Stalin, Beria, Ghepeù. Attento, Di Maio.

«Non esiste tregua per i traditori del popolo, questo deve essere chiaro». Ha tuonato il leader M5S, Luigi Di Maio, conversando con i cronisti in Transatlantico su possibili scenari di governo. Traditori, nemici del popolo. Sono espressioni da far tremare le vene ai polsi.
Fu Nikita Krusciov nel suo rapporto segreto del 1956 al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica – Sul culto della personalità e le sue conseguenze – a dichiarare: «Stalin ha introdotto la nozione di “nemico del popolo”. Un’espressione del genere eliminava immediatamente ogni necessità di provare i torti ideologici della persona o delle persone accusate: chiunque non fosse d’accordo con Stalin, o che semplicemente era sospettato di avere intenzioni ostili nei suoi confronti, o addirittura chi era semplicemente una vittima di calunnia, poteva quindi essere sottoposta alle misure più brutali, in violazione di tutte le norme della legalità rivoluzionaria. Fondamentalmente, questa nozione di “nemico del popolo” escludeva la possibilità di qualsiasi lotta ideologica, o esprimeva un’opinione su tutte le questioni, anche di importanza pratica […] Bisogna ammettere che non c’erano ragioni serie per distruggere fisicamente chi si opponeva di tanto in tanto alla linea del partito. È per giustificare la loro eliminazione che è stata introdotta questa formula di “nemico del popolo”».
Paradossalmente, l’ultimo “nemico del popolo” a essere giustiziato era stato Lavrenti Beria, egli stesso un gran persecutore dei nemici del popolo quando era a capo della temibile polizia, l’NKVD. Arrestato il 26 giugno 1953 (Stalin era morto a marzo) durante una riunione della direzione del Partito comunista dell’Unione Sovietica, il Comitato centrale, riunito con urgenza in plenaria, lo esclude dal Partito accusandolo di essere un “nemico del Partito comunista e del popolo sovietico”. Il 23 dicembre viene condannato a morte dal Tribunale speciale della Corte Suprema dell’URSS e fucilato lo stesso giorno. Il 20 luglio 1953, la rivista americana «Time» aveva messo in copertina una foto di Beria, sotto la quale si leggeva “Beria: enemy of the people”. Macabra ironia. Beria era stato il “braccio armato della legge” di Stalin, e tra il 1936 e il 1938, all’epoca della “grande purga” e dei processi-farsa si calcola (non ci sono cifre accertate) che circa millecinquecento persone al giorno finissero accusate, incarcerate, liquidate, emarginate, mandate in Siberia. Era stata emanata una direttiva in cui regione per regione erano fissate le quote di arresti, di condanne, di esecuzioni da effettuare. La spietatezza del regime si univa alle logiche banali della burocrazia, allo spirito di emulazione delle amministrazioni, agli eccessi di zelo. Buio a mezzogiorno.
Eppure, l’espressione era stata coniata e aveva già messo radici nella Rivoluzione francese, e nel suo passaggio al periodo del Terrore. Chissà, magari per contrapposizione a quella formulazione positiva che era stata usata da Marat e dal suo focoso giornale «l’Ami du peuple» e tanta fortuna aveva avuta. Marat stesso era caduto vittima di assassinio, nel luglio del ’93, per mano della giovane Charlotte Corday che pure aveva agito in nome d’un ideale rivoluzionario. Robespierre volle inserire la formula “ennemi du peuple” in costituzione. La legge del 10 giugno 1794, adottata dalla Convenzione, definiva come nemici del popolo quelli che miravano con la forza o l’astuzia a sopprimere le libertà pubbliche. Nemici del popolo erano i sostenitori del ritorno del potere reale, i sabotatori che avevano impedito gli approvvigionamenti di Parigi, quelli che avevano diffamato o perseguitato patrioti abusando delle leggi della rivoluzione, quelli che ingannavano il popolo e contribuivano così al declino dello spirito rivoluzionario, quelli che diffondevano notizie false con l’intenzione di provocare rivolte, quelli che trascinavano il popolo in false direzioni, quelli che ostacolavano le sue istituzioni. Ce n’era per tutti. Ogni giorno, la Corte Rivoluzionaria pronunciava condanne a morte. Saint-Just urlava: “Bisogna punire non solo i traditori, ma anche quelli indifferenti; bisogna punire chiunque sia passivo nella Repubblica e non ha fatto nulla per lei”. E non cadevano solo le teste di aristocratici e sacerdoti, ma di contadini, operai, e letterati, giudici, commercianti, artigiani. Poi, la rivoluzione cominciò a mangiare se stessa, anche tra i giacobini c’erano nemici del popolo: così Danton fu giustiziato. E poi cadde Robespierre.
È curioso che l’espressione sia stata rispolverata, circa un anno fa, dal presidente americano Trump. Era l’apice di una lotta di nervi tra il nuovo presidente e i media e Trump comunicò – via twitter, ovviamente – che non avrebbe partecipato alla cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca. Suonava come una dichiarazione di guerra. Nel suo staff c’era chi li chiamava “globalist media”, calcando la mano su quell’attenzione al mondo che sembra essere diventata una colpa, dato che ora il motto è “America First”. Così, l’ultima locuzione con cui Trump si riferì alla stampa fu di essere «the enemy of the people», nemici del popolo.
Ma ovviamente, nessuno può fare una colpa a Luigi Di Maio di parlare come Beria.

