Sessant’anni fa, gennaio 1959: Fidel entra a Santiago.

Il due di gennaio del 1959, le colonne dei barbudos guidate dai comandanti Guevara e Cienfuegos entravano all’Avana, mentre Fidel prendeva Santiago: la rivoluzione cubana aveva vinto.
Il primo di gennaio di quest’anno, Jair Bolsonaro ha giurato da presidente del Brasile. Due eventi così distanti, così opposti – l’uno, una lotta di liberazione per la democrazia, la libertà, migliori condizioni di vita, che cercava una propria strada, un proprio modello in un mondo spietatamente diviso a metà, tra Stati uniti e Russia; l’altro, il sequestro di ogni libertà, venato da un’istanza di giustizialismo e di ordine, che adora Trump e il trumpismo – che raccontano meglio d’ogni altra cosa quel che è accaduto, quel che sta accadendo in quell’enorme continente che è l’America. E non solo quella latina.
Il primo Summit delle Americhe fu quello di Simón Bolívar, el Libertador. Era il 1826. E il grande condottiero convocò le nazioni che si erano appena scrollate di dosso il giogo spagnolo a Panama, per provare a federarsi e costituire un’unione. In realtà, si era sviluppato un enorme dibattito sull’assetto politico e istituzionale che si sarebbero dovuto dare le terre che intanto venivano liberate. La guerra contro gli spagnoli era ancora in corso. C’era un nuovo immenso continente che aveva vissuto secoli di colonialismo e ora si affacciava alla democrazia e alla libertà. Al nord, tredici colonie si erano ribellate al dominio inglese e avevano costituito la prima federazione della storia: gli Stati uniti d’America. Erano loro l’esempio da seguire. Si poteva fare lo stesso al sud? Bolívar lo pensava, ma si scontrava con tutti quelli che invece, per le proprie ambizioni o per altre ragioni, preferivano il “modello europeo”, quello degli Stati nazionali. Molti erano sospettosi verso gli Stati uniti, e temevano, dopo essersi sottratti al giogo della Spagna, che le nuove nazioni sarebbero finite sotto un nuovo potere dominante.
Il Congresso di Panama – parteciparono il Guatemala (all’epoca comprendeva i paesi oggi corrispondenti a El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Guatemala, Belize e Honduras), il Messico, la Grande Colombia (all’epoca comprendeva i paesi oggi corrispondenti a Panama, Colombia, Venezuela, Ecuador) e il Perù – fu un fiasco. E le cose presero la piega che sapete. Chissà quale sarebbe stata la storia se fossero nati gli Stati uniti d’America del Sud?
L’età media della popolazione dell’America del Nord è tra i trentasei e i quarantadue anni, e in America Latina e nei Carabi, invece, tra i ventiquattro e i trentotto. Dwight “Ike” Eisenhower impose il primo embargo commerciale nel 1960 e ruppe le relazioni diplomatiche con Cuba nel gennaio 1961, poche settimane prima di lasciare la presidenza. E l’invasione della Baia dei Porci, programmata nel 1960 durante l’amministrazione Eisenhower dal direttore della Cia Allen Dulles e sostenuta da Richard Nixon, allora vicepresidente, venne lanciata nell’aprile 1961, neanche tre mesi dopo l’insediamento di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza. La Cia aveva addestrato esuli cubani e mercenari per invadere Cuba e rovesciare il governo di Castro. Fu un fallimento. Castro si era rivolto a Chruscev per installare dei missili a Cuba e gli americani lo scopersero e iniziò una crisi che durò tredici giorni e il mondo fu sull’orlo della guerra nucleare e papa Giovanni si spese non poco per la pace e poi i sovietici ritirarono le testate in cambio di una formale dichiarazione di Kennedy che non avrebbe più provato a rovesciare il regime cubano, beh era l’ottobre 1962.
