Vi racconto la mia scuola, anni Sessanta.

A me ha detto sfiga, io sono di quella generazione che gli esami li ha fatti tutti, che era rimasta intrappolata nella lettera dell’articolo 33 della Costituzione: «È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale». Perciò, proprio tutti i gradi – dalle elementari alle medie, dalle medie per accedere al liceo – e mi sono fatto pure il latino alle medie, in seconda e terza. E pure la versione dall’italiano al latino, mi sono fatto (oltre quelle dal latino e dal greco all’italiano) alla maturità. E mi sono perso la riforma della scuola media (legge n.1859 del 31 dicembre 1962, quando finalmente Dc e Psi si misero d’accordo) che aumentava le classi miste maschili e femminili – noi eravamo tutti maschietti, i masculi ccu i masculi, i fimmini ccu i fimmini, e non facevamo che sbucciarci le ginocchia e i gomiti e prenderci a pugni nel naso. Mi è andata bene solo alle elementari, che facevo la Montessori (ne porto ancora tutti i segni), però avevo il grembiule a quadretti colorati e non il pastrano nero e c’erano dei tavolini bassi e piccoli e non quei banchi enormi e scuri, e venivano psicologi e pedagoghi e aspiranti maestre e era tutto un frullare di oh e ah – ma la maestra menava lo stesso, quando non c’erano gli oh e gli ah, e nascondeva sta sferza lunga di legno in uno sfiatatoio dell’aria e quando lo scoprii gliela nascosi e quando lo scoprì lei che ero stato io me ne diede tante, di quelle bacchettate sulle mani, che levati – che, insomma, un po’ scapocchio ero pure da piccolo eh.
Perciò, alla maturità prima che facessero la riforma, io portavo tutte le materie: quattro scritti in quattro giorni, orale su tutte le materie degli ultimi due anni di liceo, un solo membro interno, riparazioni a settembre. Un incubo. Mi andò bene. «Navis quae in flumine magna est in mari parvula est; gubernaculum quod alteri navi magnum alteri exiguum est. Tu nunc in provincia, licet contemnas ipse te, magnus es». È Seneca, le Lettere, e lo so ancora tradurre: «La nave che nel fiume ti sembra grande, in mare ti appare piccola; un timone che può essere grande per una nave, è piccolo per un’altra. Ora tu in provincia, anche se ti compiaci a sminuirti, rimani grande». Ne ho fatto una massima di vita, non mi sono quasi mai spostato dalla provincia e dai paesi del sud. Per dire poi, come ti rimangono impresse le cose. Ma avevo avuto un grande allenamento: il mio professore di latino e greco – un uomo imponente, dal naso antico, un volto virile, un doppiopetto liso che ci potevi leggere la trama di vetustà gloriose, che andava in giro per il mondo a vincere certamen internazionali di latino, per cui incuteva gran rispetto e gran terrore – ci chiamava alla cattedra per tradurre “all’impronta”, senza vocabolario. I nostri siparietti erano di questo tipo, dopo lettura di un testo e traduzione lì per lì, che io abborracciavo: «Caminiti, lei mette sempre troppi avverbi, i greci no» – dove forse c’era un sottinteso di filosofia della vita e della morte, e l’antichità e la decadenza. Ma io, che tendevo a ammischiarla: «È che cerco di tradurre modernamente». E lui: «Un altro avverbio, Caminiti, vede?»
Le tracce di italiano erano tre: la prima: «Significato storico e valore perenne del monito che il Berchet rivolse agli scrittori del suo tempo: “Rendetevi coevi al secolo vostro”»; la seconda: «Congresso di Vienna del 1814-15; pace di Versaglia del 1919; due diversi assetti d’Europa: quali?»; la terza: «Passo da interpretare di Leopardi dal titolo: “Piccolezza e grandezza dell’uomo”». C’era scritto proprio così: Versaglia, non Versailles. Io non me lo ricordo quale tema scelsi. Però mi ricordo che la citazione del Berchet non mi sembrò del tutto estranea a quello che era accaduto al liceo Berchet di Milano.
