A Tokyo si ripete il miracolo d’oro di Sara e Pietro.

Non portò molta fortuna al presidente americano Jimmy Carter il boicottaggio delle XXII Olimpiadi di Mosca del luglio 1980. D’altra parte l’Armata rossa, alla vigilia di Natale del dicembre ’79, era entrata in Afghanistan – e lui protestava, il mondo protestava e ai russi da un orecchio gli entrava e dall’altro gli usciva. E già c’era stato l’Iran, con la rivoluzione degli ayatollah, che se n’era scivolato via dall’influenza americana. E Carter non aveva potuto fare nulla. Anzi, fu proprio l’Iran in verità, con il sequestro degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran nel novembre 1979 e gli inutili tentativi di liberarli, che affossò Carter: gli ostaggi furono liberati il giorno del giuramento di Reagan, gennaio 1981, una vera beffa.
Insomma, a Carter venne questa brillante idea del boicottaggio. Ne parlò per primi con inglesi e canadesi, che si dissero d’accordo. Poi, le cose si complicarono: gli atleti inglesi non volevano saperne di non andare a Mosca e il Comitato olimpico fu dalla loro parte, ricordando che le manifestazioni olimpiche sono indette dal CIO, il comitato olimpico internazionale e non dalla nazione ospitante. Le cose presero una piega pesante: il ministro degli Esteri britannico del primo gabinetto Thatcher, Lord Peter Carrington, dichiarò durante una conferenza stampa ufficiale che gli atleti che si fossero recati a Mosca per prendere parte alle competizioni avrebbero fatto gli interessi dell’Unione Sovietica e sarebbero andati contro la stessa Gran Bretagna. Poi, le acque si calmarono. Alla fine furono 42 le nazioni che boicottarono i Giochi di Mosca. Altre nazioni europee decisero di partecipare ma senza il vessillo nazionale e senza sfilare durante la cerimonia di apertura. Che ebbe anche un’altra curiosità: le nazioni sfilarono secondo l’ordine dell’alfabeto cirillico, per evitare che la prima fosse proprio la delegazione dell’Afghanistan. L’Italia, che all’inizio aveva aderito al boicottaggio, decise di partecipare – non avrebbe mandato gli atleti affiliati a squadre sportive militari. E senza bandiera tricolore, ma solo con il vessillo olimpico. Un colpo di qua e un colpo di là. E così siamo a Mosca. 159 atleti: 121 uomini e 38 donne. Tra loro, Pietro Mennea e Sara Simeoni.
Pietro e Sara avevano già gareggiato insieme per l’Italia, agli Europei di Praga del 1978. Lì, Pietro aveva vinto i 100 e i 200 metri – confermandosi il miglior velocista europeo, l’erede di Valerij Borzov. Vince in 10 secondi e 27 i 100 metri, e in 20 secondi e 16 i 200, nuovo record europeo. Invece, per Sara era stata dura, perché si scontrava con la sua rivale di sempre, la tedesca dell’Est Rosemarie Ackermann, l’ultima al mondo che saltava ancora con lo stile ventrale. A Montreal, nel 1976, ai XXI Giochi olimpici, aveva vinto la medaglia d’oro e a Sara era toccato l’argento. A Berlino la Ackermann, nel 1977, aveva portato l’asticella a 2 metri, prima donna al mondo. Ma a Praga, Sara si era rifatta: prima con 2,01, nuovo record del mondo; la Ackermann seconda.
Poi, c’erano state le Universiadi di Città del Messico. A 2.250 metri. Pietro si concentra sui 200 metri. 12 settembre: in Messico era primo pomeriggio, le 15.15; in Italia le 23.15. Vento: 1,8 metri al secondo, regolare. Sulle gradinate dello stadio c’era poca gente, a casaccio qua e là. Quel giorno – con la pettorina numero 314 cucita sul petto – Mennea aveva 27 anni. Sghembo, ossuto, nervoso, un fascio di muscoli sempre in tensione, cominciò a correre nella corsia numero 4. Mennea aveva in mente una cosa sola: raggiungere il prima possibile la massima velocità e mantenerla: era nella seconda frazione che dava il meglio. Primi cento metri in 10’34; secondi cento metri in 9’38. Record del mondo: 19’72. Il primato precedente apparteneva all’americano Tommie Jet Smith – sì, quello che con John Carlos aveva alzato il pugno guantato di nero alle Olimpiadi del 1968 – che aveva fermato il cronometro a 19’83. Erano passati più di dieci anni. E sarebbe durato, quel record, fino al 1996, battuto da Michael Johnson.
