se dico che c’entro qualcosa o se dico che non c’entro nulla? Perché, a dire la verità, notare, l’abbiamo notata tutti, e non è che la cosa potesse non essere messa in conto da un uomo di comunicazione e pubblicità e giornali e televisioni come Cairo, eh. Perché Urbano Cairo, questo è: presidente di Cairo Communications – che fa raccolta pubblicitaria, edita in proprio, come Cairo editore, o con altre etichette, e possiede la rete televisiva La7 – è presidente e anche amministratore delegato di RCS, cioè del «Corriere della Sera», e presidente del Torino calcio. Insomma, non proprio bazzecole. E perché un uomo, che ha lentamente ma con determinazione scalato il potere senza darla troppo a intendere fino a che ha potuto, decide all’improvviso di accendere i riflettori su di sé? Forse qualcosa la si può capire, proprio leggendo l’intervista. Laddove si parla di politica.
Caverzan chiede: «Nei giorni scorsi qualcuno ha visto in lei la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio. Che cosa c’è di vero, presidente?» E Cairo risponde serafico: «Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto». E Caverzan insiste: «La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’ala moderata». E Cairo, modestamente: «Terrò conto di questa osservazione. Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».
E qui tutti capiamo che qualcosa bolle in pentola. L’imprenditore, uomo del fare, della competenza e della capacità professionale, sembra avere tutta l’intenzione di dismettere i panni della “lunga ombra” dietro i nuovi movimenti politici che hanno terremotato la politica italiana e mostrare al mondo i suoi galloni di nostromo.
Solo che questo film – dell’uomo-azienda, dell’imprenditore di successo che ha sempre lavorato e creato benessere e occupazione e ora si sacrifica e scende in campo per il bene del paese – lo avremmo già visto. Per vent’anni. E non solo, ma ancora presiede con disinvoltura alle scelte del centro-destra. E il suo nome – per quanto ancora susciti qualche smorfia in tanta area moderata e abbiente di sinistra, di centro e di destra – è Silvio Berlusconi. È lì che mira Urbano Cairo, all’animale morente? È lì che punta Urbano Cairo, a prendere in mano – come ha fatto del resto per tutta la vita con le aziende in cui è entrato – una situazione in declino e decotta, l’area moderata, dato che dominano oggi estremismi verbali, e ridarle lustro e splendore, tagliando di qua e tagliando di là?
Che Cairo sia cresciuto all’ombra di Berlusconi è un dato biografico, e non un’opinione. «Edilnord. 8880. Un centralone. “Mi passa il dott. Berlusconi?”. Mi passano la segretaria. “Signora buongiorno, sono uno studente della Bocconi, vorrei parlare col dott. Berlusconi”. “Se vuol dire a me io riferisco senz’altro”. “No, guardi, vorrei parlare con lui, richiamerò”. Metto giù e ci ripenso. Due ore dopo richiamo. Di nuovo la segretaria. “Signora, sono sempre io. Ho due idee eccezionali che vorrei spiegare al dottor Berlusconi. Se lei non mi permette di parlare con lui, lei rischia davvero di fargli un danno”. Mi fissò un appuntamento con Marcello Dell’Utri. E poi con Berlusconi», da un’intervista a Sabelli Fioretti, 15 dicembre 2005 «Corriere Magazine». È il 1981. E inizia a lavorare per Berlusconi. Nel 1982 va negli uffici milanesi di Edilio Rusconi per trovare un accordo per cui Canale 5 e Italia 1 si impegnano a non scendere sotto una determinata cifra nei prezzi relativi alla vendita degli spot a partire dal lunedì successivo; subito dopo avere ottenuto l’accordo, convoca immediatamente i venditori della concessionaria pubblicitaria di Fininvest, Publitalia, per fare in modo che vendano gli spot a prezzi bassissimi prima del lunedì. Così facendo, tutti gli spazi pubblicitari di Canale 5 vengono riempiti, e il lunedì dopo Rusconi, pur di non dover fare i conti con una situazione critica, è costretto a vendere Italia 1 alla Fininvest.