Il 26 gennaio 1968 era un venerdì. E quella mattina si sarebbe dovuta svolgere l’elezione dei parlamentini scolastici, che mimavano i partiti, e successe, invece, che tutti quelli che, per voce comune, sarebbero stati eletti, facevano un passo indietro, rinunciavano. E avevano convocato un’assemblea in palestra. Le classi si svuotarono e la palestra si riempì: e ci fu una votazione e tutti i ragazzi dissero SI, sì all’assemblea, NO ai parlamentini. Dissero: sciopero, e fu il primo in Europa degli studenti medi. Può sembrare niente, ora, e invece era un ribaltamento: tra quei ragazzi, c’era la futura classe dirigente “coltivata e destinata” di Milano, e non solo. Ecco perché mi sembrò un “ammiccamento” quella traccia di tema. Poche settimane dopo l’assemblea del Berchet, il 6 marzo, l’altro pezzo di élite futura di Milano, il liceo Parini, occupò il proprio istituto. E venne la polizia, e i ragazzi bloccavano i cancelli, e quelli picchiavano con i manganelli sulle mani: vinsero i poliziotti, quel giorno. Ma ormai stava arrivando la valanga.
Il Parini, era stato, solo due anni prima, al centro di un “caso” nazionale. Il 14 febbraio del 1966 gli studenti Marco De Poli, Claudia Beltramo e Marco Sassano, animatori del giornale studentesco «La Zanzara», hanno l’idea di redigere l’inchiesta «Che cosa pensano le ragazze d’oggi». Al centro dell’inchiesta, il ruolo della donna nella società e questioni come l’educazione sessuale nelle scuole, la legittimità o meno dell’uso di contraccettivi e i rapporti prematrimoniali. L’inchiesta diventa una “bomba”, che occupa le prime pagine dei giornali e il dibattito politico e spacca il Paese in due, tra colpevolisti, con la Democrazia cristiana e Movimento sociale italiano appaiati, e innocentisti, la sinistra e cattolici i progressisti, che si mobilitano a difesa dei tre studenti. Il 16 marzo i tre giovani redattori vengono convocati in Questura e denunciati per stampa oscena e corruzione di minorenni. Il giudice – seguendo una legge fascista – ordina di sottoporli a visita medica per «verificare la presenza di tare fisiche e psicologiche». Claudia Beltramo si oppone e pretende di vedere un avvocato. Lo scandalo prenderà forma con un processo per direttissima ai tre giovani. Al processo partecipano oltre quattrocento giornalisti di testate italiane e straniere, mentre nelle strade migliaia di studenti scendono in piazza in segno di protesta, per la prima volta dal dopoguerra. Marco De Poli, Claudia Beltramo e Marco Sassano saranno assolti il 2 aprile 1966, ma le polemiche non si fermeranno.
C’era questo nell’aria – e c’era stata la mobilitazione per l’alluvione di Firenze del 1966, e c’era il Vietnam, e il Che, e Berkeley e il Maggio francese – e c’era stata la Lettera a una professoressa di don Milani. In classe con me c’erano i Gianni (figli di operai) e c’erano i Pierini (figli di avvocati, notai, dottori, commercianti) – e benché si stesse in banchi affiancati la distinzione di classe c’era, eccome. Così, io portavo ancora tutte le materie alla maturità: quattro scritti in quattro giorni, orale su tutte le materie degli ultimi due anni di liceo, un solo membro interno, riparazioni a settembre. Un incubo. Mi andò bene, ma era una roulette russa. Per dire, a Umberto Eco non andò bene, scrisse otto pagine per il suo tema d’italiano ma si ebbe solo un voto discreto. E cito Eco – chissà quanti altri letterati e intellettuali sudarono agli esami di Stato o non eccelsero – perché «da grande» pubblicò poi Come si scrive una tesi di laurea, che fu un buon successo editoriale, un longseller che si vende ancora adesso, e figurarsi se non aveva il suo manuale per sfangare gli esami di maturità alla grande, eppure.
