Rileggere il “caso Dreyfus”: avvocati e giornalisti baluardo della democrazia.

Fernand Labori era soprannominato “il Vichingo” – era di capigliatura bionda e di fisico imponente. Era nato a Reims il 18 aprile del 1860. Il padre, un dipendente della Compagnie des Chemins de Fer de l’Est, sperava che il figlio intraprendesse una carriera come commerciante di champagne, ma si convinse a sostenere i suoi studi di giurisprudenza a Parigi; fu una scelta saggia: Fernand ottenne il massimo dei voti e divenne membro dell’Ordine degli Avvocati nel 1884. Era considerato “un geniale maestro degli atti” e fu incaricato di curare i dodici volumi della Répertoire Encyclopédique du Droit Français. Eppure, il signor Labori padre non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato costretto a rassegnare le dimissioni dal suo lavoro dalla Compagnie des Chemins de Fer de l’Est per via della professione di suo figlio, che intanto era divenuto, per il mondo intero, Fernand le Dreyfusard.
Labori aveva difeso la moglie di Alfred Dreyfus, Lucie Hadamard, nel processo a Ferdinand Walsin Esterhazy, l’ufficiale che davvero aveva trafficato con i tedeschi offrendo loro informazioni militari riservate in cambio di denari per coprire i suoi enormi debiti di gioco, e Émile Zola, nel 1898. Poi, era stato il difensore del capitano Dreyfus, davanti il Consiglio di guerra, al processo di Rennes nel 1899. E fu a Rennes, il 14 agosto, che fu vittima di un tentativo di omicidio – un colpo di pistola sparato alle spalle – mentre era in compagnia di Edgar Demange, che era stato il principale difensore di Dreyfus in tutti i suoi processi. Demange aveva accettato subito la difesa che gli era stata proposta dal fratello di Dreyfus, Mathieu, ma a una condizione: «Se dovessi scoprire che è davvero colpevole di spionaggio, abbandonerò il caso, e lo farò pubblicamente, così da far capire la verità all’opinione pubblica». Demange in realtà si convince subito dell’innocenza dell’imputato e dell’esiguità delle prove contro di lui, al punto da esclamare: «In trent’anni di carriera è la seconda volta che difendo un innocente». La sua difesa nel primo processo, quello del dicembre 1894, fu abile e incentrata sull’impossibilità di attribuire con certezza il “bordereau” (il famoso papello con le specifiche delle informazioni militari proposte ai tedeschi) a Dreyfus. Ma i militari giocano sporco, e Dreyfus viene condannato. È a questo punto che i familiari di Dreyfus decidono di affiancargli un avvocato più combattivo, un cane mastino, Fernand Labori, appunto. E arriviamo a Rennes, agosto 1899. Quando sparano a Labori.
«Odieux Attentat – Labori grièvement blessé», titola in prima pagina «L’Aurore». Un crime nationaliste, spiega: «Messieurs les assassins, si sono messi al lavoro. Ils ont bien choisi leur première victime, en frappant le genereux, éloquent, infatigable Labori – il generoso, eloquente, instancabile Labori».
Marcel Proust, che con il fratello fu davvero instancabile “collettore” di quelle firme importanti perché si schierassero dalla parte dell’innocenza di Dreyfus che poi costituirono la famosa Petition des intellectuels, omaggiò Labori, che scampò all’attentato anche se fu costretto a lasciare la difesa, rivolgendosi a lui – in un’insolita prosa – come «il grande gigante invincibile che non ha più motivo di invidiare il magnifico privilegio di un soldato: quello di versare il suo sangue». Insomma, Labori il Vichingo.
«L’Aurore» era il foglio politico di Clemenceau – antidreyfusard della prima ora che poi si schierò invece dalla parte dei dreyfusards – che aveva ospitato il J’accuse! di Émile Zola, la lettera al presidente della Repubblica, che era poi diventata il vero spartiacque dell’affaire e che scombussolò la vita politica della Francia di fine Ottocento e inizio Novecento. Come scrisse la storica americana Barbara W. Tuchman, si trattò di «one of the great commotions of history – una delle grandi agitazioni della storia».
E, insomma, tutto si sfilaccia ma tutto si tiene nell’affaire Dreyfus, come nel film che Polanski ha tratto dal romanzo di Robert Harris – che nell’originale, appunto, si intitola J’accuse. Perché è dalla ostinata ricerca della verità, dal rifiuto di un “capro espiatorio” offerto alla propaganda antisemita, nazionalista e militarista, che un giornale e i suoi “straordinari” redattori – celebri intellettuali, uomini del mondo della cultura, dell’arte, della scienza, francesi fino al midollo, proprio come Dreyfus – insieme a buoni avvocati, diversi nel loro procedere ma uniti nelle loro intenzioni, che si riuscì a dimostrare l’inconsistenza sfacciata delle “prove”. Demange e Labori non vinsero nelle aule di tribunale, Zola fu condannato, a Dreyfus fu concessa la riabilitazione ma in maniera zoppa, ambigua e mai integrale.
Ma la società francese cambiò radicalmente. La democrazia francese cambiò radicalmente. Fu una vittoria degli intellectuels, giornalisti e avvocati, come con disprezzo venivano additati (lo si può proprio dire: anche Dreyfus fu vittima di un tentativo di assassinio, ma restò solo ferito al braccio) – anzi, fu la prima battaglia degli intellectuels.
L’affaire Dreyfus finì lentamente in una zona d’ombra – altre nubi si addensarono presto sulla Francia, sull’Europa, e furono tragiche, per tutto il Novecento. Ma quella storia rimane esemplare, per un verso per ammonire sugli esiti drammatici che certa propaganda, certo “spirito nazionalista” finisce con il produrre. Per l’altro, però, sul ruolo straordinario per la difesa della giustizia, della democrazia – sfidando anche il “comune sentire” – che gli intellectuels, giornalisti e avvocati, hanno avuto e continuano a avere.

Nicotera, 2 dicembre 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 3 dicembre 2019.

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