Ci hanno provato seicentotrentotto volte, gli americani, a uccidere Castro. Ci hanno provato col veleno nei sigari, con la muta subacquea infettata da funghi killer, con i cecchini e con i mafiosi. Dal 1959 non hanno fatto altro, gli americani, che provare a farlo fuori. Sono queste le “radici” di eventi che Obama considerava di un altro tempo. Di un altro mondo. A relic, una reliquia, un cimelio. È tempo, adesso, disse nell’informale stretta di mano con Raul Castro, in mezzo a una folla di presenti tra i quali il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, di iniziare «a new chapter among the nations of the Americas», un nuovo capitolo tra nazioni delle Americhe. A Panama (oh, Bolivar), nel 2015 – «Sono lieto che Cuba sia rappresentata tra noi in questo Summit per la prima volta». Intendeva, Obama, fare piazza pulita di una questione che ha pesato su una serie di presidenti americani, anche se mai esplicitata chiaramente. «Certe controversie datano prima che io nascessi, come se fossimo bloccati nel tempo, indietro agli anni Cinquanta, alla diplomazia delle cannoniere, e agli “Yankee” e alla Guerra fredda, e questo e quello e altro».
Ma ora Obama non c’è più, ora c’è Trump. Stanno tornando gli anni Cinquanta?
«La historia me absolverá» – concluse così la propria arringa difensiva, vero atto d’accusa contro il golpe del 10 marzo 1952 e la dittatura a Cuba, il giovane Fidel, citando Tommaso d’Aquino, John Locke e Martin Lutero, non certo Marx o Lenin, dopo il disastroso attacco alla caserma Moncada il 26 luglio 1953 in cui morirono ottanta uomini, armati per lo più di fucili da caccia, dopo di che erano fuggiti sulla Sierra e erano stati poi catturati, e che pure divenne l’atto fondativo della rivoluzione cubana. Raccontò al processo: «Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupò il Palazzo di Giustizia; e a me toccò attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto…».
La storia lo assolverà? I comunisti cubani sono una razza strana: quando arrestano l’avvocato Fidel Castro in Messico nel 1956 nel campo di Santa Rosa, insieme al Che e altri compagni che si andavano preparando per lo sbarco a Cuba, Batista, il dittatore cubano, ne vuole l’estradizione, perché teme “un complotto comunista”. Fidel scriverà allora una lunga lettera al settimanale «Bohemia», per spiegare perché lui non sarà mai comunista, ricordando che era stato proprio Batista, nel 1940, il candidato ufficiale del Partito comunista cubano, e che in quel momento al governo ci sono ministri comunisti. Il fatto è che una razza strana erano i comunisti sudamericani: rigidi come soldatini di piombo, obbedienti a Mosca perinde ac cadaver, guarderanno sempre con malcelato fastidio alla rivoluzione cubana, quando non con ostilità. E Fidel poi si rimangerà tutto. E che poteva fare se il mondo era diviso a metà e o stavi di qua o stavi di là, e se quelli con la bandiera a stelle e strisce, gli americani, ti organizzano con la peggiore feccia della terra lo sbarco alla Baia dei Porci per rovesciarti e provano mille modi per farti fuori, allora non ti restano che quelli con la bandiera rossa, i russi, per sopravvivere? Canna da zucchero in cambio di petrolio. Diventerà una condanna – la monocultura sarà sempre la tragedia di ogni tentativo di riscatto sudamericano, anche quando assumerà il colore nero del petrolio come in Venezuela o in Brasile. L’avvocato Castro e il dottore Guevara ne erano consapevoli e immaginavano tutta una fioritura di imprese e attività. Ma come fai se tutto intorno hai l’embargo e l’unica cosa che vogliono i russi – gli unici alleati che hai – è la canna da zucchero? Così, comunista, Fidel, c’è diventato per conseguenza. Per via della canna da zucchero, si potrebbe dire.
