Sessant’anni fa, gennaio 1959: Fidel entra a Santiago.

Il due di gennaio del 1959, le colonne dei barbudos guidate dai comandanti Guevara e Cienfuegos entravano all’Avana, mentre Fidel prendeva Santiago: la rivoluzione cubana aveva vinto.
Il primo di gennaio di quest’anno, Jair Bolsonaro ha giurato da presidente del Brasile. Due eventi così distanti, così opposti – l’uno, una lotta di liberazione per la democrazia, la libertà, migliori condizioni di vita, che cercava una propria strada, un proprio modello in un mondo spietatamente diviso a metà, tra Stati uniti e Russia; l’altro, il sequestro di ogni libertà, venato da un’istanza di giustizialismo e di ordine, che adora Trump e il trumpismo – che raccontano meglio d’ogni altra cosa quel che è accaduto, quel che sta accadendo in quell’enorme continente che è l’America. E non solo quella latina.
Il primo Summit delle Americhe fu quello di Simón Bolívar, el Libertador. Era il 1826. E il grande condottiero convocò le nazioni che si erano appena scrollate di dosso il giogo spagnolo a Panama, per provare a federarsi e costituire un’unione. In realtà, si era sviluppato un enorme dibattito sull’assetto politico e istituzionale che si sarebbero dovuto dare le terre che intanto venivano liberate. La guerra contro gli spagnoli era ancora in corso. C’era un nuovo immenso continente che aveva vissuto secoli di colonialismo e ora si affacciava alla democrazia e alla libertà. Al nord, tredici colonie si erano ribellate al dominio inglese e avevano costituito la prima federazione della storia: gli Stati uniti d’America. Erano loro l’esempio da seguire. Si poteva fare lo stesso al sud? Bolívar lo pensava, ma si scontrava con tutti quelli che invece, per le proprie ambizioni o per altre ragioni, preferivano il “modello europeo”, quello degli Stati nazionali. Molti erano sospettosi verso gli Stati uniti, e temevano, dopo essersi sottratti al giogo della Spagna, che le nuove nazioni sarebbero finite sotto un nuovo potere dominante.
Il Congresso di Panama – parteciparono il Guatemala (all’epoca comprendeva i paesi oggi corrispondenti a El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Guatemala, Belize e Honduras), il Messico, la Grande Colombia (all’epoca comprendeva i paesi oggi corrispondenti a Panama, Colombia, Venezuela, Ecuador) e il Perù – fu un fiasco. E le cose presero la piega che sapete. Chissà quale sarebbe stata la storia se fossero nati gli Stati uniti d’America del Sud?
L’età media della popolazione dell’America del Nord è tra i trentasei e i quarantadue anni, e in America Latina e nei Carabi, invece, tra i ventiquattro e i trentotto. Dwight “Ike” Eisenhower impose il primo embargo commerciale nel 1960 e ruppe le relazioni diplomatiche con Cuba nel gennaio 1961, poche settimane prima di lasciare la presidenza. E l’invasione della Baia dei Porci, programmata nel 1960 durante l’amministrazione Eisenhower dal direttore della Cia Allen Dulles e sostenuta da Richard Nixon, allora vicepresidente, venne lanciata nell’aprile 1961, neanche tre mesi dopo l’insediamento di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza. La Cia aveva addestrato esuli cubani e mercenari per invadere Cuba e rovesciare il governo di Castro. Fu un fallimento. Castro si era rivolto a Chruscev per installare dei missili a Cuba e gli americani lo scopersero e iniziò una crisi che durò tredici giorni e il mondo fu sull’orlo della guerra nucleare e papa Giovanni si spese non poco per la pace e poi i sovietici ritirarono le testate in cambio di una formale dichiarazione di Kennedy che non avrebbe più provato a rovesciare il regime cubano, beh era l’ottobre 1962.
