Fonda-Redford: la storia del cinema. La nostra storia.

Fa freddo lì stasera, tesoro?
È la frase finale di Le nostre anime di notte, e ci sono libri che si ricordano per come cominciano e altri che si ricordano per come finiscono. Beh, questo ultimo di Kent Haruf – e purtroppo non ce ne saranno altri a raccontarci la contea di Holt – si ricorda per come finisce.
«Ma stiamo anche andando avanti, non è vero? disse lei. Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.
Di cosa vuoi parlare stasera?
Addie guardò fuori dalla finestra. Vedeva il proprio riflesso nel vetro. E l’oscurità subito oltre.
Fa freddo lì stasera, tesoro?»
Le nostre anime di notte – titolo originale Our Souls at Night, la storia di un uomo e una donna dai capelli ormai grigi rimasti soli e che provano a unire le loro vite per combattere la solitudine, mentre intorno monta la malevolenza – è il film che Jane Fonda e Robert Redford presentano a Venezia, dove oggi riceveranno il Leone d’oro alla carriera. E è stata questa, presentare un film prodotto da una piattaforma digitale e destinato a una piattaforma digitale (l’uscita è prevista su Netflix per il 29 settembre), che cioè non andrà nelle sale cinematografiche, una scelta coraggiosa o almeno controcorrente del direttore Alberto Barbera. A Cannes era scoppiato un putiferio: Netflix aveva in concorso ben due film, The Meyerowitz Stories, con Dustin Hoffman e Adam Sandler, e Okja, una favoletta ambientalista, con Tilda Swinton, ma era stata invitata dal direttore Thierry Fremaux a mandarli in sala. Netflix ha nicchiato un bel po’. E a quel punto Fremaux ha dichiarato che dal prossimo anno concorreranno a Cannes solo i film destinati alle sale. Pedro Almodovar, che era presidente di giuria, ha sposato in pieno questa tesi, dicendo che lo schermo su cui si guardano i film dovrebbe essere sempre più grande della nostra sedia, insomma che dobbiamo restare piccoli davanti al cinema, per entrare nell’immagine e nella storia. «Sarebbe un paradosso, la Palma a un film che non va in sala!», ha tuonato. Ma gli ha replicato Will Smith, che era in giuria, raccontando che i suoi figli, attorno ai vent’anni, vanno al cinema regolarmente due volte a settimana ma sono anche abbonati a Netflix, e che l’arrivo della piattaforma digitale non ha cambiato nulla, se non una differenza di tempi e modi della fruizione. Che è un po’ il senso finale delle parole della Swinton in conferenza-stampa: «C’è posto per tutti». Fremaux, invece, con una dichiarazione molto “francese” ha chiuso la questione: «Il dna del festival rimane il cinema».
Banditi da Cannes, i film di Netflix trovano perciò posto a Venezia (per la verità, The Meyerowitz Stories andrà anche al New York Festival l’1 ottobre, e il 13 uscirà in qualche selezionata sala americana). E sarà proprio difficile dire che Jane e Robert non hanno il cinema nel loro dna: una vecchia storia hollywoodiana racconta che Bette Davis, sul set di Figlia del vento, dovette girare alcune scene parlando con una parete vuota perché il suo partner, Henry Fonda, era dovuto partire in tutta fretta alla volta di New York per presenziare alla nascita della sua primogenita, Jane appunto. E a me sembra interessante che proprio due leggende del cinema siano portatori anche involontari di una domanda nuovissima, cos’è il cinema oggi? Come si fa, dove si guarda? Jane peraltro è già da tempo sulla piattaforma digitale Netflix con un seriale, Grace and Frankie, e non c’è proprio da stupirsi pensando al rapporto con la televisione (e le videocassette) che aveva stabilito negli anni d’oro del fitness, prima che arrivasse internet, insomma.