La storia lo assolverà? La luna di miele è finita da un pezzo. «Cuba me duele», ha scritto il grande Eduardo Galeano. Il regime per un lungo periodo è diventato paranoico, vedeva nemici ovunque e l’unica risposta che trovava era stringere ancora di più diritti e libertà e sbattere in prigione qualunque voce di dissenso e di opposizione, come fossero tutti mafiosi della Florida prezzolati per rovesciare Castro. Ma qualcuno può pensare che cinquantasei anni di embargo, invasioni mercenarie, attacchi terroristi e trame d’ogni tipo possono aver dato qualche ragione alla leadership cubana per diventare paranoica. Assediata per cinquantasei anni dall’ingombrante vicino del nord, Cuba ha comunque raggiunto nel campo della scuola e della sanità standard da primo mondo pur stando nel terzo mondo. La mortalità infantile e l’alfabetizzazione hanno tassi identici a quelli americani, e il numero di alunni per classe è un terzo di quelli della Gran Bretagna, mentre, per dire, a Haiti, supportata per anni dagli Stati uniti, l’analfabetismo e la mortalità infantile registrano tassi dieci volte più alti. Cuba ha sviluppato un sistema sanitario, una ricerca biotecnologica e farmaceutica, considerata dagli stessi americani ai primi livelli dell’America latina. Fino a non molto tempo fa, cinquantamila medici cubani lavoravano gratuitamente in novantatré paesi del mondo e ogni anno circa mille studenti del terzo mondo ricevevano una gratuita formazione universitaria. Qualcuno può credere che questi numeri sarebbero migliori se l’isola fosse tornata nelle mani dell’opposizione sostenuta dai nostalgici di Miami, dagli eredi e parenti dei proprietari delle aziende agricole, delle fabbriche e dei bordelli che Castro e il Che e Camilo Cienfuegos e i loro compagni espropriarono, che dalla Florida hanno tramato per anni per potersi riprendere la loro roba? Com’è strana la storia: la lotta alla corruzione del regime di Batista – che aveva fatto di Cuba il “cortile di casa” della mafia, con i suoi casinò e il gioco d’azzardo e l’Avana poco più di una Las Vegas, e delle aziende americane di lavorazione della frutta che compravano presidenti a un tanto al chilo – fu una motivazione fortissima della rivoluzione dei barbudos: la lotta alla corruzione è il refrain oggi di Bolsonaro. È il mondo intorno, intanto, che è cambiato.
Ma Cuba è anche el Che. E fu proprio quella morte in una boscaglia della Bolivia nel 1967 a rendere il Che un guerrigliero del mondo, quella sua volontà di non fermarsi, di non trincerarsi nel “socialismo in un solo paese” – il realismo staliniano. Era bello, era romantico, la sua storia infiammò gli animi dei giovani degli anni Settanta del Novecento in tutto il mondo. Mille fuochi di guerriglia.
Gli intellettuali europei facevano la fila per visitare Cuba. Ah, la lunga coda degli intellettuali europei per incontrare el Che, sembrava di stare non al Malecon ma sulla Rive Gauche. Avevano cominciato Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, febbraio 1960 – tristi, tristissimi orfani del comunismo russo virato nell’orrore dello stalinismo e che ora finalmente avevano trovato il rivoluzionario capace di tenere testa all’imperialismo americano. Sartre scrisse: «È la luna di miele della Rivoluzione». Forse queste rivoluzioni, “povere”, di contadini, sembravano riscattare quella, “operaia”, che aveva finito con il seppellire l’Urss sotto una cortina d’acciaio. La classe operaia s’è imborghesita, ha sposato l’american way of life, l’uomo ha ormai una sola dimensione, l’aveva detto un filosofo di Berkeley di origini tedesche, e c’era da credergli. Gli studenti di tutto il mondo si fecero avanti per essere loro la classe rivoluzionaria – d’altronde non lo erano stati anche per tutte le rivoluzioni nazionali dell’Ottocento? Se c’era un’immagine di rivoluzionario il più lontana possibile da quella del bolscevico, funzionario della rivoluzione, questa era quella del barbudo guevarista.
Guevara non appartenne più a Cuba dal momento della sua morte – certo, a Cuba continuano a adorarlo. Ma da quando le sue mani furono crudelmente mozzate a La Higuera, Bolivia, e il suo corpo esposto perché non ci fossero dubbi, la sua leggenda divenne presto patrimonio del mondo, patrimonio di ogni rivolta.
Cuba è viva. Vivrà.

