Vi racconto la mia scuola, anni Sessanta.

A me ha detto sfiga, io sono di quella generazione che gli esami li ha fatti tutti, che era rimasta intrappolata nella lettera dell’articolo 33 della Costituzione: «È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale». Perciò, proprio tutti i gradi – dalle elementari alle medie, dalle medie per accedere al liceo – e mi sono fatto pure il latino alle medie, in seconda e terza. E pure la versione dall’italiano al latino, mi sono fatto (oltre quelle dal latino e dal greco all’italiano) alla maturità. E mi sono perso la riforma della scuola media (legge n.1859 del 31 dicembre 1962, quando finalmente Dc e Psi si misero d’accordo) che aumentava le classi miste maschili e femminili – noi eravamo tutti maschietti, i masculi ccu i masculi, i fimmini ccu i fimmini, e non facevamo che sbucciarci le ginocchia e i gomiti e prenderci a pugni nel naso. Mi è andata bene solo alle elementari, che facevo la Montessori (ne porto ancora tutti i segni), però avevo il grembiule a quadretti colorati e non il pastrano nero e c’erano dei tavolini bassi e piccoli e non quei banchi enormi e scuri, e venivano psicologi e pedagoghi e aspiranti maestre e era tutto un frullare di oh e ah – ma la maestra menava lo stesso, quando non c’erano gli oh e gli ah, e nascondeva sta sferza lunga di legno in uno sfiatatoio dell’aria e quando lo scoprii gliela nascosi e quando lo scoprì lei che ero stato io me ne diede tante, di quelle bacchettate sulle mani, che levati – che, insomma, un po’ scapocchio ero pure da piccolo eh.
Perciò, alla maturità prima che facessero la riforma, io portavo tutte le materie: quattro scritti in quattro giorni, orale su tutte le materie degli ultimi due anni di liceo, un solo membro interno, riparazioni a settembre. Un incubo. Mi andò bene. «Navis quae in flumine magna est in mari parvula est; gubernaculum quod alteri navi magnum alteri exiguum est. Tu nunc in provincia, licet contemnas ipse te, magnus es». È Seneca, le Lettere, e lo so ancora tradurre: «La nave che nel fiume ti sembra grande, in mare ti appare piccola; un timone che può essere grande per una nave, è piccolo per un’altra. Ora tu in provincia, anche se ti compiaci a sminuirti, rimani grande». Ne ho fatto una massima di vita, non mi sono quasi mai spostato dalla provincia e dai paesi del sud. Per dire poi, come ti rimangono impresse le cose. Ma avevo avuto un grande allenamento: il mio professore di latino e greco – un uomo imponente, dal naso antico, un volto virile, un doppiopetto liso che ci potevi leggere la trama di vetustà gloriose, che andava in giro per il mondo a vincere certamen internazionali di latino, per cui incuteva gran rispetto e gran terrore – ci chiamava alla cattedra per tradurre “all’impronta”, senza vocabolario. I nostri siparietti erano di questo tipo, dopo lettura di un testo e traduzione lì per lì, che io abborracciavo: «Caminiti, lei mette sempre troppi avverbi, i greci no» – dove forse c’era un sottinteso di filosofia della vita e della morte, e l’antichità e la decadenza. Ma io, che tendevo a ammischiarla: «È che cerco di tradurre modernamente». E lui: «Un altro avverbio, Caminiti, vede?»
Le tracce di italiano erano tre: la prima: «Significato storico e valore perenne del monito che il Berchet rivolse agli scrittori del suo tempo: “Rendetevi coevi al secolo vostro”»; la seconda: «Congresso di Vienna del 1814-15; pace di Versaglia del 1919; due diversi assetti d’Europa: quali?»; la terza: «Passo da interpretare di Leopardi dal titolo: “Piccolezza e grandezza dell’uomo”». C’era scritto proprio così: Versaglia, non Versailles. Io non me lo ricordo quale tema scelsi. Però mi ricordo che la citazione del Berchet non mi sembrò del tutto estranea a quello che era accaduto al liceo Berchet di Milano.