L’uomo più veloce del mondo nell’intervista a caldo volle sottolineare con orgoglio e commozione che era di Barletta dove non c’era neppure una pista per correre e quando doveva allenarsi gareggiava contro cavalli e autovetture vincendo sempre ogni corsa. Mennea aveva i muscoli di seta, ma era di una volontà inflessibile, capace di allenarsi 12 ore al giorno, anche durante le feste comandate nel centro di Formia: a Natale e Pasqua gli facevano compagnia i camerieri. Lui era “la freccia del Sud”, e la freccia del Sud viaggia sempre.
A Sara, invece, quelle Universiadi non andarono granché bene: arrivò terza con un modesto 1,92. Ma non c’era la Ackermann. E senza la Ackermann che gara era?
Perciò, Mosca, Sara e Pietro.
La prima medaglia d’oro venne da Sara. Aveva ventisette anni e addosso una pressione enorme. Alle qualificazioni era passata con 1 metro e 88 e alla seconda prova. Era tesa. Sabato 26 luglio. A 1,88 esce di gara una delle favorite, l’ungherese Matay che aveva vinto le Universiadi di Città del Messico. 1,94 si rivelò una misura insormontabile per Rosemarie Ackermann, la rivale di sempre, ma penalizzata da diversi infortuni. A 1,94 ci fu quindi la certezza della medaglia, visto che valicata questa misura rimanevano in gara soltanto la Simeoni, la polacca Urszula Kielan e la tedesca dell’est Jutta Kirst. La Simeoni non aveva errori, però al contrario delle rivali, che oltretutto erano già sui propri limiti. Comunque Sara saltò 1,97 alla seconda prova, le avversarie nemmeno alla terza. Gioia enorme (era la seconda medaglia d’oro femminile dopo Ondina Valla, Berlino 1936, 80 ostacoli). Premiazione amara, nemmeno l’inno di Mameli.
E poi ci fu Pietro. È il 28 luglio. Stadio Lenin di Mosca. La temperatura era di 23 gradi e l’umidità del 56 per cento. Non c’era vento. In gara ci sono, tra gli altri, il campione olimpico uscente, il giamaicano Don Quarrie, e il campione in carica dei 100mt il britannico Alan Wells. A Pietro tocca l’ottava corsia, e non gli piace. Partono. L’ingegnere navale inglese Wells, un colosso di muscoli, schizza avanti. Alla curva siamo al disastro, Pietro beccheggia, mulina le braccia, la testa incassata nelle spalle. È ottavo, Wells è primo. Poi Pietro diventa sesto, poi quinto. Poi, la telecronaca di Paolo Rosi: «Recupera, recupera, recupera, recupera, recupera. Ha vinto, ha vinto». Due centesimi, 20.19 a 20.21 per Wells, ci basta così. Pietro alza l’indice al cielo.
Succede che miracoli si ripetano.

Nicotera, 2 agosto 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 3 agosto 2021.

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2 risposte a A Tokyo si ripete il miracolo d’oro di Sara e Pietro.

  1. Alessandro Montani ha detto:

    Sempre bello leggere di Sara Simeoni e Pietro Mennea. Sarà la nostalgia, sarà la passione per l’atletica, sarà che la gara di Praga la ricordo perfettamente nonostante avessi 6 anni, ma per me loro due rimangono gli atleti italiani più grandi di sempre.
    P.S. A Praga però Sara eguagliò il suo primato stabilito poche settimane prima a Brescia.

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