Ci hanno provato seicentotrentotto volte, gli americani, a uccidere Castro. Ci hanno provato col veleno nei sigari, con la muta subacquea infettata da funghi killer, con i cecchini e con i mafiosi. Dal 1959 non hanno fatto altro, gli americani, che provare a farlo fuori. Sono queste le “radici” di eventi che Obama considerava di un altro tempo. Di un altro mondo. A relic, una reliquia, un cimelio. È tempo, adesso, disse nell’informale stretta di mano con Raul Castro, in mezzo a una folla di presenti tra i quali il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, di iniziare «a new chapter among the nations of the Americas», un nuovo capitolo tra nazioni delle Americhe. A Panama (oh, Bolivar), nel 2015 – «Sono lieto che Cuba sia rappresentata tra noi in questo Summit per la prima volta». Intendeva, Obama, fare piazza pulita di una questione che ha pesato su una serie di presidenti americani, anche se mai esplicitata chiaramente. «Certe controversie datano prima che io nascessi, come se fossimo bloccati nel tempo, indietro agli anni Cinquanta, alla diplomazia delle cannoniere, e agli “Yankee” e alla Guerra fredda, e questo e quello e altro».
Ma ora Obama non c’è più, ora c’è Trump. Stanno tornando gli anni Cinquanta?
«La historia me absolverá» – concluse così la propria arringa difensiva, vero atto d’accusa contro il golpe del 10 marzo 1952 e la dittatura a Cuba, il giovane Fidel, citando Tommaso d’Aquino, John Locke e Martin Lutero, non certo Marx o Lenin, dopo il disastroso attacco alla caserma Moncada il 26 luglio 1953 in cui morirono ottanta uomini, armati per lo più di fucili da caccia, dopo di che erano fuggiti sulla Sierra e erano stati poi catturati, e che pure divenne l’atto fondativo della rivoluzione cubana. Raccontò al processo: «Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupò il Palazzo di Giustizia; e a me toccò attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto…».
La storia lo assolverà? I comunisti cubani sono una razza strana: quando arrestano l’avvocato Fidel Castro in Messico nel 1956 nel campo di Santa Rosa, insieme al Che e altri compagni che si andavano preparando per lo sbarco a Cuba, Batista, il dittatore cubano, ne vuole l’estradizione, perché teme “un complotto comunista”. Fidel scriverà allora una lunga lettera al settimanale «Bohemia», per spiegare perché lui non sarà mai comunista, ricordando che era stato proprio Batista, nel 1940, il candidato ufficiale del Partito comunista cubano, e che in quel momento al governo ci sono ministri comunisti. Il fatto è che una razza strana erano i comunisti sudamericani: rigidi come soldatini di piombo, obbedienti a Mosca perinde ac cadaver, guarderanno sempre con malcelato fastidio alla rivoluzione cubana, quando non con ostilità. E Fidel poi si rimangerà tutto. E che poteva fare se il mondo era diviso a metà e o stavi di qua o stavi di là, e se quelli con la bandiera a stelle e strisce, gli americani, ti organizzano con la peggiore feccia della terra lo sbarco alla Baia dei Porci per rovesciarti e provano mille modi per farti fuori, allora non ti restano che quelli con la bandiera rossa, i russi, per sopravvivere? Canna da zucchero in cambio di petrolio. Diventerà una condanna – la monocultura sarà sempre la tragedia di ogni tentativo di riscatto sudamericano, anche quando assumerà il colore nero del petrolio come in Venezuela o in Brasile. L’avvocato Castro e il dottore Guevara ne erano consapevoli e immaginavano tutta una fioritura di imprese e attività. Ma come fai se tutto intorno hai l’embargo e l’unica cosa che vogliono i russi – gli unici alleati che hai – è la canna da zucchero? Così, comunista, Fidel, c’è diventato per conseguenza. Per via della canna da zucchero, si potrebbe dire.