Nicotera, 4 maggio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 5 maggio 2018.
foto da: «l’Espresso».

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Nino Benvenuti, il grande pugile, compie ottant’anni.

Il 17 aprile 1967 era di lunedì. Il presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat il presidente del Consiglio era Aldo Moro e il vicepresidente era Pietro Nenni, un governo di centro-sinistra. Speranzoso e fragile. A gennaio era scoppiato in parlamento lo scandalo Sifar, i servizi segreti in mano al generale de Lorenzo, di cui si sospettava un tentativo di colpo di Stato nel 1964. A febbraio, a Pisa, viene occupata l’università, e gli studenti elaborano quelle che poi saranno chiamate “le Tesi della Sapienza” e che costituiranno uno dei nerbi programmatici del movimento di contestazione del ’68.
Il 17 aprile del 1967, Benvenuti Giovanni detto Nino deve prendersi a pugni con Emile Griffith per la corona mondiale dei pesi medi al Madison Square Garden. Ma è di lunedì e per il fuso orario in Italia sono le quattro del mattino. E allora, la Rai decide, perché il governo ha suggerito, di non mandare in onda la diretta, che gli italiani devono dormire e non possono passare la notte aspettando per guardare due uomini che si prendono a pugni, che c’è da lavura’. Però – è il genio italico no? – farà la radiocronaca. E così, sedici-diciassette milioni di italiani si incollano alle radioline (non pochi erano volati in charter per andare all’America e vedere di persona) per ascoltare Paolo Valenti che racconta quello che sta succedendo sul ring del Madison Square Garden. Una cosa, nei numeri, che succederà di nuovo, e stavolta con le immagini, solo per Italia-Germania, 4 a 3.
«L’incontro vede immediatamente i due pugili scambiarsi colpi al centro del ring il primo round. Benvenuti sfrutta l’allungo, Griffith preferisce la corta distanza. Il primo round è di studio. Nel secondo round, a sorpresa, Benvenuti atterra Griffith che si rialza prontamente. Benvenuti si aggiudica anche la terza ripresa. La quarta ripresa è invece equilibrata. Nella tornata successiva è Benvenuti ad andare al tappeto; si rialza già al “cinque” dell’arbitro. Le riprese centrali si alternano con grande equilibrio, e i pugili se le dividono equamente. Nella dodicesima, tredicesima e quattordicesima ripresa Griffith accusa della stanchezza e lo sfidante si aggiudica le riprese. Nell’ultimo round Griffith cerca di ribaltare le sorti del match, ma Benvenuti imbriglia la sua azione, conscio di essere vicino al successo. Al termine dell’incontro vengono letti i cartellini: trionfa Nino Benvenuti con 10 riprese vinte su 15 secondo due dei tre giudici, e 9 secondo il terzo».
Campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo. Perché una volta, tanto tempo fa, la boxe era questa roba di qua, uno sport amato dagli italiani. Come il ciclismo. Roba da fatica, dove bisognava sputare il sangue. E noi, a sputare il sangue, eravamo il numero uno.
Così Benvenuti Giovanni detto Nino, da Trieste – terra di pugilatori, perché da lì era venuto quel buon boxeur che era Tiberio Mitri, rovinato dalle donne, e quell’altro inferno d’uomo che era Duilio Loi, mondiale dei welter juniors, l’unico italiano che la International Boxing Hall of Fame ha annoverato fra i più grandi pugili di ogni tempo, insieme a Benvenuti, appunto – divenne campione del mondo dei pesi medi. A “Naino” il giorno dopo, i giornali americani tributarono il trionfo: «Benvenuti è il più nobile gladiatore romano che mai sia entrato nel mondo dello sport». E a bordo ring, a guardare ammirati la sua tecnica, la sua intelligenza di combattimento, la sua tenacia, si erano seduti grandi campioni del passato come Joe Louis, Rocky Marciano Sugar Ray Robinson, Rocky Graziano. Che quella roba lì era cosa per negri e italiani.