Però, ci dovete capire a noi, che facevamo gli esami “alla vecchia maniera”: tra noi maturandi giravano le voci più assurde, che in filosofia ti potevano chiedere di: “Esporre nell’ordine, come le indica Hegel, le categorie della logica”, oppure, in italiano: “Siamo nel Paradiso, l’incontro tra Dante e Cacciaguida: quando è nato Cacciaguida? E mi elenchi tutti i discendenti da Cacciaguida fino a Dante”, oppure in latino: “Di quanti libri è composto il poema di Apollonio Rodio? E quanti versi in tutto comprende?”. C’erano anche le leggende di riscatto; tipo, che a un professore della commissione che aveva chiesto: “Come si chiamava il cane di Pascoli?”, la candidata aveva risposto: “Ma lei lo sa come si chiama il gatto di Ungaretti?” Beh, era il Sessantotto, no?
L’esame di maturità fu introdotto nel 1923 da Giovanni Gentile, nell’ambito della sua riforma della scuola, «la più fascista delle riforme», come la definì Mussolini. Consisteva in quattro prove scritte più l’orale sul programma degli ultimi tre anni. La commissione chiamata a giudicare era composta interamente da docenti esterni nominati dal ministro e venivano assegnati tanti voti quante le materie affrontate. Erano anche previsti gli esami di riparazione. Nella prima sessione il 75 percento dei candidati risultarono bocciati. Ci fu un gran malumore dei gerarchi e dei genitori, e allora si provò a intervenire per smussare. Nel 1937 Cesare Maria De Vecchi riduce il programma d’esame a quello dell’ultimo anno e nel 1940 Giuseppe Bottai introduce i “giudici naturali”, ovvero la commissione è composta dai docenti dei candidati e solo il presidente (un professore universitario) e vicepresidente (un preside) sono di nomina ministeriale. Ma c’è la guerra e non si cambia nulla. Con Guido Gonnella nel 1947 si ritorna alla forma ante-guerra con due piccole modifiche, ovvero l’introduzione di commissari interni accanto a quelli esterni e la limitazione dei programmi agli ultimi due anni.
Nel 1969 cambiò tutto. Fiorentino Sullo nel 1969 (decreto legge del 15 febbraio), cinquant’anni fa, propone gli esami facilitati: solo due prove scritte, una fissa di italiano e una specifica in funzione del tipo di istituto; una prova orale che verteva su due materie scelte (una dallo studente e una dal gruppo di professori) fra un gruppo di quattro indicate anticipatamente dal ministero della Pubblica istruzione; aboliti gli esami di riparazione mentre è introdotto il giudizio di ammissione del consiglio di classe. Il punteggio finale è complessivo e è in sessantesimi. Inoltre con la liberalizzazione degli accessi agli studi universitari l’esame è esteso a tutti i corsi di studio dei cicli quadriennali e quinquennali di istruzione secondaria superiore (prima era in vigore solo nei licei). Questa formula, che sarebbe dovuta essere una sperimentazione dalla durata di soli due anni, ne durò trenta.
Le tracce di italiano di quell’anno furono quattro, a “tema libero”, e recitavano più o meno così: 1) i ragazzi oggi nel mondo, come si trovano, cosa pensi di poter fare per cambiarlo; 2) come la intendereste voi, una letteratura a sfondo sociale?; 3) la natura da difendere; 4) com’è l’Europa unita e quali possono essere le concrete realizzazioni di oggi e quelle che si potranno attuare un domani.
Insomma, lo vedete da voi: una pacchia. Ma la scuola diventava finalmente di massa, e lo studio un diritto. Cinquant’anni fa.

Nicotera, 22 febbraio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 23 febbraio 2019.

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