Nicotera, 2 gennaio 2019
pubblicato su «il dubbio», quotidiano del 3 gennaio 2019.

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Materiali per viaggiare dal Wukan al Périgord, passando per le Americhe, in gilet.

In Sulla contraddizione, il Grande Timoniere, il compagno Mao, scrive: «Le contraddizioni economiche fra città e campagna, tanto nella società capitalistica (dove la città, controllata dalla borghesia, depreda spietatamente la campagna) quanto in Cina nelle regioni dominate dal Kuomintang (dove la città, controllata dall’imperialismo straniero e dalla grande borghesia dei compradores, saccheggia la campagna con una ferocia inaudita), sono estremamente antagonistiche». Distinguendo tra contraddizioni antagonistiche e non, Mao colloca quella tra città e campagna non solo come antagonista, ma come estremamente antagonista. È una contraddizione strategica, che sarà da guida per la Lunga Marcia dell’Armata rossa cinese: dal 1927, i comunisti erano praticamente scomparsi dalle città cinesi, e l’Armata rossa cinese impiegò 370 giorni (dal 16 ottobre 1934 al 22 ottobre 1935) per passare dal Jiangxi, una provincia meridionale, allo Shaanxi, una provincia nord-occidentale, percorrendo circa 12.000 chilometri, sfuggendo all’accerchiamento dell’esercito nazionalista del Kuomintang e resistendo. In un certo senso, Mao “tradirà” più tardi le campagne con il suo Grande balzo in avanti, un processo di collettivizzazione e industrializzazione forzata dal 1958 al 1961 che provocherà, insieme a una sfortunata serie di catastrofi naturali, una grande carestia e un infragilimento generale del paese, che verrà rovesciato solo con l’arrivo al potere di Deng Xiaoping nel 1978. Ma un lascito delle contraddizioni estremamente antagoniste tra città e campagna in Cina dev’essere rimasto: nel 2016, il tribunale di Foshan (Guangdong), ha condannato a 37 mesi di carcere e 200mila yuan di multa Lin Zuluan, ex capo del villaggio di Wukan: nel settembre del 2011 cinquemila persone si riversarono per le strade della cittadina, nella ricca provincia meridionale del Guangdong, protestando contro le requisizioni arbitrarie delle terre. Un documento contro i sequestri dei terreni era stato firmato da 4500 cittadini e contadini locali. Gli espropri, senza compensazioni, avevano riguardato almeno 12mila residenti. Secondo il ministero dell’Interno cinese, nel 2003 si erano verificate circa 20mila ribellioni contadine. Nel 2004 erano diventate 74mila. Nel 2005, 87mila. Negli anni successivi, le forze di sicurezza cinesi hanno dovuto far fronte a quasi 100mila ribellioni contadine all’anno. Nel 2010, gli “incidenti di massa” furono 180mila. Da allora il governo ha smesso di pubblicare le statistiche. I contadini cinesi vanno scomparendo, e con loro la contraddizione antagonista città-campagna?

Nel 2016, alle elezioni presidenziali americane Hillary Clinton raccolse quasi tre milioni di voti in più di Trump: 65.844.594, ovvero il 48,2 percento, contro 62.979.616 voti, il 46,1 percento. Prese però solo 232 grandi elettori (ogni Stato ha un numero di grandi elettori, e sono loro che eleggono il presidente) contro i 306 di Trump – uno squilibrio tra voto popolare e voto indiretto più che evidente: la California, la settima potenza industriale al mondo e uno degli Stati più popolosi, ha un numero sproporzionatamente basso di grandi elettori. Le quasi 500 contee che votarono Hillary Clinton nel 2016 producono il 64 percento del prodotto interno lordo del Paese, contro il 36 percento delle quasi 2600 contee di Trump (contee spesso poco popolose); il 78 percento delle fasce più povere non ha votato. Decisivo è stato il successo in Pennsylvania, Ohio, Michigan e Wisconsin, considerate quattro roccaforti del Partito Democratico e che, insieme, costituiscono la cosiddetta Rust Belt, la “cintura della ruggine”, un tempo cuore dell’industria pesante statunitense e poi epicentro di una profonda crisi industriale. I repubblicani non vincevano in Pennsylvania dal 1988 e in Wisconsin dal 1984. Negli “urban cores”, nei grandi agglomerati urbani, i democratici hanno vinto con oltre l’85 percento; poi è stata una valanga repubblicana: suburbs e medium-sized city, 75 percento; small city, 85 percento; very small city, oltre l’85 percento; rural, oltre il 90 percento. Il voto in North Carolina rappresenta uno specchio fedele di quanto accaduto a livello generale: ha vinto a sorpresa Trump; il candidato repubblicano ha sconfitto nettamente la sua contendente nel voto rurale, con punte dell’80 percento, mentre la rappresentante dei democratici ha vinto nelle aree urbane, prendendo, però, tra il 5 e il 7 percento in meno rispetto a Obama quattro anni prima (fonte: Washington Post). È questa la spaccatura dentro gli Stati uniti, quella tra campagna (tra aree dismesse, abbandonate, arrugginite) e città.