Il 26 gennaio 1968 era un venerdì. E quella mattina si sarebbe dovuta svolgere l’elezione dei parlamentini scolastici, che mimavano i partiti, e successe, invece, che tutti quelli che, per voce comune, sarebbero stati eletti, facevano un passo indietro, rinunciavano. E avevano convocato un’assemblea in palestra. Le classi si svuotarono e la palestra si riempì: e ci fu una votazione e tutti i ragazzi dissero SI, sì all’assemblea, NO ai parlamentini. Dissero: sciopero, e fu il primo in Europa degli studenti medi. Può sembrare niente, ora, e invece era un ribaltamento: tra quei ragazzi, c’era la futura classe dirigente “coltivata e destinata” di Milano, e non solo. Ecco perché mi sembrò un “ammiccamento” quella traccia di tema. Poche settimane dopo l’assemblea del Berchet, il 6 marzo, l’altro pezzo di élite futura di Milano, il liceo Parini, occupò il proprio istituto. E venne la polizia, e i ragazzi bloccavano i cancelli, e quelli picchiavano con i manganelli sulle mani: vinsero i poliziotti, quel giorno. Ma ormai stava arrivando la valanga.
Il Parini, era stato, solo due anni prima, al centro di un “caso” nazionale. Il 14 febbraio del 1966 gli studenti Marco De Poli, Claudia Beltramo e Marco Sassano, animatori del giornale studentesco «La Zanzara», hanno l’idea di redigere l’inchiesta «Che cosa pensano le ragazze d’oggi». Al centro dell’inchiesta, il ruolo della donna nella società e questioni come l’educazione sessuale nelle scuole, la legittimità o meno dell’uso di contraccettivi e i rapporti prematrimoniali. L’inchiesta diventa una “bomba”, che occupa le prime pagine dei giornali e il dibattito politico e spacca il Paese in due, tra colpevolisti, con la Democrazia cristiana e Movimento sociale italiano appaiati, e innocentisti, la sinistra e cattolici i progressisti, che si mobilitano a difesa dei tre studenti. Il 16 marzo i tre giovani redattori vengono convocati in Questura e denunciati per stampa oscena e corruzione di minorenni. Il giudice – seguendo una legge fascista – ordina di sottoporli a visita medica per «verificare la presenza di tare fisiche e psicologiche». Claudia Beltramo si oppone e pretende di vedere un avvocato. Lo scandalo prenderà forma con un processo per direttissima ai tre giovani. Al processo partecipano oltre quattrocento giornalisti di testate italiane e straniere, mentre nelle strade migliaia di studenti scendono in piazza in segno di protesta, per la prima volta dal dopoguerra. Marco De Poli, Claudia Beltramo e Marco Sassano saranno assolti il 2 aprile 1966, ma le polemiche non si fermeranno.
C’era questo nell’aria – e c’era stata la mobilitazione per l’alluvione di Firenze del 1966, e c’era il Vietnam, e il Che, e Berkeley e il Maggio francese – e c’era stata la Lettera a una professoressa di don Milani. In classe con me c’erano i Gianni (figli di operai) e c’erano i Pierini (figli di avvocati, notai, dottori, commercianti) – e benché si stesse in banchi affiancati la distinzione di classe c’era, eccome. Così, io portavo ancora tutte le materie alla maturità: quattro scritti in quattro giorni, orale su tutte le materie degli ultimi due anni di liceo, un solo membro interno, riparazioni a settembre. Un incubo. Mi andò bene, ma era una roulette russa. Per dire, a Umberto Eco non andò bene, scrisse otto pagine per il suo tema d’italiano ma si ebbe solo un voto discreto. E cito Eco – chissà quanti altri letterati e intellettuali sudarono agli esami di Stato o non eccelsero – perché «da grande» pubblicò poi Come si scrive una tesi di laurea, che fu un buon successo editoriale, un longseller che si vende ancora adesso, e figurarsi se non aveva il suo manuale per sfangare gli esami di maturità alla grande, eppure.
Però, ci dovete capire a noi, che facevamo gli esami “alla vecchia maniera”: tra noi maturandi giravano le voci più assurde, che in filosofia ti potevano chiedere di: “Esporre nell’ordine, come le indica Hegel, le categorie della logica”, oppure, in italiano: “Siamo nel Paradiso, l’incontro tra Dante e Cacciaguida: quando è nato Cacciaguida? E mi elenchi tutti i discendenti da Cacciaguida fino a Dante”, oppure in latino: “Di quanti libri è composto il poema di Apollonio Rodio? E quanti versi in tutto comprende?”. C’erano anche le leggende di riscatto; tipo, che a un professore della commissione che aveva chiesto: “Come si chiamava il cane di Pascoli?”, la candidata aveva risposto: “Ma lei lo sa come si chiama il gatto di Ungaretti?” Beh, era il Sessantotto, no?
