Il “doppio Nobel” per la letteratura a Peter Handke e Olga Tokarczuk.

Era dovuto intervenire re Carlo XVI Gustavo, sovrano di Svezia, per cambiare lo statuto dell’Accademia che assegna i Nobel per la letteratura, dopo la scandalo, tra fine 2017 e inizio 2018, e le dimissioni di diversi giurati – i membri, infatti, erano nominati a vita e solo dopo la morte potevano essere sostituiti. L’anno scorso, dunque, il premio non fu assegnato. Era successo altre volte, dal 1901, data di fondazione del Nobel, durante le due guerre – e questo per capire la portata del contraccolpo su un’istituzione che fonda tutto sulla credibilità e l’autorevolezza.
Quest’anno, perciò, di premi Nobel per la letteratura ne abbiamo due – e la cosa è talmente convincente che io proporrei di fare sempre così: d’altronde, se abbiamo due papi, potremo pure avere due premi Nobel per la letteratura.
Peter Handke e Olga Tokarczuk sono i due premiati, rispettivamente per quest’anno, lo scrittore austriaco, e per l’anno scorso, la scrittrice polacca. L’Accademia, nelle motivazioni per il Nobel alla Tokarczuk sottolinea la sua «immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta il passaggio dei confini come una forma di vita»; per Handke, invece, «per l’influente opera che con inventiva linguistica ha esplorato la periferia e le specificità dell’esperienza umana»: con buona pace dello stesso Handke, va detto, che spigoloso com’è, aveva già duramente espresso il suo punto di vista sui Nobel, giudicandolo «una finta canonizzazione».
Sono due scrittori “impegnati”, Handke e Tokarczuk. Handke, 77 anni, al tempo della guerra dei Balcani, sostenne la popolazione jugoslava, sensibile «alla loro tragedia, alla loro situazione senza speranza». Si schierò per la Serbia, si scagliò contro i bombardamenti della Nato lanciati su migliaia di civili. E, da certa stampa, fu etichettato come fascista, un sostenitore del boia Miloševic o addirittura del sanguinario generale Mladic. Ma lui pensava ai bambini, vittime innocenti del conflitto, ai quali poi ha devoluto gli oltre 300 mila euro del Premio Ibsen. Qualche tempo fa, proprio in nome «della grande amicizia e della simpatia dimostrata da Handke verso la popolazione serba», Belgrado gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Tokarczuk, 57 anni, è editrice a sua volta e membro dei Partito dei Verdi polacco, e per le sue posizioni ambientaliste, europeiste e anti-xenofobe, è stata spesso attaccata dai partiti nazionalisti del suo paese. Dice del mondo d’oggi: «L’emergenza migranti, che non possono viaggiare da persone libere, la guerra in Siria, i muri. Il mondo di adesso è senza pace, instabile, con molte più paure».
C’è anche qualcosa di complementare, tra i due. Handke, in un’intervista a Alessandra Iadicicco, per «la Lettura», inserto del «Corriere della Sera» di qualche anno fa parlava di confini e di letteratura: «I libri — non parlo di libri veri — sono scritti dappertutto allo stesso modo: in America, Russia, Cina… Questa indifferenza è peggiore di qualsiasi confine, dei confini che un tempo mi erano cari. Le traduzioni, poi, sono sempre sostenute dai ministeri, finanziate dagli istituti di cultura. Si vuole promuovere la letteratura internazionale. Ma io sento la mancanza di una letteratura mondiale, di quella che Goethe chiamava la Weltliteratur, che nasce dall’eterno scambio tra i popoli attraverso i confini e i linguaggi. Non potrà mai scomparire, ma non sai dove scorre. È come un fiume carsico che fluisce al di sotto del terreno e devi accostare l’orecchio alle rocce calcaree per capire dove passa e dove verrà alla luce».
Tokarczuk ha vinto il prestigioso Man Booker Prize del 2018 con il romanzo I vagabondi, pubblicato da Bompiani, che è una riflessione narrativa sul tema del viaggio. Dice la Tokarczuk: «Lo spostarsi non è fatto solo da necessità ma anche da desiderio, ed è repressivo tarare qualsiasi discorso sulla migrazione in base all’emergenza e il bisogno, poiché il desiderio di un luogo, o di qualcosa da scegliere, trova uno spazio anche lì…». Lungo lo scorrere del fiume Oder, racconta l’esistenza ondivaga e nomade di persone fuori dal comune, come la sorella di Chopin, Ludwika, che porta il cuore del compositore in Polonia per dargli sepoltura; o lo scopritore del tendine d’Achille, o un bimbo rapito in Nigeria o la vita del popolo vagabondo dei bieguni. Il tutto viene mandato avanti da scritti brevi, citazioni, flash di immagini e suggestioni che abbracciano culture, nazioni e epoche diverse.
Handke è uno scrittore prolifico e versatile; ha scritto poesie e romanzi, ma è anche drammaturgo e sceneggiatore: suo è il libro Prima del calcio di rigore che ha poi ispirato l’omonimo film di Win Wenders, regista col quale ha scritto anche Il cielo sopra Berlino. Spirito polemico fin dagli esordi negli anni Sessanta, esemplificato nella sua opera teatrale Insulti al pubblico, Handke esordì nella narrativa con I calabroni, un mosaico esistenziale che segna il lettore. Importanti anche i lavori in cui riflette sulla condizione stessa di scrittore, come Storia della matita – Handke scrive rigorosamente a matita, condizione che è nata dalla necessità di appuntare le sue impressioni di viaggio e che le tastiere delle macchine da scrivere, diverse per ogni paese, rallentavano costringendolo a perdere la musicalità interiore – o I giorni e le opere, ma anche come Il mio anno nella baia di nessuno, in cui riflette su barriere, frontiere ed esilio.
Insomma, una buona annata, questo Nobel.

Nicotera, 10 ottobre 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 11 ottobre 2019.

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