In un certo senso – ma è solo un paradosso di provocazione concettuale – è come se la contraddizione estremamente antagonista tra città e campagna di cui parlava Mao, in una chiave di lettura anche contro l’imperialismo mondiale, per un verso venisse riattraversata da Trump e per un altro si fosse rovesciata nel suo contrario, nel nazionalismo. Durante la campagna per le mid-term di novembre scorso, Trump in un rally a Houston in Texas in appoggio alla candidatura di Ted Cruz, facendosi campione della lotta “alle città globali”, ha strillato: «You know what I am? I’m a nationalist». E mentre la folla acclamava, ha continuato: «I democratici radicali vogliono portare gli orologi indietro. Ripristinare il comando dei globalisti corrotti e assetati di potere. You know what a globalist is? You know what a globalist is? Sai cos’è un globalista? Un globalista è una persona che vuole che il globo stia bene, e non si preoccupa più di tanto del nostro paese. And you know what, we can’t have that. E sai una cosa? Non possiamo permettercelo. I’m a nationalist. Nationalist. Nothing wrong. Use that word. Use that word».

Perché la destra, oggi, interpreta meglio questo tempo? Come è potuto accadere che la contraddizione antagonista liberazione nazionale/imperialismo, quella della lotta al colonialismo – del panarabismo, dei fronti di liberazione nazionale, degli eserciti di liberazione nazionale, della guerriglia antimperialista, dall’Egitto all’Algeria, dal Vietnam all’Africa, dall’America latina alla Cambogia – si sia cristallizzata nella contraddizione nazionalismo/globalismo? Ernesto Arajuo, lunga carriera diplomatica alle spalle, ora ministro degli Esteri del nuovo presidente del Brasile Jair Bolsonaro, può scrivere così nel suo blog Metapolítica 17 – CONTRA O GLOBALISMO: «Quiero ayudar a Brasil y al mundo a librarse de la ideología globalista. Globalismo es la globalización económica que pasó a ser comandada por el marxismo cultural». Ecco, la relazione fatale: globalismo e marxismo, che è il sottosopra della relazione tra internazionalismo e marxismo. Araújo descrive il “globalismo” come un “sistema antihumano y anticristiano” e ovviamente odia «el tercermundismo automático, la adhesión a las discusiones abortistas y anticristianas en los foros multilaterales, y la destrucción de la identidad de los pueblos mediante la inmigración ilimitada». Infine, è certo che «la fe en Cristo significa luchar contra el globalismo, cuyo objetivo final es romper la conexión entre Dios y el hombre, para convertir al hombre en esclavo y a Dios en irrelevante». Anche la teologia della liberazione è rovesciata qui come un calzino. Cristo – l’irriso rex iudaeorum, com’è scritto sulla croce – sembra farsi sovranista, ma non solo del regno dei cieli, che in fondo gli appartiene, ma di ogni maledetta nazione.