La storia lo assolverà? La luna di miele è finita da un pezzo. «Cuba me duele», ha scritto il grande Eduardo Galeano. Il regime per un lungo periodo è diventato paranoico, vedeva nemici ovunque e l’unica risposta che trovava era stringere ancora di più diritti e libertà e sbattere in prigione qualunque voce di dissenso e di opposizione, come fossero tutti mafiosi della Florida prezzolati per rovesciare Castro. Ma qualcuno può pensare che cinquantasei anni di embargo, invasioni mercenarie, attacchi terroristi e trame d’ogni tipo possono aver dato qualche ragione alla leadership cubana per diventare paranoica. Assediata per cinquantasei anni dall’ingombrante vicino del nord, Cuba ha comunque raggiunto nel campo della scuola e della sanità standard da primo mondo pur stando nel terzo mondo. La mortalità infantile e l’alfabetizzazione hanno tassi identici a quelli americani, e il numero di alunni per classe è un terzo di quelli della Gran Bretagna, mentre, per dire, a Haiti, supportata per anni dagli Stati uniti, l’analfabetismo e la mortalità infantile registrano tassi dieci volte più alti. Cuba ha sviluppato un sistema sanitario, una ricerca biotecnologica e farmaceutica, considerata dagli stessi americani ai primi livelli dell’America latina. Fino a non molto tempo fa, cinquantamila medici cubani lavoravano gratuitamente in novantatré paesi del mondo e ogni anno circa mille studenti del terzo mondo ricevevano una gratuita formazione universitaria. Qualcuno può credere che questi numeri sarebbero migliori se l’isola fosse tornata nelle mani dell’opposizione sostenuta dai nostalgici di Miami, dagli eredi e parenti dei proprietari delle aziende agricole, delle fabbriche e dei bordelli che Castro e il Che e Camilo Cienfuegos e i loro compagni espropriarono, che dalla Florida hanno tramato per anni per potersi riprendere la loro roba? Com’è strana la storia: la lotta alla corruzione del regime di Batista – che aveva fatto di Cuba il “cortile di casa” della mafia, con i suoi casinò e il gioco d’azzardo e l’Avana poco più di una Las Vegas, e delle aziende americane di lavorazione della frutta che compravano presidenti a un tanto al chilo – fu una motivazione fortissima della rivoluzione dei barbudos: la lotta alla corruzione è il refrain oggi di Bolsonaro. È il mondo intorno, intanto, che è cambiato.
Ma Cuba è anche el Che. E fu proprio quella morte in una boscaglia della Bolivia nel 1967 a rendere il Che un guerrigliero del mondo, quella sua volontà di non fermarsi, di non trincerarsi nel “socialismo in un solo paese” – il realismo staliniano. Era bello, era romantico, la sua storia infiammò gli animi dei giovani degli anni Settanta del Novecento in tutto il mondo. Mille fuochi di guerriglia.
Gli intellettuali europei facevano la fila per visitare Cuba. Ah, la lunga coda degli intellettuali europei per incontrare el Che, sembrava di stare non al Malecon ma sulla Rive Gauche. Avevano cominciato Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, febbraio 1960 – tristi, tristissimi orfani del comunismo russo virato nell’orrore dello stalinismo e che ora finalmente avevano trovato il rivoluzionario capace di tenere testa all’imperialismo americano. Sartre scrisse: «È la luna di miele della Rivoluzione». Forse queste rivoluzioni, “povere”, di contadini, sembravano riscattare quella, “operaia”, che aveva finito con il seppellire l’Urss sotto una cortina d’acciaio. La classe operaia s’è imborghesita, ha sposato l’american way of life, l’uomo ha ormai una sola dimensione, l’aveva detto un filosofo di Berkeley di origini tedesche, e c’era da credergli. Gli studenti di tutto il mondo si fecero avanti per essere loro la classe rivoluzionaria – d’altronde non lo erano stati anche per tutte le rivoluzioni nazionali dell’Ottocento? Se c’era un’immagine di rivoluzionario il più lontana possibile da quella del bolscevico, funzionario della rivoluzione, questa era quella del barbudo guevarista.
Guevara non appartenne più a Cuba dal momento della sua morte – certo, a Cuba continuano a adorarlo. Ma da quando le sue mani furono crudelmente mozzate a La Higuera, Bolivia, e il suo corpo esposto perché non ci fossero dubbi, la sua leggenda divenne presto patrimonio del mondo, patrimonio di ogni rivolta.
Cuba è viva. Vivrà.

Nicotera, 2 gennaio 2019
pubblicato su «il dubbio», quotidiano del 3 gennaio 2019.

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