Che poi, a pensarci bene, sia Jane che Robert sono due “irregolari”. Jane voleva fare la modella, e al cinema non ci pensava proprio, e forse non solo per via di un inevitabile raffronto con il padre (il fratello fu più spensierato, si buttò in un film che nessuno voleva fare e faceva fatica a mettere assieme i soldi necessari alla produzione e divenne un mito, anche se dopo non ne azzeccò altri, e il film era Easy Ryder, del 1969, non so se mi spiego, un inno alla libertà e di denuncia dell’intolleranza stupida e assassina come non se ne sono visti più). Fu Strasberg a convincerla a partecipare ai suoi corsi, e poi da lì.
E Robert voleva fare il pittore, l’artista. Continua a dipingere, è rimasta una sua passione. Soprattutto è l’uomo che ha inventato (insieme all’amico Sidney Pollack, che è stato suo regista in film indimenticabili, Come eravamo, del 1973, e La mia Africa, del 1985 – Oscar come se piovesse –, e anche di Jane in quello che è probabilmente il film più crudele e drammatico sulla Grande Depressione, Non si uccidono così anche i cavalli? del 1969) il Sundance festival. Ora prestigiosissimo, ma che è sempre stato segnato dal bisogno di dare spazio al cinema indipendente, cioè a quegli autori e quelle storie che non interessano le major, dove domina ormai l’ossessione del blockbuster: grandi investimenti, soprattutto nel digitale e negli effetti speciali, e grandi profitti.
Ora tutti dicono che questa occasione di mettere assieme come protagonisti Jane e Robert significa che si incontrano per la quarta volta in un film, dopo La caccia  del 1966, A piedi nudi nel parco del 1967 e poi ne Il cavaliere elettrico del 1979. Ma le cose non stanno così: l’esordio di Jane Fonda è del 1960 (aveva appena ventidue anni) e fu in In punta di piedi, un film diretto da Joushua Logan con protagonista Anthony Perkins che interpreta un giocatore di basket (il titolo originale è Tall story – una storia difficile da credere, una favola), innamoratissimo della fidanzata, la Fonda, ma che non ha il becco di un quattrino, e non sa cosa fare. E quando gli propongono di truccare una partita, va ancora di più in confusione (quello stesso anno, Perkins interpreta il Norman Bates di Psycho di Hitchcock, non so se mi seguite). Beh, c’è una particina in quel Tall story per un giovane di belle speranze: fa il giocatore di basket e si chiama Robert Redford. Se controllate su IMDb (Internet Movie Database), la bibbia del cinema, il suo nome figura tra le comparse (rest of the cast) ma a fianco la fotina c’è scritto: Basketball Player (uncredited), insomma il suo nome non uscì nei titoli di coda. E magari è vero, non si sfiorarono neppure, Jane e Robert, in quell’occasione o non si videro mai, però il cast era lo stesso. Redford, di anni ne aveva ventiquattro, e era proprio uncredited, nessuno. Era stato in Europa, e allora l’Europa per un giovane americano che trovava insopportabile il conformismo dell’american way of life era la terra della cultura, e anche della trasgressione (e hai voglia che nel 1951 l’avevano buttata in musical, con Un americano a Parigi, le musiche erano dei Gershwin). Un’eredità degli anni Trenta, quando più di metà della letteratura americana e del jazz stava lì, a Parigi. Anche Jane era stata in Europa, subito dopo il college, e per lei la passione per il Vecchio continente rimase, tanto che ne sposò un regista, Roger Vadim, gran sciupafemmine, e comparve nuda – la prima volta, per un’attrice americana in un film europeo (cosa che creò gran scandalo negli Stati uniti, il puritanesimo americano ha di queste bizzarrie) – in un suo film del 1964, Il piacere e l’amore. Poi insieme ci fece anche Barbarella, che era un fumetto di fantascienza francese, e si conficcò nell’immaginario erotico mondiale (s’era visto mai uno spogliarello integrale, uscendo da una tuta spaziale, in assenza di gravità?)