L’esame di maturità fu introdotto nel 1923 da Giovanni Gentile, nell’ambito della sua riforma della scuola, «la più fascista delle riforme», come la definì Mussolini. Consisteva in quattro prove scritte più l’orale sul programma degli ultimi tre anni. La commissione chiamata a giudicare era composta interamente da docenti esterni nominati dal ministro e venivano assegnati tanti voti quante le materie affrontate. Erano anche previsti gli esami di riparazione. Nella prima sessione il 75 percento dei candidati risultarono bocciati. Ci fu un gran malumore dei gerarchi e dei genitori, e allora si provò a intervenire per smussare. Nel 1937 Cesare Maria De Vecchi riduce il programma d’esame a quello dell’ultimo anno e nel 1940 Giuseppe Bottai introduce i “giudici naturali”, ovvero la commissione è composta dai docenti dei candidati e solo il presidente (un professore universitario) e vicepresidente (un preside) sono di nomina ministeriale. Ma c’è la guerra e non si cambia nulla. Con Guido Gonnella nel 1947 si ritorna alla forma ante-guerra con due piccole modifiche, ovvero l’introduzione di commissari interni accanto a quelli esterni e la limitazione dei programmi agli ultimi due anni.
Nel 1969 cambiò tutto. Fiorentino Sullo nel 1969 (decreto legge del 15 febbraio), cinquant’anni fa, propone gli esami facilitati: solo due prove scritte, una fissa di italiano e una specifica in funzione del tipo di istituto; una prova orale che verteva su due materie scelte (una dallo studente e una dal gruppo di professori) fra un gruppo di quattro indicate anticipatamente dal ministero della Pubblica istruzione; aboliti gli esami di riparazione mentre è introdotto il giudizio di ammissione del consiglio di classe. Il punteggio finale è complessivo e è in sessantesimi. Inoltre con la liberalizzazione degli accessi agli studi universitari l’esame è esteso a tutti i corsi di studio dei cicli quadriennali e quinquennali di istruzione secondaria superiore (prima era in vigore solo nei licei). Questa formula, che sarebbe dovuta essere una sperimentazione dalla durata di soli due anni, ne durò trenta.
Le tracce di italiano di quell’anno furono quattro, a “tema libero”, e recitavano più o meno così: 1) i ragazzi oggi nel mondo, come si trovano, cosa pensi di poter fare per cambiarlo; 2) come la intendereste voi, una letteratura a sfondo sociale?; 3) la natura da difendere; 4) com’è l’Europa unita e quali possono essere le concrete realizzazioni di oggi e quelle che si potranno attuare un domani.
Insomma, lo vedete da voi: una pacchia. Ma la scuola diventava finalmente di massa, e lo studio un diritto. Cinquant’anni fa.

Nicotera, 22 febbraio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 23 febbraio 2019.

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Iran, quarant’anni fa: la rivoluzione tradita.

«L’islam – che non è semplicemente religione, ma modo di vita, appartenenza a una storia e a una civiltà – rischia di costituire una gigantesca polveriera, formata da centinaia di milioni di uomini. Da ieri ogni Stato musulmano può essere rivoluzionato dall’interno, cominciando dalle sue tradizioni secolari». È il 26 febbraio 1979 e Michel Foucault, il filosofo francese, manda il suo ultimo reportage dall’Iran – sono nove gli articoli che avrà inviato, per il «Corriere della Sera» e «le Nouvel Observateur», dal settembre dell’anno prima, quando sono iniziate le rivolte contro lo scià Reza Pahlavi, il re dei re. E più che un reportage, questa sembra una terribile profezia.
