Ivan il Terribile, Pietro e Caterina la Grande: ecco il Pantheon di Putin.

È un po’ come se un presidente degli Stati uniti parlando all’annuale “Discorso sullo stato dell’Unione” dicesse – «Vedete americani, la verità è che George Washington ha sbagliato tutto, e pure Benjamin Franklin. Non vi dico poi Abramo Lincoln».
Però, con il discorso di Putin alla nazione, con cui ha spiegato la rava e la fava del perché riconosce le repubbliche del Donbass, è andata proprio così.
Putin – serissimo, come sempre ma più di sempre – inizia scandendo bene le parole: «La questione è molto seria e deve essere discussa in modo approfondito». È così che inizia la sua “lectio magistralis” di storia contemporanea: «L’Ucraina moderna è stata interamente creata dai bolscevichi, la Russia comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi compagni lo fecero in un modo estremamente duro per la Russia: separando, recidendo ciò che è storicamente terra russa».
E uno salta subito sulla sedia. Parole che suonano come strappate al Libro nero del comunismo, che andò di voga un venticinque fa e in cui la storia di “Lenin e dei suoi compagni” era diventata una lunga serie di repressione, crimini e terrore su larga scala. La storia sta davvero finendo e Putin è the last man standing – come recitava il famoso libro di Fukuyama? Riscrive in diretta la storia comunista dell’Unione sovietica, magari per dirci che sì, l’umanità ha come meta la democrazia liberale, abbandonando per strada monarchie, oligarchie, dittature, teocrazie, et voilà anche la Russia ci è arrivata? Non era questo, il sogno alla caduta del muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione sovietica? Non era questo, il sogno di Gorbaciov?
Macché. Putin riavvolge il nastro della storia: «Da tempo immemorabile, le persone che vivono nel sud-ovest di quella che storicamente è stata terra russa si definivano essi stessi russi e cristiani ortodossi. Questo era il caso prima del XVII secolo, quando una parte di questo territorio si unì allo stato russo, e dopo». Siamo, storicamente dalle parti di Ivan IV Vasil’evič, Ivan il Terribile, primo zar di tutte le Russie, e di Pietro Alekseevič Romanov, Pietro il Grande, primo imperatore di Russia. Ma non manca nemmeno Caterina: «Nel 2021, il cantiere navale del Mar Nero a Nikolayev ha cessato l’attività. I suoi primi approdi risalgono a Caterina la Grande». Eccolo, il Pantheon di Vladimir Vladimirovič Putin: Ivan, Petro e Caterina.
Niente bolscevichi – persino il trattato di Brest-Litovsk che Lenin volle a tutti i costi con la Germania per finire una guerra che troppi morti russi aveva provocato, viene criticato: «umiliante», viene definito. Cancellati dalla storia, ma non come faceva Stalin, che li sbianchettava dalle foto, man mano che i suoi vecchi compagni cadevano nella Grande Purga degli anni Trenta. No no, in diretta tv, sotto gli occhi del mondo.
Perché Putin ha bisogno di mettere sotto accusa la Rivoluzione russa del ’17 – quella che ha sostanzialmente creato l’Unione sovietica moderna? Perché egli critica il principio di “stato confederativo” – l’eccessiva autonomia che venne concessa dai bolscevichi alle multiple nazionalità che componevano l’ex impero russo che, va ricordato, copre un ottavo della superficie terrestre e ha undici fusi orari. È lì, in quella costituzione che sta il male che è venuto dopo. «Quando si tratta del destino storico della Russia e dei suoi popoli, i principi di sviluppo statale di Lenin non erano solo un errore; erano peggio di un errore, come si suol dire. Questo è diventato palesemente chiaro dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991». Insomma: è colpa di Lenin se la Russia si è sciolta come neve al sole.
Ma la critica si sposta su un piano “teorico” e morale, contro la corruzione invalsa in Ucraina per colpa dell’Occidente e contro la sua supposta “civilizzazione”: «Questa situazione pone la domanda: povertà, mancanza di opportunità e potenziale industriale e tecnologico perduto: è questa la scelta della “civilizzazione” filo-occidentale che usano da molti anni per ingannare milioni di persone con promesse di pascoli celesti?»
La Russia non sa che farsene della democrazia liberale, non sa che farsene del bolscevismo, non sa che farsene del confederalismo: la Russia è un impero. «Da tempo immemorabile» è così, il resto sono frattaglie della storia.
Abbiamo uno zar e un imperatore di tutte le Russie, nuovo di zecca: Vladimir Vladimirovič il Grande.

Nicotera, 22 febbraio 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 23 febbraio 2022.

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