Il rapporto tra i due si consolida fino all’esplosione di Mani pulite, quando Cairo, unico fra i manager di Publitalia, sceglie il patteggiamento: diciannove mesi con la condizionale per i reati di appropriazione indebita, fatture per operazioni inesistenti e falso in bilancio. Licenziato, dal 1995 si mette in proprio, fondando la Cairo Pubblicità, che comincia la propria attività ottenendo in esclusiva la concessione della vendita di spazi pubblicitari per i periodici «TV Sette», «Oggi» e «Io Donna» dal gruppo RCS, dove entra, insomma, dalla porta di servizio. Nel 1999 acquista Giorgio Mondadori editore, dove alle testate storiche («Airone», «Bell’Italia») aggiunge nuovi magazine popolari («DiPiù», «Diva e Donna», per dire). È un editore di carta, che fa affari con la carta, e diffida di internet, di cui non capisce «come si facciano i soldi e che si mangia la carta». Nel 2005 rileva il Torino calcio, sull’orlo del fallimento e lo rilancia. Certo, non ha il palmares del Milan di Berlusconi, ma è sempre una piattaforma di visibilità, e con «la Stampa» e Chiamparino-sindaco che lo sostengono. Nel 2013 acquista da Telecom La7, che perdeva cento milioni l’anno. A otto mesi dall’acquisto, La7 raggiunse il pareggio, e con il pareggio, progressivamente l’arrivo della Gruber, di Floris, di Santoro. Nel 2016 lancia un’offerta per la maggioranza della RCS (che ha in pancia la «Gazzetta dello Sport» oltre al Corrierone) e prevale su Mediobanca, Unipol, Della Valle e Pirelli: è una situazione disastrata, ma Cairo riesce a metterla in sesto e dopo il primo anno dichiara già utili.
Dice Enrico Mentana che «Cairo ha fatto sua la massima di Deng Xiaoping: non importa se il gatto sia bianco o nero, conta che mangi il topo. L’editore si preoccupa della qualità delle trasmissioni, dei ricavi pubblicitari, mentre nutre quasi disinteresse per gli aspetti politici». Il che però non è propriamente la verità: La7 – benché tutti quelli che ci stanno dentro si sbraccino per dire che non sia così – è stata in questi anni un demolitore delle tradizioni politiche se non un promotore del movimento 5Stelle. E il «Corriere della Sera» altrettanto, spesso cavalcando operazioni di magistratura che puntavano allo scandalo più che alla reale interpretazione dei fatti – a esempio, il caso Consip. Puntando al bersaglio grosso, a Renzi. E credere che questo sia solo dovuto a una “politica imprenditoriale” che mirava ai lettori o agli utenti di quel bacino elettorale solo a fini commerciali, è davvero ingenuo.
La realtà è che oggi, con Carlo de Benedetti che spara sulla sua creatura e i suoi eredi, da Scalfari a Calabresi, e con Berlusconi che cambia i direttori di tutte le testate di Mediaset e che è in evidente affanno nel fronteggiare l’opa alleata di Salvini sul centro-destra, la Cairo Communications sembra posizionarsi come il più credibile “portatore politico” di stabilità.
A voler essere maliziosi – che non ci si perde nulla – si potrebbe pensare che il piano di Cairo sia stato questo perciò: lasciare che vada in malora la situazione politica, anzi facilitarne lo stallo, per proporsi poi come uomo in grado di garantire stabilità, efficienza e competitività, rilancio.
Con le aziende gli è riuscita. Potrebbe riuscirgli anche con quella strana creatura che è stata “l’azienda-politica” del centro-destra di Berlusconi? E con i suoi “moderati democratici”, dalle tv e dai giornali, a fargli da spalla?