Dell’Iran Foucault non si occuperà più, ma gli verrà rimproverato a lungo questo suo “appassionamento”, questo “orientalismo”, questo suo non rendersi conto, almeno apparentemente, che dietro quella sollevazione popolare andava tessendosi la tela di un potere religioso teocratico, dai connotati medievali. Eppure, in un articolo per «Le Monde» del maggio 1979 (Inutile de se soulever? Insorgere è inutile?) scriveva: «Non vi è nulla di vergognoso nel cambiare opinione: ma non c’è nessuna ragione di dire che si cambia quando oggi si è contro le mani tagliate, dopo essere stati, ieri, contro le torture della Savak… Le sollevazioni appartengono alla storia. Ma, in qualche modo, le sfuggono. Il movimento per cui un uomo solo, un gruppo, una minoranza o un popolo intero dice: “Non ubbidisco più” e, di fronte a un potere che giudica ingiusto, rischia la sua vita – questo movimento mi sembra irriducibile… Enigma della sollevazione. Per chi cercava in Iran, non le “ragioni profonde” del movimento, ma il modo in cui questo era vissuto, per chi tentava di comprendere che cosa passasse nella testa di quegli uomini e di quelle donne quando rischiavano la loro vita, un elemento era sorprendente. Essi inscrivevano la loro fame, le loro umiliazioni, il loro odio nei confronti del regime e la loro volontà di ribaltarlo ai confini del cielo e della terra, in una storia sognata che era sia religiosa sia politica. Si scontravano con i Pahlavi, in una partita in cui ognuno giocava con la vita e la morte, ma anche con sacrifici e promesse millenari. Cosicché, in realtà, le celebri manifestazioni che hanno avuto una parte tanto importante, potevano contemporaneamente rispondere alla minaccia dell’esercito (fino a paralizzarlo), seguire il ritmo delle cerimonie religiose e, infine, rimandare a una drammaturgia senza tempo, in cui il potere è sempre maledetto… La spiritualità a cui si riferiscono coloro che stavano per morire non è paragonabile al governo cruento di un clero integralista. I religiosi iraniani vogliono legalizzare il loro regime attraverso i significati della sollevazione. Squalificando la sollevazione perché oggi c’è un governo di mullahs, ci comportiamo come loro. In entrambi i casi si ha “paura”. Paura di quello che è appena successo l’anno scorso in Iran e di cui il mondo non aveva dato esempi da molto tempo».
Era stato questo perciò lo “scandalo” della rivoluzione iraniana per Foucault, che a migliaia fossero stati pronti a immolarsi, a affrontare a mani nude l’esercito più potente del Medioriente, in nome non d’un ayatollah, d’un profeta, d’una religione, ma di una “spiritualità politica”, quella spiritualità politica che s’era irrimediabilmente perduta in occidente.
A settembre di quell’anno, anche Oriana Fallaci andò in Iran e a Qom, la città santa dove viveva Khomeyni, intervistò l’ayatollah, il Capo Supremo. Nel 1973 la Fallaci aveva intervistato lo Scià e gli aveva chiesto conto dei suoi misfatti, tanto che quello le chiese se per caso non fosse sulla lista nera. Durante la Rivoluzione quell’intervista era diventata un libretto clandestino da agitare come un manifesto, e per questo Khomeyni ora la riceveva: «Mi esaminano: eppure il mio abbigliamento è in regola: più che a un essere umano assomiglio a un fagotto. Sui pantaloni neri e la camicetta nera indosso un mantello nero, il collo e i capelli sono ben nascosti da un foulard nero annodato al mento, e sopra tutto questo ho il chador. Nero, s’intende».
