Resistere resistere resistere – per trovare una soluzione politica alla guerra.

Non capisco la dicotomia argomentativa – la considero artefatta – tra l’empatia e la lucidità, come se chi disperatamente si angosciasse dopo Bucha e insistesse sulla resistenza ucraina sia solo agitato dal cuore, e quindi annebbiato, e quelli che freddamente ma razionalmente parlano di pace siano invece mossi dalla ragione. È un giochetto linguistico, rassicurante. La resistenza ucraina all’aggressione russa è lucida – e semmai proprio appellarsi alla “pace” appartiene al pensiero magico mentre i rapporti di forza, le “cose reali” si vanno delineando sul campo. È un mantra, non una proposta politica, istituzionale, diplomatica, geografica.
Ogni giorno che passa dall’inizio della guerra, gli orrori dell’invasione si spiattellano sotto i nostri occhi – l’assedio di Mariupol, per dire, che è un crimine contro l’umanità. E la reazione è: o quella era una soubrette, o i morti erano pochi e è tutta una sceneggiata o perché c’era il battaglione Azov (l’Azov è sempre l’unico argomento insistito, ormai come una litania: bombe su Kiev? E allora, l’Azov. Assedio Mariupol? E allora, l’Azov – ora pro nobis). Certo che quanto più gli orrori si mostrano tanto più sentiamo l’urgenza che la guerra finisca, per non dovere assistere a altre mostruosità (Odessa? E allora, l’Azov) ma perché la guerra finisca deve esserci uno che vince e uno che perde o tutt’e due devono arrivare a un punto tale che entrambi stiano perdendo e convenga trattare. La prima ipotesi (che uno solo vinca) è perseguita insieme dai due “poli” apparentemente più distanti, i belligeranti a oltranza (che forse sognano di buttare giù Putin, come accadde con i generali argentini dopo le Falklands, e rinverdire i fasti della Iron lady Thatcher) e dai pacifisti a oltranza, anche se cambiano i soggetti che devono perdere o vincere (per i belligeranti a oltranza deve perdere Putin, per i pacifisti a oltranza deve perdere Zelensky). Differiscono sui tempi: i belligeranti a oltranza vogliono che la guerra duri più al lungo possibile (magari per mettere in crisi il Cremlino, sperando e operando per un qualche rivolgimento), i pacifisti a oltranza la vogliono più breve possibile (la resa immediata di Zelensky).
La resistenza invece è proprio l’unico modo di trovare una via d’uscita – fare cioè che nessuno dei due contendenti sia costretto a riconoscere al mondo e in patria di avere perso. E per dire che nessuno, militarmente, possa dire di avere perso bisogna anche trovare una via d’uscita politica, cioè istituzionale e diplomatica per i territori contesi. Non “cornering Putin” (metterlo nell’angolo) ma neppure “cornering Zelensky”. Certo, non è che Putin può riconoscere di non avere perso se, oltre a avere distrutto l’Ucraina, si porta a casa il Donbas, il Lugansk, il corridoio fino alla Crimea, la Crimea stessa e chissà Odessa. Si sgargarozzerebbe, altro che. E viceversa, non è che Zelensky può dire di non avere perso se tutto questo “pacchetto” va nelle mani russe, o se gli riesce di respingere i russi oltre ogni confine ucraino, e in questo caso si sgargarozzerebbe anche lui, altro che.
Bisogna quindi immaginare che la comunità internazionale, ma io direi soprattutto l’Europa e la Cina si muovano verso una “soluzione”. È vero che i cinesi stanno a guardare e non si spendono più di tanto, come è vero che per Zelensky sono gli americani il vero riferimento e non gli europei. Ma oltre a essere suicida stare a guardare o, per gli europei, andare al traino degli americani – è proprio in questo “sforzo comune” di Europa e Cina di uscire dal proprio collateralismo che potrebbe trovarsi lo spazio per una nuova geopolitica.
Una “soluzione” potrebbe essere rendere davvero autonomi quei territori, senza federarli a nessuno tranne che a se stessi e fare della comunità internazionale la garante di questa autonomia. Sarà, sarebbe, è una cosa complicatissima, per gli odi che si sono accumulati nella lunga guerra dal 2014 e esacerbati adesso. Ma al momento – pur rendendomi conto della sua enorme difficoltà – non riesco a vedere una via d’uscita diversa che ponga fine alla guerra. Convincere Putin a questo, può farlo solo la Cina. Convincere Zelensky a questo, può farlo solo l’Unione europea. Rompendo un proprio ruolo “subordinato”, inventando politica. Ma per arrivare a questo, non c’è altra strada che resistere resistere resistere. Non è certo Zelensky, il belligerante – questa è una guerra tra Russia e Usa, lo sappiamo tutti. Ma è anche una guerra che non conviene alla Cina e non conviene all’Europa. E più continua, e meno conviene.
Certo, c’è un rischio enorme per Putin, nel fermare la macchina della guerra, un rischio “in patria”, dove fiorisce il nazionalismo belligerante e porta a lui consenso, a stabilizzare il suo dominio. Come c’è un rischio enorme per Zelensky, trattando, per l’opposizione sicura del nazionalismo interno. Possiamo sperare e operare perché la statura mondiale di leader che la storia ha consegnato a entrambi riesca a fare premio sul “facile” nazionalismo. Per tutti – sia per chi si affronta in guerra sia per gli “operatori della pace” (Cina e Europa) – sarebbe una vittoria contro i nazionalismi, il pericolo più grande in questo momento per il mondo intero.
Spero di avere spiegato perché considero “la pace” come viene declinata adesso (brutalmente: la resa degli ucraini e la “cessione” di tutti i territori contesi) un pensiero politico fragile e del tutto vago. Come una danza della pioggia. Proprio come considero la belligeranza a oltranza lo spalancarsi di orrore senza fine.

Nicotera, 5 aprile 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 aprile 2022.

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