Quel giorno in Messico, in cui Peter il bianco scoprì i fratelli neri.

Lui, il bianco venuto dall’Australia far away, sembrava un nanetto, con il suo metro e settantotto e i suoi settanta chili circa vicino a quei due colossi d’ebano – ognuno oltre il metro e novanta e sopra gli ottanta chili. E poi, quando mai si era visto un velocista australiano? Nel tennis erano forti, fortissimi. In vasca erano forti, fortissimi. Ma in pista – chi avrebbe scommesso un soldo bucato sul bianco venuto dall’Australia? Che vincesse da sempre i campionati australiani, non è che significasse poi granché: i suoi tempi sui 200 metri erano 20 e 5, 21 e 3, 20 e 9 – insomma, non proprio un fulmine. Rispettabile, ma non proprio un fulmine. Per dire, Tommie Smith, “Jet”, come lo chiamavano, si era già preso il record del mondo con un 20 netti, l’anno prima.
Smith e Carlos – i due colossi d’ebano – vincono facilmente le prime batterie. Smith fa segnare il nuovo record olimpico in 20’’37. Nella sesta serie c’è l’australiano, Peter Norman, che ferma il cronometro a 20’’23, battendo il primato appena stabilito da Smith. Ohibò, chi è mo’ sto nanetto tutto bianco?
Ci mettono giusto un giorno, Tommie Jet Smith e John Carlos a risistemare le cose: nei quarti, Smith eguaglia il record olimpico stabilito poche ore prima da Norman e in semifinale è Carlos a abbassare ancora il record, stoppando il cronometro in 20’’12. Mettiamo le cose al posto loro.
È così che si arriva alla finale. E a quel podio – entrato nella storia. Ma c’è una corsa lunga dietro quel podio. E la corsa lunga è quella dell’Olympic Project for Human Rights, il movimento contro la segregazione razziale nato nell’ottobre 1967. Un movimento che per mesi radunò intorno a sé oltre 200 atleti neri americani, portandoli a un passo dal boicottaggio olimpico. A animarlo è Harry Edwards, diventato professore dopo essere stato il primo nero laureato in un corso della San José State University, California, e lui stesso un ex-atleta, un discreto discobolo. Edwards conosce bene la segregazione razziale, per averla vissuta sulla propria pelle: i neri vanno bene come atleti, ma devono restare ai margini della vita sociale dell’università. Nel 1967 Edwards ha 25 anni, e tra i suoi allievi c’è Tommie Jet Smith, che di anni ne ha 23, e è forse il più grande talento naturale degli Stati uniti dopo Jesse Owens. Nell’autunno di quell’anno, arriva John Carlos, che di anni ne ha 22.
Smith e Carlos hanno storie diverse: Smith è nato in Texas – settimo di undici figli, suo padre raccoglieva il cotone, e è cresciuto in una casa senza luce, bagno e pavimenti. Quando aveva sette anni tutta la famiglia si è trasferita in California – California drraming. Si è fatto strada grazie alla sua straordinaria velocità. Carlos è figlio di un calzolaio, nato e cresciuto a Harlem. A lui veramente sarebbe piaciuto il nuoto – ma di neri in piscina se ne sono visti sempre pochini. Poi, aveva virato verso la boxe, e infine, s’è deciso alla corsa. Conosce Malcom X – e ci ha pure chiacchierato spesso per le strade di New York. Era finito in una università in Texas, che lo aveva chiamato per le sue capacità agonistiche, ma se n’è scappato, disgustato dal razzismo. Ecco com’è finito a San José. Carlos e Smith aderiscono subito all’Olympic Project for Human Rights, portano un distintivo ben visibile – vogliono manifestare. A fine estate 1967 Smith è a Tokyo per le Universiadi. Gli chiedono se è vero che gli afroamericani potrebbero boicottare i Giochi di Città del Messico. «Sì, è vero, risponde Smith. Alcuni atleti neri ne stanno discutendo, per protestare contro l’ingiustizia razziale in America».
Forse è bene ricordare che siamo nel 1968. Forse è bene ricordare che a maggio le università francesi erano tutte occupate, che il 4 aprile sparano a Martin Luther King, che il 5 giugno sparano a Robert Kennedy, che il 20 agosto i carri armati entrano a Praga, stroncando la “primavera”. Forse è bene ricordare che pochi giorni prima dell’apertura delle Olimpiadi, l’esercito messicano sparerà a altezza d’uomo contro una manifestazione pacifica di studenti, la strage di Tlatelolco, a piazza delle Tre culture a Città del Messico – una strage di cui non è ancora certo neppure il numero di morti, centinaia. Questa è la corsa lunga che sta dietro quel podio del 16 ottobre 1968.
Allo sparo, Carlos parte a razzo, si rialza che è in prima posizione e in pochi passi ha già lasciato indietro gli altri. Esce dalla curva in testa. Solo Smith gli sta dietro, e all’inizio del rettilineo comincia a recuperarlo inesorabilmente. Negli ultimi sessanta metri lo sorpassa: Tommie Jet Smith taglia il traguardo alzando le braccia. Il cronometro si ferma a 19’’83, è il primo uomo a scendere sotto i venti secondi. Ci vorrà Pietro Mennea, per strappargli quel record. Dietro di lui Carlos forse ha i crampi, è partito troppo veloce, rallenta la corsa. E il nanetto bianco, Peter Norman, che entra sul rettilineo in settima posizione, fa una rimonta inesorabile: 20 e 06 – ancora record australiano. Carlos è terzo.
Il resto è storia. Alla premiazione, Carlos e Smith alzeranno il pugno al cielo – ognuno di loro ha un guanto nero. Gli è che ne avevano solo un paio, che l’altro lo avevano dimenticato in albergo. Fu Norman a suggerire di indossarne uno a testa. «Credi nei diritti umani?», gli chiesero i due colossi d’ebano. E Norman: «Sì». «E credi in Dio?», gli chiesero ancora. E fu ancora «Sì» – il ragazzo australiano era cresciuto tra aborigeni e Esercito della Salvezza, il padre macellaio e una famiglia credente, sapeva come girava il mondo. Gli diedero un distintivo dell’Olympic Project for Human Rights – e lui lo indossò fieramente. Quando partì l’inno americano – non si fece in tempo a sentire due note che quei pugni neri svettarono contro il cielo e lo stadio ammutolì: Tommie Jet e John chinarono il capo, erano senza scarpe e John portava una collanina di sassi – che ogni sasso significava un nero che era stato linciato. L’australiano è lì, a testa alta – il nanetto bianco tra i colossi d’ebano, che sa fare la sua parte nella storia.
Pagarono caro tutti e tre quel gesto – come appestati, esclusi dalle competizioni sportive, dalla possibilità di allenare, di insegnare. A Peter ci vollero più di quarant’anni perché il governo australiano nel 2012 si pentisse e gli riconoscesse la dignità della sua partecipazione alla protesta di Smith e Carlos. Ma Peter era morto nel 2006.
I tre erano rimasti in contatto sempre – e quando Peter era stato stroncato da un infarto, furono Tommie Jet e John a portare a spalla la sua bara. Uscendo dalla chiesa, l’organo suonò Chariots of fire, la musica del film Momenti di gloria. In fondo – questa è anche una grande storia di amicizia.

Nicotera, 16 ottobre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 ottobre 2020.

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2 risposte a Quel giorno in Messico, in cui Peter il bianco scoprì i fratelli neri.

  1. Vilma ha detto:

    Non conoscevo questo fatto, grazie di averlo divulgato

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