Classificazione di Urban Cores, Suburbs & Exurbs: Gli ultimi dati, per il 2011 (dal 2009-2013 American Community Survey) indicano che il 15% della popolazione vive nei nuclei urbani delle 52 grandi aree metropolitane (quelle con più di 1 milione di abitanti). Il nucleo urbano è definito dallo sviluppo urbano e da stili di vita simili a quelli prevalenti prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Molte città centrali, come Los Angeles, Seattle, Portland, Phoenix, Kansas City, Indianapolis e altre, hanno vaste aree di sviluppo suburbano dal dopoguerra, con alloggi separati e un quasi monopolio delle automobili per la mobilità. Complessivamente, le città centrali sono per il 42 percento nucleo urbano e per il 58 percento suburbano e extraurbano. Il termine “città principali” è stato coniato dall’Ufficio di gestione e bilancio prima del censimento del 2000 per riconoscere che le città americane erano diventate policentriche nei loro modelli di occupazione. Tutte le “città centrali” precedentemente designate sono le città principali, ma molti altri comuni sono stati aggiunti per il loro numero di posti di lavoro in luoghi di grandi dimensioni, principalmente suburbani. Gli esempi includono Aurora nell’area di Denver, Arlington nell’area di Dallas-Fort Worth, Mesa nell’area di Phoenix, White Plains nell’area di New York e Fountain Valley nell’area di Los Angeles. Le città principali oltre alle città centrali hanno una popolazione che è l’8 percento di nucleo urbano e il 92 percento di periferia e extraurbano. Dopo la Seconda guerra mondiale, la costruzione di case suburbane si espanse e la proprietà dell’automobile divenne quasi universale. La proprietà delle automobili è cresciuta così tanto che la percentuale di lavoratori a basso reddito che usano le auto per andare a lavoro è quasi uguale alla popolazione complessiva degli stessi. Nelle 51 grandi aree metropolitane della nazione (più di 1.000.000 di abitanti), il 76,3 percento degli occupati a basso reddito utilizza l’auto per andare al lavoro, tre volte quella di tutte le altre modalità combinate (trasporto, a piedi, altro). Effettivamente, questo dato è inferiore all’83,3 percento di tutti gli occupati che usano le auto per il viaggio di lavoro, ma molto più di quanto ci si aspetterebbe, specialmente tra coloro che credono che il trasporto sia il principale mezzo di mobilità per i cittadini a basso reddito. Complessivamente, 8 volte il numero di cittadini a basso reddito si spostano in auto piuttosto che per trasporto. Sono definiti cittadini a reddito più basso gli occupati che guadagnano meno di 15,000 dollari all’anno, ovvero circa la metà del guadagno medio per dipendente che è di 29,701 dollari l’anno. Forse la cosa più sorprendente è il fatto che solo il 9,6 percento dei cittadini a basso reddito utilizza il trasporto per andare al lavoro. Questo dato non è molto più alto del 7,9 percento di tutti i lavoratori nelle aree metropolitane che usano il trasporto. (fonti: huffington post e new geography)

Diagonale delle basse densità: La diagonale delle basse densità è una rappresentazione semplificata dei territori meno popolati rispetto alla media francese, formando una banda che attraversa il paese da nord-est a sud-ovest. La preoccupazione per la Francia “vuota” risale alla fine del XIX secolo, e è rimasta forte, anche dopo la fine dell’esodo rurale. Questa diagonale collega una serie di territori, dalla foresta delle Ardenne alle Landes della Guascogna – attraversando la Champagne, il Gâtinais, la Puisaye, il Sancerrois, il Berry, la Sologne, il Bourbonnais, la Marche, le Combrailles, il Limousin, il Périgord e il Quercy. Per alcuni di questi spazi, la bassa densità non è incompatibile con una certa centralità: le aziende della Champagne sono fortemente collegate all’Europa e al mondo attraverso la commercializzazione di una rinomata produzione agricola. La diagonale include agglomerati non trascurabili come Reims o Limoges, che hanno servizi di alto livello come un’università. Tuttavia, alcuni dei territori sopra menzionati sono in dismissione. (fonte: géoconfluences)

