C’era una volta l’odio di classe.

Lo so che è irriverente accostare uno dei più lucidi filosofi italiani del pensiero marxista a una casalinga di Voghera – e diomifulmini se non me ne rendo conto. Però, seguitemi a me. In un’intervista del 1993, a Antonio Gnoli di «Repubblica» che vaneggiava di ritorno della classe operaia e gli chiedeva conto delle sue teorie tardo anni Sessanta e del suo «odio di classe» come a un maestro zen si chiede conto dell’imperituro e pure ogni volta sorprendente fiorire dei ciliegi, Mario Tronti – è lui uno dei più lucidi filosofi italiani del pensiero marxista – rispondeva: «Nella vita privata sono una persona mite, non riuscirei mai a odiare nessuno personalmente».
Che è un po’ la sconcertante scoperta fatta da Paolo Di Paolo, giovane e intelligente scrittore, che in una lettera aperta agli “odiatori del web”, dopo aver intrattenuto con alcuni di loro una sorta di breve epistolario, riporta il proprio sgomento tra la gentilezza privata manifesta e quell’assatanamento da tastiera che fa dire sui social network a alcuni di loro a proposito degli immigrati frasi come «Bisogna riportarli nel deserto e lasciarli senza acqua né cibo»; oppure: «Ma perché non li prendiamo a sprangate?»; o ancora: «I nigeriani come razza negra sono i più bastardi e violentano le donne dalla pelle bianca». E queste parole che certificano odio pubblico, in mezzo a foto di prima comunione dei nipotini, o immagini di cani e gatti ben nutriti e amati, di pupi in aule scolastiche dove si insegna o dove si vanno a prendere i propri bambini. Un post con una foto con un sorriso gentile e disarmante e un post subito dietro in cui si chiede che venga evirato un profugo. «La situazione è molto violenta per tutti, mi sono adeguata, o meglio ho usato il linguaggio per smuovere idee e convinzioni, in realtà io sono diversa», dice una, la casalinga di Voghera. Nella vita privata è una persona mite. Forse lo siamo tutti, persone miti nella vita privata. Per quel che conta.
È in Operai e capitale, il libro più importante di Tronti, pubblicato nel 1966, per molti versi aurorale di ciò che furono gli anni Sessanta e Settanta in Italia, che si trova il nocciolo della filosofia politica dell’odio di classe: «Sulla base del capitale, il tutto può essere compreso solo dalla parte. La conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi veramente odia. Ecco perché la classe operaia può sapere e possedere tutto del capitale: perché è nemica perfino di se stessa in quanto capitale». Siamo nel cuore della teoria marxista: la borghesia odia il proletariato ma non può odiare se stessa, ha impiegato secoli per arrivare al potere, si coccola e si gongola; il proletariato è l’unica classe che può instaurare una società senza classi perché sa d’essere carne del capitale e deve rinnegarsi. Il capitale ha tutto, è il tutto: società, cultura, ideologia, intellettuali, scienza e sapienza; solo la faziosità, solo la scelta unilaterale, del collocarsi in una parte può permettere di capire come stanno le cose. La scelta della faziosità è la scelta di stare dalla parte operaia, e di odiare la società. Classe operaia e società capitalistica, questo è lo schema della lotta di classe. Va detto subito – anche se nel 1970 il libro fu ripubblicato con Poscritti e Avvertenze che ricalibravano e quasi prendevano le distanze da se stesso – che il lavoro di Tronti fu soprattutto una sfida teorica, un’avventura dell’intelletto: «La classe operaia oggi è talmente matura che sul terreno dello scontro materiale non accetta, per principio e di fatto, l’avventura politica. Sul terreno invece della lotta teorica, tutte le condizioni sembrano felicemente imporle uno spirito nuovo di scoperta avventurosa». Tronti è sempre rimasto dentro il Partito comunista – rifuggendo da ogni tentazione radicale e extraparlamentare – e ne ha seguito tutte le evoluzioni e denominazioni, assumendo anche cariche significative (senatore, presidente del Centro Riforma dello Stato) e elaborando tesi e concetti di un continuo “laboratorio politico”.
Ricorda Tronti: «Consegnai quel libro per l’abilitazione alla cattedra di Filosofia Morale. In commissione c’era Nicola Abbagnano, il quale a un certo punto se ne venne fuori dicendo: ma insomma come fa a sostenere che conosce solo chi veramente odia? È inammissibile, la verità è che conosce solo chi veramente ama. Mi rimase impressa questa cosa perché era indicativa di due posizioni inconciliabili. La mia la manterrei. Odio ogni forma di umanitarismo, e poi lì si parlava di odii collettivi, di classe».
Non è l’amor «che move il sole e l’altre stelle», come recita l’ultimo verso del Paradiso di Dante, perciò, ma l’odio. Forse c’è una eco delle parole di Walter Benjamin in Angelus Novus: «Il soggetto della conoscenza storica è la classe stessa oppressa che combatte. Questa coscienza è sempre stata ostica alla socialdemocrazia. Essa si compiaceva di assegnare alla classe operaia la parte di redentrice delle generazioni future. E così le spezzava il nerbo migliore della sua forza. La classe disapprese, a questa scuola, sia l’odio che la volontà di sacrificio. Poiché entrambi si alimentano all’immagine degli avi asserviti, e non all’ideale dei liberi nipoti».
Benjamin scriveva che la classe operaia è raechende Klasse, la “classe vendicatrice”. E chi potrebbe immaginare un uomo più mite di Benjamin?
Quindi, l’odio come una funzione storica, non solo analitica, di conoscenza e coscienza, l’odio come sentimento del conflitto, che è poi motore delle cose. E il conflitto è lì fuori, nelle cose, non è un’interpretazione del mondo. Odiare è il solo modo per interpretare il conflitto. È la classe operaia che deve vendicare e riscattare la storia secolare del suo sfruttamento, «senza lacrime per le rose». Dimenticare questo, affabularlo in una composizione di interessi contrastanti, significherebbe solo condannarsi all’impotenza, alla sconfitta, alla perpetuazione del dolore. Non c’è felicità possibile, certo, ma solo un lavoro storico da compiere.
Ecco. Ma ora, ora che la classe operaia non c’è più come soggetto storico – ci sono, certo, gli operai, c’è il lavoro, c’è la produzione, c’è lo sfruttamento – cosa ne rimane di quell’odio? Ora che il lavoro si è polverizzato in mille rivoli, e stenta a riconoscersi come classe, ora che ciascun lavoratore è gettato nel mondo, in cui non sa orientarsi, privo com’è di una conoscenza “di parte”, l’odio si è come disancorato dalla sua “materia”. Galleggia, all’altezza della bocca, ma non arriva all’intelletto. Dalle “astrazioni” legate alla produzione e alla società (la borghesia, le classi, il capitale, il lavoro), di segno collettivo, si è passati alle “differenze” umane (la razza, il colore della pelle) e alla polverizzazione in termini personali. Puttana, frocio, a ogni piè sospinto; beh, una volta si sarebbe detto, sei un piccolo-borghese, o un clerico-fascista, e funzionava meglio.
Siamo miti privatamente, odiamo pubblicamente, così, a prescindere. Ecco, magari si potrebbero rovesciare le cose: “odiare” privatamente, guardare con occhio lucido e intelletto fino il mondo come propriamente è – non esattamente il migliore dei mondi possibili – e essere miti pubblicamente.

Nicotera, 7 agosto 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 agosto 2017

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