Dopo Toto Cutugno, i Maneskin.

Perché è un bravo ragazzo / e nessuno lo può negar. Come un sol uomo, la nazione tutta si stringe intorno a Damiano dei Maneskin, accusato di aver usato cocaina nella Green Room in attesa del risultato finale dell’Eurofestival. L’Italia chiamò: a parte i fan, pronti a marciare su Rotterdam, Cristiano Malgioglio tira giù le braghe e sfoggia un magnifico paio di boxer tricolori; Alessia Marcuzzi, Fabio Fazio, Amadeus, Selvaggia Lucarelli, Francesco Giorgino, per dirne solo alcuni – insomma, uomini di spettacolo e giornalisti seriosissimi – sono pronti a mettere la mano sul fuoco sull’integrità morale di questi ragazzi. Non poteva mancare la chiesa: don Dino Pirri, prete molto amato dai giovani perché diffonde il Vangelo anche sui social, è lapidario: «I Maneskin non sniffano». E se lo dicono i preti. E poi, c’è il sigillo governativo: l’account twitter ufficiale di Palazzo Chigi si congratula per la vittoria. Sventola il tricolore. Manuel Agnelli che li ha sempre sponsorizzati si spinge in una dichiarazione storica: «Da oggi non ci considereranno più solo pizza e mandolino».
D’altronde che siano proprio bravi ragazzi lo avevano già dimostrato – cambiando “le parolacce” di Zitti e buoni, come da regolamento del festival europeo; e ci hanno vinto il premio per il miglior testo, prima di vincere quello generale: così, il verso “Vi conviene toccarvi i co*ioni” è diventato “Vi conviene non fare più errori” mentre “Non sa di che cazo parla”, si è trasformato in un più pacifico “Non sa di che cosa parla”. I giurati hanno premiato le buone intenzioni.
E i francesi che s’incazzano – non dovrebbe stupirci più di tanto, lo fanno sempre quando le prendono da noi. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha auspicato l’effettuazione di un test antidroga da parte della band. Prima del voto del pubblico, Voilà di Barbara Pravi era alle spalle del brano presentato da Gjon’s Tears per la Svizzera. Al termine delle votazioni (giuria più pubblico) la Francia si è piazzata seconda. Però, gli svizzeri non hanno detto nulla. «Paris Match», uno dei settimanali francesi più diffusi, ci va giù d’accetta: «Va detto che le immagini non danno adito a dubbi, anche in mancanza di una prova formale». E i giornali che svolazzano. Il comunicato ufficiale dell’European Broadcasting Union consolida la tesi dei Maneskin: nella Green Room non è successo niente.
L’orgoglio italiano si ritrova dopo trentun anni – tanti ne sono passati dalla storica vittoria di Toto Cutugno, 1990, che a sua volta arrivava ventisei anni dopo la storica vittoria di Gigliola Cinquetti, 1964 – in una manifestazione che, per la verità, non è che abbiamo amato mai molto. Dal 1997 al 2011, l’Italia non ha partecipato all’Eurofestival: va detto che all’Eurofestival si entra e si esce con una certa frequenza, quest’anno erano assenti Armenia, Montenegro e Ungheria, che se c’erano chissà come finiva. Nel 1997 dovevano vincere i Jalisse – era quasi dato per certo. E invece arrivarono quarti, dietro la Turchia. Forse per ripicca poi vi rinunciammo – però a viale Mazzini non è che fossero proprio entusiasti dell’idea di poter vincere, che poi sarebbe toccato all’Italia organizzare e sono spese e pensieri, insomma. D’altra parte, già dal 1981 al 1983 la Rai aveva deciso di non partecipare, perché «la manifestazione era di scarso interesse». Mica siamo l’Albania, noi, che lo dà su tutti i canali disponibili.
L’Eurofestival è un po’ come Giochi senza frontiere, quel programma voluto dall’Unione europea che andò in onda dal 1965 al 1999, in cui cittadini di questa o quella città europea si sfidavano in giochi bizzarri, elaborazioni complicate di un “rubabandiera” dell’oratorio. Non è stato mai attraversato da polemiche particolari – tranne nel 1969 quando ben quattro nazioni arrivarono ex-aequo e tutte furono proclamate vincitrici e l’Austria si era rifiutata di partecipare perché si teneva nella «Spagna fascista». Neanche la vittoria della drag queen Conchita Wurst nel 2014, creò particolare scandalo. I tempi sono cambiati, signora mia.
Ma la droga, no.
Così, in uno strano rovesciamento delle cose, il rock diventa “pulito”: niente Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison e la lunga litania di band, dai Beatles ai Rolling, ai Sex Pistols impasticcati, bucati, pippati, ribelli. “Noi siamo contro la droga” – si affrettano a dire i Maneskin, pronti a effettuare un test, se necessario: siamo all’oratorio, no? «Mio papà, dice Damiano, mi ha rimproverato perché ieri l’ho fatto piangere per la seconda volta in un mese» – le due vittorie a filotto: Sanremo e Rotterdam. I figli so’ piezz’ ‘e core – si sa.
Comunque, abbiamo vinto qualche cosa. E nei tempi grami del covid, è un sollievo nazionale. L’Italia chiamò.

Nicotera, 24 maggio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 25 maggio 2021.

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