Ne venne fuori, per il «Corriere della Sera», un reportage durissimo: «Il suo ritratto è ovunque, come una volta il ritratto dello Scià. Ti insegue nelle strade, nei negozi, negli alberghi, negli uffici, nei cortei, alla televisione, al bazaar: da qualsiasi parte tu cerchi riparo non sfuggi all’incubo di quel volto severo ed iroso, quei terribili occhi che vegliano ghiacci sull’osservanza di leggi copiate o ispirate da un libro di millequattrocento anni fa… Alle undici di sera la città tace, deserta, e non rimane aperto neanche un caffè; ballare è proibito, visto che per ballare bisogna più o meno abbracciarsi. È proibito anche nuotare, visto che per nuotare bisogna più o meno spogliarsi… Le libertà sessuali, inutile dirlo, sono crimini da punire col plotone di esecuzione: non passa giorno senza che la stampa dia la notizia di qualche adultera fucilata… Si fucilano anche gli omosessuali, le prostitute, i lenoni… Il suo nome è sulla bocca di tutti, ossessivamente, sia che venga pronunciato con amore sia che venga sibilato con odio… Eppure è troppo presto per dire che si tratta di una rivoluzione fallita, esplosa per sostituire un despota con un altro despota. Ed è addirittura azzardato concludere che non si tratta di una rivoluzione bensì di una involuzione, quindi tante creature son crepate per nulla, al-tempo-dello-Scià-era-meglio. I grandi capovolgimenti conducono sempre ad eccessi, estremismi fanatici, interregni caotici: la Francia non ci dette forse il Terrore? E una rivoluzione è avvenuta: religiosa, non libertaria. Per questo non la riconosciamo, e ce ne inorridiamo. Per questo ne siamo delusi. Bisogna tentar di capire. Bisogna ascoltare chi risponde con le lacrime in gola che sì, al tempo dello Scià si poteva bere il vino e la birra e la vodka e lo whisky, però si torturavano gli arrestati con sevizie da Medioevo; si poteva ballare e nuotare in costume da bagno e lavarsi i capelli dal parrucchiere, però dagli elicotteri si gettavano i prigionieri politici nel lago Salato; non si fucilavano gli omosessuali, le prostitute, le adultere, però si massacrava la gente nelle piazze e si viveva solo per vendere il petrolio agli europei. Soprattutto bisogna prestare orecchio a chi ci ricorda che esistono realtà diverse dalle nostre, e vie diverse dalle nostre per correggere quelle realtà… ».
L’intervista finì con un mezzo incidente. La Fallaci farà le sue scomode domande, parlerà di fascismo, dispotismo e dittatura e il Capo Supremo risponderà sempre, senza mai guardarla negli occhi, che tiene abbassati a fissarsi le dita, finché gli osserverà che non si può nuotare con il chador e Khomeyni le dirà: «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non la riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene». E allora, racconterà, «indignata, getterò via il chador e aprirò il mantello e sposterò il foulard chiedendogli se una donna che ha sempre vissuto senza quei cenci da medioevo gli sembra una vecchiaccia poco perbene. E lui mi avvolgerà in un lungo sguardo indagatore da cui mi sentirò spogliata».
L’intervista, e l’incidente, accrescerà il prestigio internazionale della Fallaci, ma siamo certo ancora lontani dagli ultimi suoi testi, dopo l’11 settembre, sempre per il «Corriere», che verranno poi raccolti ne La rabbia e l’orgoglio, anche se forse proprio in quei giorni se ne possono ritrovare le radici.
Nel presentare il suo ultimo libro, La Rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq, Antonello Sacchetti dice: «Khomeyni aveva bene in mente il suo programma rivoluzionario visto che aveva definito il “Governo islamico” in un libro scritto, anni prima. Erano gli altri rivoluzionari ad avere le idee confuse. Khomeyni, con grande scaltrezza, si guardò bene dal dichiarare, apertamente, quali fossero i suoi reali obiettivi, quale fosse l’idea di Stato che aveva in mente. Quindi si può parlare di successo per Khomeyni, perché alla fine è prevalsa la sua fazione, e si è realizzato il suo disegno politico. Per lui la Repubblica islamica rappresentava un progetto, invece per una parte dei suoi alleati, la repubblica islamica era, soltanto, uno slogan indefinito dai contenuti incerti. Khomeyni vince perché riesce a intercettare l’unica volontà comune di tutti i rivoluzionari, cioè cacciare lo scià. In questo è il più intransigente, il più netto di tutti. Se all’inizio del 1978 si parla di riforme della Costituzione, e poi di una eventuale abdicazione di Mohammad Reza Pahlavi, è solo dall’estate in poi che si parla di cacciare lo scià, e poi – in un secondo momento – di istituire una “Repubblica islamica”. Il repubblicanesimo in Iran non aveva una storia, una tradizione. È un concetto che la rivoluzione ingloba e promuove in tempi rapidissimi. L’islamizzazione della neonata repubblica avverrà molto velocemente, proprio perché il progetto di Khomeyni era strutturato e, perfettamente, in linea con la cultura tradizionale del Paese…».
E a proposito della lunga e sanguinosissima guerra Iran-Iraq l’ultima guerra convenzionale del XX secolo, l’ultima, cioè, a essere combattuta dagli eserciti di due Stati nazionali l’un contro l’altro armati, Sacchetti dice: «Senza la rivoluzione non ci sarebbe stata la guerra, perché Saddam Hussein non avrebbe mai attaccato l’Iran monarchico, e perché, senza la guerra, la rivoluzione avrebbe avuto, probabilmente, un corso diverso. Così come le rivoluzioni francese e russa, anche quella iraniana, una volta aggredita, si ricompatta. È una storia drammatica, terribile ma, assolutamente imprescindibile, per capire la rivoluzione oltre che la storia attuale dell’Iran. La guerra è il mito fondante della rivoluzione: i murales delle città iraniane omaggiano, quasi sempre, i martiri della guerra non quelli della rivolta contro lo scià».