Ma insomma sì, parliamo di più di cinquant’anni di cinema americano. E pure, parliamo degli ultimi cinquant’anni di storia americana. Perché La caccia, dove per la prima volta Jane e Robert sono partner accuditi da quel gigante di Marlon Brando, è del 1967, e la storia, che si svolge in uno Stato del Sud, è così intrisa di razzismo, dei ricconi e dei borghesucci che ci girano intorno – anche se il controcanto girato dal regista Penn nei suburbs neri a raccontare la loro vita quotidiana fu poi tagliato – che lo senti a pelle, e ti chiedi oggi, guardando le immagini dopo Charlottesville, dopo decenni di lotte per i diritti e dopo un presidente nero, cosa sia cambiato intanto.
Due facce wasp, bianchi, anglosassoni e protestanti, che più non si può, biondi, occhi azzurri, sessantaquattro denti bianchissimi – perfetti per quel gioco delle parti in una coppia di giovani sposi appena arrivati a New York e con il mondo davanti tutto per loro, lui contegnoso e serioso, lei eccentrica e vitalista, che fu A piedi nudi nel parco – e pure a raccontare le loro biografie e il loro impegno sociale c’è da restare a bocca aperta.
Lei, Hanoi Jane, si oppose in tutti i modi alla guerra del Vietnam – certo, erano milioni gli americani in piazza contro quella detestabile guerra, ma nessuno andò “a casa del nemico” a farsi fotografare vicino un pezzo di mortaio vietcong. La detestarono, l’American Legion ci fece proprio una campagna di opinione contro, e la boicottarono per anni e anni, e lei, quando tutto era finito, disse che sì, forse quella foto poteva risparmiarsela. Eppure, c’è lei in uno dei più bei film sui veterani, Tornando a casa, di Hal Ashby, del 1978 – Oscar come se piovesse – tra cui proprio quello a Jane (era il secondo, il primo l’aveva preso per Una squillo per l’ispettore Klute, del 1971).
Lui, ambientalista convinto, sempre pronto con quel suo modo contegnoso e serioso a schierarsi su queste battaglie: in fondo Il cavaliere elettrico aveva proprio quest’0ssatura qui, però non andò un gran che bene, vai a capire perché, certi film proprio sembrano non volare mai.
Però, a leggere la filmografia di Robert sembra di ripercorrere una strada di coscienza civile americana: Corvo rosso non avrai il mio scalpo, 1972, sul rapporto con i Nativi; Come eravamo, 1973, sul maccartismo; I tre giorni del Condor, 1975, sull’invadenza delle agenzie governative e una certa propensione al complotto; Tutti gli uomini del presidente, 1976, sullo scandalo Watergate. E senza dimenticare gran film “da cassetta”, come Butch Cassidy e Sundance Kid, 1969, con l’amico Paul Newman, La stangata, 1973, sempre con l’amico Newman, Il Grande Gatsby, 1974: va bene, basta basta, smetto. Dieci, quindici anni d’oro – grandi scritture, grandi regie, stiamo parlano di Sidney Pollack, di Arthur Penn, di George Roy Hill, grande cinema. Allora, le nostre sedie erano di sicuro più piccole dello schermo dove guardavamo girare le storie.
E insomma, tra Palmares di statuine e statuette, film ormai nella storia del cinema, biografie di impegno sociale e civile di tutto rispetto, stiamo parlando di due monumenti in vita, che te lo dico a fare. E ancora fichissimi, eh (odio quando dicono di Jane che «si conserva bene», come fosse uno stoccafisso, un merluzzo surgelato: è ancora una bellissima donna, e basta; e guardate lui, con quel viso che sembra già pronto per il Monte Rushmore, dove ci stanno le facce dei presidenti americani scolpiti nella pietra).
Sì, Addie, sì, Louis, fa freddo qui stasera.
Sì, Jane, sì, Robert. Fa freddo qui stasera. E anche ieri e ieri l’altro. Fa più freddo da quando il mondo è diventato più malevolo e noi non sappiamo più cosa dire.
Ma stiamo anche andando avanti, non è vero?

Nicotera, 31 agosto 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 1 settembre 2017.

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