Vivere con il fuoco. E raccontarlo.

Una scintilla può dar fuoco a tutta la prateria – si citava l’antico proverbio cinese nella «lettera scritta dal compagno Mao Tse-tung, per confutare certe vedute pessimiste esistenti allora nel partito», 5 gennaio 1930. Mao usò una parabola di cautela dei contadini, rovesciandola in una metafora della rivoluzione possibile.
Succede al fuoco – d’essere metafora. Dell’incendio rivoluzionario. O della passione amorosa: Il fuoco (1900) di D’Annunzio, con il rapporto sensuale e incandescente tra Stelio, diviso tra amore e arte, e la Foscarina – che riproduceva quello che era in quel momento la più chiacchierata liaison italiana, tra il Vate stesso e la grande attrice Eleonora Duse. Ma anche metafora del percorso di formazione: in Incendi, di Richard Ford si racconta di quando nell’estate del 1960 la città di Great Falls, Montana, fu circondata dal fuoco. Il fumo proveniente dalla foresta in fiamme coprì le montagne a sud, ovest e a est. Fu l’estate in cui il padre di Joe trasferì la famiglia nel Montana per non perdere l’occasione del boom petrolifero. Fu l’estate in cui il padre perse il lavoro al golf club e andò a combattere l’incendio. Fu l’estate in cui la madre di Joe incontrò Warren Miller e s’innamorò di lui. Fu l’estate in cui Joe si accorse che i genitori erano qualcosa di inesplicabile, come tutti. Oppure, metafora delle contraddizioni e del disfarsi della famiglia: come per Tanti piccoli fuochi, dell’americana Celeste Ng, che si apre con un dubbio incendio, o meglio con tanti piccoli fuochi appiccati per ogni stanza, in una casa dell’Ohio democratico del 1998, e la storia è quella delle scintille che possono nascere, innescando falò difficili da spegnere, tra genitori e figli.
D’altronde, nelle grandi pagine della letteratura, l’incendio assume sempre un ruolo catartico: nel Padiglione d’oro, Yukio Mishima racconta di un giovane monaco, balbuziente e dal viso repellente, preda di una devastante ossessione che lo spinge a odiare tutto ciò che è bello. E il piccolo tempio (Il padiglione d’oro) rappresenta per lui il compendio della bellezza. Sconta, Mizoguchi, il giovane monaco, non solo il proprio fisico sgraziato ma anche i tragici umori assorbiti durante gli anni di guerra e il disagio esistenziale del Giappone sconfitto e occupato dagli americani. A tutta quella bellezza, Mizoguchi darà fuoco.
E chi non ricorda l’incendio nella biblioteca del Nome della rosa di Eco, dove è custodito un manoscritto proibito, il secondo libro della Poetica di Aristotele, quello dedicato alla commedia e al riso, e il cieco Jorge de Burgos impiega ogni mezzo, fino all’assassinio, per impedire che sia letto. Chiuso nella vasta, labirintica biblioteca, il monaco assassino viene scoperto, ma prima di venir catturato, scaglia la lucerna sui preziosi codici che s’infiammano e propagano il fuoco all’intero edificio.
Nei capitoli dedicati all’incendio di Mosca, in Guerra e pace, con distaccato realismo, lontano dalla retorica della Grande guerra patriottica contro Napoleone, ecco come la racconta Tolstoj: «Mosca s’incendiò per causa delle pipe, delle cucine, per incuria dei soldati nemici, abitanti e non padroni delle case… Mosca doveva bruciare come deve bruciare ogni villaggio o casa di dove i padroni se ne vadano e in cui si lasci entrare gente estranea a cucinare la kasha. Mosca fu bruciata non da quelli abitanti che vi erano rimasti, bensì da quelli che ne erano partiti. Mosca, occupata dal nemico, non restò intatta come Berlino, Vienna e altre città, solo per il fatto che i suoi abitanti non recarono il pane e il sale e le chiavi ai francesi, ma se ne partirono…».
Ma la storia e la narrativa ci hanno consegnato anche “l’incendio che non ci fu”. Vale per Parigi brucia?, il romanzo di Larry Collins e Dominique Lapierre, poi film di René Clément (sceneggiatura di Francis Ford Coppola), in cui si racconta dell’agosto del 1944, quando le truppe alleate stanno per riprendere Parigi e Hitler ha chiesto al generale Choltitz, da lui nominato governatore della città, di bruciare Parigi, cosa che Choltitz non ordinerà. Il titolo del libro-film ripete la telefonata incompiuta che Hitler provava a fare al governatore, che intanto firmava la resa: Ist Paris verbrannt? (Parigi è bruciata?).
E poi, ci sono i grandi reportage. Joan Didion scrisse nel 1989 La stagione degli incendi: «Quella settimana del 1978 bruciarono circa quattordicimila ettari nella contea di Los Angeles. Nel 1968 ne erano bruciati più di trentaduemila. Nel 1970 cinquantatremila, venticinquemila nel 1979. Diciannovemila nel 1980, diciottomila nel 1982… In altre parole, gli incendi non sono un evento insolito per Los Angeles… Chiunque sia stato a Los Angeles durante la stagione degli incendi mastica quella lingua speciale – per esempio conosce la differenza tra un incendio “controllato” e un incendio che è stato semplicemente “contenuto”, conosce la differenza tra controllo “pieno” e “parziale”, sa che cosa vuol dire “controfuoco” e “linea di difesa”, e conosce la differenza tra un allarme con bandiera rossa e un avvertimento con bandiera rossa… Chi convive con gli incendi pensa molto a che cosa succederà “quando arriva l’incendio”, come recitano i volantini di istruzioni. Quei volantini, appesi su tutti i frigoriferi della contea di Los Angeles, non dicono mai “se”… Questa sarà la seconda stagione degli incendi in cui non tengo le fotografie in una scatola vicino alla porta, pronta a uscire quando divamperà l’incendio».
Dalle notizie di questi giorni, dall’Australia al Sud America, dall’Asia all’Africa, dalla Siberia al Canada, dalla Turchia all’Italia – il mondo sembra preda delle fiamme. E c’è poco qui da far metafora. Da millenni nella stagione degli incendi gli agricoltori africani danno fuoco per risparmiare fatica e rendere più fertile la terra – ma oggi è fuori controllo. Da millenni in Australia il bush si lascia bruciare: molte specie contengono oli e resine molto infiammabili, in modo da bruciare per bene e con fiamme molto intense quando arriva il fuoco e con i semi quasi completamente impermeabili al fuoco questo stratagemma è l’unico modo per riprodursi con successo sfruttando le condizioni ambientali avverse a proprio vantaggio – ma oggi è fuori controllo.
Forse dovremo imparare a convivere con gli incendi, come gli abitanti della contea di Los Angeles. Forse dovremo imparare a conoscere la differenza tra un allarme con bandiera rossa e un avvertimento con bandiera rossa. Forse conviene mettere le foto che ci sono più care in una scatola di cartone dietro la porta, pronti a scappare quando arriverà.

Nicotera, 13 agosto 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 14 agosto 2021.

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