Ma Benvenuti non spuntava dal nulla. Alle Olimpiadi di Roma del 1960, gareggiando nei pesi welter, era riuscito a vincere tutti e quattro gli incontri previsti per arrivare all’oro Olimpico nella sua categoria. Oltre all’oro, anche la prestigiosa coppa Val
Barker, destinata al pugile tecnicamente migliore del torneo,
”scippandola” a un mediomassimo il cui nome era Cassius Clay.
Nel 1965 aveva combattuto contro un altro grande campione italiano, Sandro Mazzinghi, e in palio c’era la corona mondiale dei superwelter, a quel punto una storia tutta italiana, inimmaginabile. Sarà Benvenuti a indossarla. Mazzinghi non accetta il verdetto, rilascia dichiarazioni polemiche e chiede una rivincita e sei mesi dopo il match ricomincia. Sulla loro rivalità – come Bartali-Coppi, Rivera-Mazzola – i giornali sportivi costruiscono leggende, l’uno è proletario, l’altro è benestante, ma in realtà sono proprio due stili di combattimento, Mazzinghi aggressivo e lottatore, Benevenuti guardingo e schermidore. Mazzinghi questa volta tiene testa a Benvenuti restituendo colpo su colpo, ma non basterà: Benvenuti vincerà ai punti confermando il titolo mondiale. Anche questa volta Mazzinghi avrà da ridire, e non farà mai pace con Benvenuti.
Quell’incontro dell’aprile 1967 al Madison con Griffith era in realtà solo il primo capitolo di una trilogia che avrebbe consegnato i due protagonisti alla leggenda della boxe. Nella rivincita del 28 settembre di quello stesso anno, Griffith batteva nettamente Benvenuti ai punti e si riprendeva il titolo. Fu un incontro durissimo che a Benvenuti costò l’incrinatura di alcune costole, una frattura alla mano destra e numerosi tagli al volto, eppure finì in piedi. Ci volle una terza sfida e il 4 marzo 1968 Benvenuti sconfisse ancora ai punti in 15 riprese il suo irriducibile avversario, riconquistando la cintura mondiale dei medi. Nino avrebbe mantenuto quel titolo sino a novembre del 1970, quando lasciò la corona nelle mani di un altro grandissimo campione della categoria, l’argentino Carlos Monzon, imbattibile dentro le dodici corde quanto fragile e tragico nella vita d’ogni giorno.
Nino Benvenuti compie oggi – auguri – ottant’anni. È nato in terra d’Istria e al pugilato lo ha avviato il padre, che ci aveva provato anche lui. Da casa loro, erano stati cacciati dai titini, in quella terribile resa dei conti in quelle terre che fu la fine della seconda guerra mondiale e del fascismo e l’immediato dopoguerra, e lui ne portò sempre dietro uno spirito “nazionalista” dichiarandosi “uomo di destra”, tanto da prestare la sua faccia per una campagna politica del Msi nel 1964, esperienza presto conclusa. Ma che lasciò i suoi strascichi. Quando Carlos Monzon lo mise giù, «Lotta continua» scrisse: «Monzon gli ha fatto una faccia da schiaffi e lui ha dichiarato che smette con la boxe anche perché “ci sono cose più importanti da fare”. Niente di più facile che l’Msi gli offra qualche posto di responsabilità in una squadra di picchiatori». Era questo, lo spirito del tempo.
Però, anni e anni dopo, quando Griffith farà coming out e dichiarerà la sua omosessualità e poi si ritroverà solo e poi sarà colpito dall’Alzheimer, sarà Nino a stargli vicino, a difenderlo, a darsi da fare per trovargli una sistemazione dignitosa. E sarà ancora Nino a portare a spalla la bara di Carlos Monzon, morto drammaticamente in un incidente d’auto mentre correva come un folle per rientrare al carcere dove era detenuto per aver ucciso la moglie, abbandonato ormai da tutti.
Perché, come disse una volta – e qui, per chi la ama, sta tutta la filosofia della noble art, potesse ancora chiamarsi così – in un’intervista a chi gli chiedeva come fosse diventato amico di Emile Griffith: «Come non si può essere amico di uno col quale ti sei battuto per quarantacinque riprese?»

Nicotera, 25 aprile 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 26 aprile 2018.

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