Quando le espulsioni erano battaglia politica.

Non credo che Valdo Magnani si aspettasse un occhio di riguardo da Togliatti, sol perché era il cugino di Nilde Iotti, cui peraltro era molto legato. Magnani, il partito lo conosceva bene. «Una volta, un compagno – scrisse dopo – uno di cui non ricordo il nome, mi pare fosse di Massenzatico o di qualche paese di quella zona, venne a dire che insomma sua moglie lo aveva tradito e che questa questione doveva essere discussa dalla cellula e che quel compagno che era stato con sua moglie doveva essere espulso dal partito». A quel tempo, Magnani era segretario provinciale della federazione emiliana. Il partito controllava sotto le lenzuola, inflessibilmente – figurarsi come avrebbe trattato una dissidenza. E che dissidenza. Magnani era stato partigiano in Jugoslavia, anzi lì aveva messo assieme una Brigata garibaldina e poi aveva partecipato alla prima edificazione di quel socialismo, cui restò sempre legato, anche quando Tito entrò in rotta di collisione con Stalin. E quando il “titoismo” divenne il nemico pubblico numero uno del comunismo internazionale. Nel 1951, a un congresso provinciale, Magnani esterna tutta la sua contrarietà a un’idea di edificazione del socialismo basata sull’osservanza perinde ac cadaver dello Stato-guida sovietico e alle «rivoluzioni importate su baionette straniere». Figurarsi. Lui e Cucchi – un altro partigiano, anche lui in crisi coscienza – vengono convocati a Roma, da Pietro Secchia, tanto custode della obbedienza a Stalin da diventare un problema per lo stesso Togliatti. Un incontro burrascoso. Magnani e Cucchi si dimettono da deputati – dimissioni respinte. Intanto, torna il Migliore – che era in Russia – e che affida il proprio pensiero a un articolo sferzante sull’«Unità», un cui passaggio è rimasto proverbiale: «Anche nella criniera di un nobile cavallo da corsa si possono sempre trovare due o tre pidocchi». Fine della storia. Espulsi. Ma l’isolamento e il sospetto non finirono – la donna delle pulizie di Magnani se ne andò sbattendo la porta, perché non poteva servire un “traditore”; e un aitante giovanotto di provata fede sedusse la domestica di Cucchi, al fine di poter rovistare nel cestino della sua carta straccia. Erano espulsioni “a vita”.
D’altronde tutta la storia dei comunisti italiani è punteggiata di espulsioni tremende. Quando fecero fuori Amedeo Bordiga – l’inflessibile e settario ingegnere napoletano che pure era stato tra i fondatori del PCd’I a Livorno nel ’21 e che aveva rappresentato il partito a livello internazionale, battibeccando con Lenin senza indietreggiare di un millimetro – fu una mezza tragedia. Bordiga non gliele aveva mandato a dire a Stalin, e proprio sulla “questione Trockij”. Non c’erano proprio “margini di trattativa”. Avevano votato i comunisti italiani rinchiusi a Ponza dal fascismo. Nel febbraio 1929. Votato una mozione che dichiarava Trockij come «uno dei nemici aperti dell’Internazionale comunista». Centodue avevano detto sì, trentotto avevano detto no. Tra i trentotto, proprio Bordiga. Che appena uscito da Ponza, viene espulso – marzo 1930: «Considerato che la opposizione trotzkista è oggi di fatto una formazione controrivoluzionaria la quale conduce sistematicamente la lotta contro il comunismo e contro la Unione soviettista, per spezzare le file del Partito mondiale della rivoluzione; dichiara A. Bordiga espulso dalle file del P.C.d’Italia, chiedendo al Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista di ratificare questa decisione;
pone all’ordine del giorno del Partito la lotta per la liquidazione definitiva dei residui dell’infantilismo sedicente estremista, il quale non è altro che una forma di opportunismo, che impedisce al Partito di riconoscere e di adempiere i propri compiti di guida della classe operaia nella rivoluzione». Fine di Bordiga. Neppure i fascisti volevano crederci.
A Angelo Tasca non era andata meglio. Tasca era stato tra i giovani socialisti torinesi che avevano fondato e animato l’esperienza di «Ordine nuovo», con Gramsci e Terracini e Togliatti, e era stato convinto assertore della necessità della rottura dentro il Partito socialista e della fondazione del Partito comunista. Membro della direzione del Partito nei primi anni dell’esilio e della clandestinità, nel 1929 mandò una lettera da Berlino alla segreteria del Pcd’I che era un terribile atto di accusa: «Stalin è il maestro che muove tutto. Egli è all’altezza di una simile posizione? La mia risposta netta è: Stalin è smisuratamente al di sotto di essa… È un rimasticatore di idee altrui, che ruba senza scrupoli… Paragonare Lenin a Stalin è una profanazione… Stalin plagia perché non può fare altro, perché è intellettualmente mediocre e infecondo.. Stalin è in Russia la pattuglia di punta della Controrivoluzione; esso è il liquidatore, finché avrà mano libera, della Rivoluzione d’ Ottobre». Lo espulsero a suon battente. Riparò in Francia, entrò nelle file del socialismo e scrisse una delle analisi più lucide sul primo dopoguerra e il giolittismo, il fascismo, il massimalismo, Nascita e avvento del fascismo. Penosamente e tragicamente, finì con il collaborare con Vichy e i nazisti.
E non andò meglio a Rossanda, Natoli e Pintor e poi a Magri e Castellina che nel novembre del 1969 furono “radiati” dal Pci. Radiati, era un filo meno di ”espulsi”, ma il risultato era il medesimo: fuori dal Pci. La colpa? Avere stampato una rivista mensile, «il manifesto», che vendette cinquantamila copie al primo numero, e avere insistito per un dibattito aperto “dentro” il partito – c’era stata l’invasione di Praga, una tragedia. Che tipo di partito era necessario? Ci vollero tre comitati centrali, per arrivare a una decisione, e naturalmente il più duro fu Ingrao, verso quel gruppo di intellettuali che poteva definirsi “ingraiano”: «Sento non solo l’errore, ma l’infecondità di una proposta riguardante la vita interna del partito che si presenta così, davvero, come una proposta “esterna”, intellettualistica, e non come iniziativa ed anche lotta politica aspra, ma che si innesti nel vivo dell’esperienza che sta facendo il partito in questo momento, dei problemi e degli spostamenti che sorgono in questa lotta, del processo reale che si compie. Credo, compagni, che noi dobbiamo dissentire nettamente e profondamente dal frazionismo», eccetera eccetera.
Ma, vivaddio, questa era “la stoffa” della lotta politica. Una lotta aspra, dura, che non prevedeva esclusioni di colpi. Fin nella vita intima degli avversari. Su analisi, posizioni nette, su “visioni”. Oggi, fa tristezza pensare che si viene espulsi da un partito, perché non si è ben rendicontato un versamento o perché si è trattenuta una quota del proprio stipendio parlamentare. E, magari, che con veemenza si risponda che no – le quote sono accantonate in un fondo oppure sono state già versate a qualche iniziativa benefica.
È l’antipolitica, bellezza.

Nicotera, 3 gennaio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 4 gennaio 2020.

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