Dal 1941 al 1979 a governare l’Iran era stato lo scià Reza Pahlevi, che aveva ereditato la carica dal padre, Reza I, costretto ad abdicare nel 1941 durante la Seconda Guerra Mondiale da inglesi e russi, per il timore che allineasse il suo paese, ricco di petrolio, alla Germania nazista. Alla fine della guerra il Regno Unito, che era stato la potenza dominante in Medioriente fino a quel momento, decise di disimpegnarsi. Gli Stati Uniti avevano bisogno di un alleato in quell’area strategica e scelsero l’Iran dello scià. L’alleanza con gli Stati Uniti divenne fondamentale nel 1953, quando lo scià riprese il controllo del paese con un colpo di stato contro il nazionalista Mohammed Mossadegh, che, due giorni dopo essere diventato primo ministro nel 1951, aveva nazionalizzato la Anglo-Iranian Oil Company, la prima volta che una grande compagnia petrolifera veniva sfidata apertamente da un paese produttore di petrolio. Il Regno Unito ruppe le relazioni diplomatiche con l’Iran, e nel 1953, con l’insediamento di Eisenhower alla Casa Bianca, anche gli Stati Uniti decisero di agire. Nel febbraio 1953, americani e inglesi approfittarono della confusione in cui versava il paese per una serie di manifestazioni indette dal Tudeh (il partito comunista iraniano), mentre lo scià abbandonava il paese, e il generale Zahedi (appoggiato dagli stranieri) obbligava alla resa Mossadegh. Lo scià tornò nel suo regno. L’Iran si affermava come stato produttore ed esportatore di petrolio: con i soldi guadagnati dalla vendita del greggio si compravano sempre più armi, principalmente dagli Stati Uniti, trasformando l’esercito iraniano nel più forte di tutto il Medioriente. Quello era l’Iran che garbava agli americani. Dal 1963 al 1979 lo scià promosse la “rivoluzione bianca”, un programma di modernizzazione, appoggiato dagli americani, presto accusato di essere una “occidentalizzazione” di facciata, soprattutto dai religiosi. I sontuosi festeggiamenti per i 2500 anni della monarchia persiana nel 1971 erano costati alle casse dello Stato 250 milioni di dollari. Al crescente malcontento della popolazione, le cui condizioni di povertà si erano aggravate negli ultimi anni, il sovrano decise di rispondere con la forza. Negli anni Settanta la polizia segreta (Savak) compì arresti in massa, migliaia di cittadini vennero torturati e molti, a migliaia, vennero uccisi. Nel 1975 lo scià dichiarò illegali tutti i partiti politici, dissolvendo di fatto ogni forma di opposizione legale e favorendo la nascita di movimenti clandestini di resistenza.
Tra le voci del clero che più si alzarono contro lo scià ci fu quella di Khomeyni – esiliato prima in Iraq a Najaf e poi a Parigi. Da Parigi, le sue infuocate invettive, diffuse in Iran con le audiocassette, divennero la scintilla che incendiava la prateria. Fu proprio una serie di attacchi da parte di giornali di regime contro Khomeyni che innescarono le prime manifestazioni. Il primo febbraio 1979, accolto da circa tre milioni di persone, quando lo scià se n’era già andato dal paese – morirà poco dopo al Cairo, per una grave malattia – Khomeyni rientrava in patria.
Dice Sacchetti: «Per quanto riguarda il futuro politico del Paese, mi viene soltanto da raccomandare grande prudenza nelle previsioni. La Repubblica islamica ha dimostrato in questi quarant’anni una resilienza, assolutamente, imprevedibile. La stessa è stata data per spacciata tante volte, invece, questo sistema ha superato molti ostacoli ed è sopravvissuto a un passaggio epocale come la fine della Guerra Fredda che, direttamente o indirettamente, ha ridisegnato la mappa del Medioriente».

Nicotera, 30 gennaio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 31 gennaio 2019.

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