Nicotera, 18 aprile 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 aprile 2018.

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Dopo cinquant’anni di carcere, Vallanzasca ha pagato.

Se scrivi “Vallanzasca” nella striscia di google, il motore di ricerca tra le risposte ti offrirà anche: “Renato Vallanzasca è morto”. E magari l’algoritmo ha proprio ragione, Vallanzasca, quel Vallanzasca il cui nome evoca rapine, sequestri, omicidi e fughe dal carcere, è morto da tempo. «C’è chi nasce per fare lo sbirro, chi lo scienziato, chi per diventare madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ladro» – disse in un’intervista. A settant’anni – li compirà a maggio – Vallanzasca, ricorda il suo legale Davide Steccanella, ha trascorso in galera quarantacinque anni, quasi mezzo secolo. Uno solo lo batte per durata della pena scontata: Raffaele Cutolo da Ottaviano, imperatore della camorra che fu, cinquantadue anni dentro.
Renato Vallanzasca ha chiesto ai giudici del Tribunale della Sorveglianza di Milano “la liberazione condizionale” o in subordine la “semilibertà”, beneficio già ottenuto nell’ottobre 2013 ma poi revocato dopo l’arresto del giugno 2014 per il furto in un supermercato. Era andata che usciva dal carcere di Bollate alle 7.30 di giorno, per tornare la sera alle 19.30 – lavorava in una ricevitoria – ma stava godendo di un permesso di tre giorni, proprio perché stava filando dritto. Da venerdì a lunedì: li avrebbe passati con la sua nuova ragazza. Perché a Vallanzasca, le ragazze non sono mai mancate. Dunque: è venerdì sera, e sono le 20. Così i vigilanti l’avevano seguito mentre girava per gli scaffali. O avevano attivato una qualche telecamera. Lui, aveva messo un po’ di roba da mangiare in una borsa, poi aveva tirato fuori due mutande dalle confezioni e infilate in uno zaino, dove aveva aggiunto un po’ di concime e un paio di cesoie – chissà magari gli passava per la testa di sistemare l’aiuola a casa della ragazza, che faceva proprio tristezza.
Quando era andato alla cassa a pagare le sue cose da mangiare gli avevano detto: «E quello?» – indicando lo zaino. Lui aveva fatto spallucce. Settanta euro di merce. E così avevano chiamato i carabinieri. Pare che Vallanzasca avesse detto: «Vedete che casino adesso». Non voleva mica minacciare qualcuno, solo che la sa, la tiritera. I vigilanti si saranno messi a ridere: quell’ometto smunto, con gli occhi slavati e quattro ciuffi di capelli in testa, un’aria quasi da barbone. Poi i caramba gli avevano chiesto i documenti, lui li aveva tirati fuori e lì era scoppiato il casino davvero. Nessuno fino a quel momento lo aveva riconosciuto. E come avrebbe potuto? Questo, signore e signori, era il re della Comasina.
Così, per due paia di mutande marca Sloggi, che Vallanzasca assicura non metterebbe mai perché indossa solo boxer Versace («Spendevo molto anche nei vestiti: ne avevo più di una ventina di Litrico, oltre a quelli fatti su misura. La mia passione era il gessato, quello alla Delon e alla Belmondo. Facevo le rapine col vestito firmato, io», disse una volta), più altra minutaglia da giardinaggio, per un totale di 65,97 euro, un giudice molto puntiglioso gli aveva rifilato dieci mesi per tentata rapina (due in più di quelli richiesti dall’accusa) e revocato la semilibertà.
Un paio d’anni prima aveva trovato lavoro, a Sarnico, sul versante bergamasco del lago d’Iseo. Commesso in prova in un negozio. La mattina usciva dal carcere di Bollate e con l’autobus arrivava a Sarnico, e ci lavorava tutto il giorno. «In modo ineccepibile», disse poi la titolare del negozio. Solo che qualcuno l’aveva riconosciuto, la notizia si era sparsa, e davanti al negozio, per tutto il giorno, sostava una folla di giornalisti e fotografi. Articoli sui giornali locali, lettere, un putiferio. Si era indignata la signora Gabriella Vitali, vedova di Luigi d’Andrea, ucciso assieme al collega della polizia stradale Renato Barborini dalla banda di Vallanzasca, nel 1977, proprio nella Bergamasca, all’altezza del casello dell’A4, e i giornali avevano pompato la cosa. Si era indignato il prefetto di Bergamo, Camillo Andreana, e aveva scritto al ministero di Giustizia, al tribunale di sorveglianza di Milano, alla direzione del carcere di Bollate e ai dirigenti dell’amministrazione penitenziaria chiedendo di rivedere la scelta, definendola «inopportuna e illogica».
Alla fine era stata la titolare del negozio a chiudere la vicenda, dando il benservito al suo commesso diventato ingombrante. Vallanzasca l’aveva saputo in carcere, la sera, che l’indomani non sarebbe più andato al lavoro.
Insieme all’istanza, il legale di Vallanzasca ha depositato presso il Tribunale di Sorveglianza la perizia dell’équipe di osservazione e trattamento del carcere di Bollate. Il cambiamento di Vallanzasca, scrive Massimo Parisi, direttore dell’équipe del carcere, appare «profondo, non solo anagrafico, ma intellettuale ed emotivo, frutto di una sofferenza che, seppur non evidenziata, nei colloqui con gli operatori che da anni lo seguono, sa emergere in modo autentico e non sovrastrutturata, e appare di un livello tale (tenuto conto della persona, della sua storia e del contesto) che non potrebbe progredire con altra detenzione». Vallanzasca, come Dillinger, è morto. Ora c’è un uomo che aspetta di uscire dal carcere e continuare a vivere.
La decisione, attesa nei prossimi giorni, spetta ora ai giudici della Sorveglianza.

Nicotera, 17 aprile 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 aprile 2018

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