Condito in tutte le salse per anni, il concetto multiuso di “Francia periferica” è servito a molti media come prima chiave di lettura del movimento dei gilet gialli. Niente però di più falso: nei bacini della protesta troviamo allo stesso tempo luoghi di deindustrializzazione e crocevia del mondo suburbano modellati dall’influenza delle metropoli. Da lì arrivano attivisti eterogenei, che si ritrovano più d’accordo su una certa idea di giustizia fiscale che su un definito radicamento territoriale. C’è, ovviamente, un fattore geografico per giustificare l’idea di un’opposizione tra metropoli privilegiate e Francia periferica: quello della distanza e del costo crescente del carburante man mano che ci si allontana dai centri di agglomerazione. Tuttavia, diverse analisi hanno dimostrato che la mobilitazione dei gilet gialli non è in realtà proporzionale alla distanza dai centri delle grandi città. Al contrario, è strettamente legata alle metropoli: i luoghi della mobilitazione sono, quasi tutti, inscritti nelle “corone periurbane”, questi territori rurali che sono fuori dalle aree edificate, ma sotto la dipendenza immediata delle città per il lavoro e per i servizi di intermediazione. Non ci sono quasi punti di mobilitazione in Borgogna, nel Poitou o nel Massiccio Centrale, dalla Haute-Loire a Tarn e in Corrèze. Non sono i più poveri che si sono mobilitati: per essere in grado di mobilitarsi sulle questioni del carburante, è necessario essere motorizzati e avere un motivo per lo spostamento, cioè in generale un lavoro. La Francia più povera, va ricordato, è anzitutto intraurbana, e non è questa Francia che sembra esprimersi, la cui sofferenza è purtroppo ancora al di sotto della posta messa in gioco dai gilet gialli. Al contrario, la Francia periurbana è quella che ha potuto optare per un alloggio fuori città e ha un lavoro: il reddito medio delle aree periurbane è, in generale, superiore alla media nazionale e i tassi di disoccupazione e i tassi di povertà sono i più bassi del paese. Al “vincolo” di periferia, si può aggiungere – con cautela – un’altra sovrarappresentazione geografica, se si confrontano il numero dei posti di blocco con il peso demografico delle città: i piccoli centri industriali colpiti dalla deindustrializzazione. Anche questi hanno una propria corona periurbana; ma c’è anche un contesto sfavorevole di paura per l’occupazione, con redditi più modesti della media. Si tratta di quelle città lasciate ai margini delle dinamiche metropolitane che generano inoltre, in media, più forti sentimenti di insoddisfazione per le condizioni di vita: non è il rurale né il cuore delle grandi città, ma piccoli centri che guardano con perplessità la riduzione dei servizi pubblici proprio mentre il loro sforzo fiscale dovrebbe rafforzarli. La fragilità sociale di queste piccole città industriose si manifesta per la loro elevata mobilitazione nel Nord Est, nella bassa Senna o nella zona est di Parigi, ma anche da Fos-sur-Mer a La Ciotat, o nei vecchi poli industriali e del tessile di Roanne o Montluçon. È difficile andare oltre nell’interpretazione geografica del movimento dei gilet gialli. In effetti, non vi è alcun determinismo sui luoghi. In una società che è diventata molto mobile, le disuguaglianze sono ovunque: «Gli stili di vita stanno confondendo le carte, ricomponendo categorie territoriali. I gilet gialli non sono rurali o peri-urbani, sono allo stesso tempo residenti peri-urbani, utenti o dipendenti dei servizi della città e degli ex abitanti o attuali consumatori delle metropoli», dice Daniel Béhar . L’idea di “Francia periferica” sarebbe quindi uno specchio rassicurante di autoidentificazione binaria, di fronte a una società che non è più così. In effetti, la grande ricchezza può essere rurale e remota: alcune località turistiche o villaggi gentrificati non rappresentano un problema per coloro che hanno i mezzi di trasporto. Lo spazio peri-urbano in sé è altamente segmentato socialmente, le “corone” di Parigi ovest o Lione ovest sono particolarmente benestanti, respingendo le categorie socio-professionali inferiori a confini più lontani, o verso est. Infine, non tutte le piccole città sono in crisi, e alcune beneficiano, soprattutto nel sud-ovest del territorio, della “circolazione invisibile della ricchezza” e dei contributi redistributivi dall’economia residenziale. (fonte: AOC media)

Dice Christophe Guilluy, geografo: «Les territoires n’existent pas, ce qui existe ce sont les gens qui vivent sur les territoires». Beh, io non sono d’accordo. I territori esistono, così come le persone che li vivono.

Nicotera, 15 dicembre 2018

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